Prezzo della Crisi del 09-09-2010: 'Il Pd, Bonanni e l’asino di Buridano '
di Anna Maria Bruni
“Non facciamo confusione: non c’è mai stata alcuna contiguità e alcun rapporto tra il Pd e i centri sociali. Su questo non c’è ambiguità”. Così il sindaco di Torino e dirigente del Pd Sergio Chiamparino risponde in un’intervista dalle colonne del Corriere della Sera, all’indomani della contestazione a Bonanni alla festa del suo partito. Un’affermazione che lascia esterrefatti, e che fa il paio con la reazione di chiusura profondamente autoritaria della dirigenza del Partito democratico (sic) verso la contestazione che stanno ricevendo gli invitati della kermesse.
Piuttosto che interrogarsi se la scelta dell’impostazione dei dibattiti segua un’idea di società che non ha niente a che vedere né con la drammaticità del presente, né con bisogni e aspirazioni della gente, a cominciare dalla ‘sua’ gente questa dirigenza, come l’asino di Buridano, resta ferma, nell’assenza assoluta di un orizzonte e di una strategia politica, fra obiettivi segnati dai poteri di cui si circonda e le contestazioni inascoltate di intere popolazioni.
Non sembra avere altra rotta, se non quella tracciata da altri. E la cosa sconcertante è che dentro questa dinamica autoritaria che si rimpalla dai media ai dirigenti, viene appunto completamente cancellato il ‘popolo’ di questo partito. Figuriamoci un rapporto e un dialogo serio con i giovani dei centri sociali, fra le realtà che hanno il merito di tenere accesi i fari sulle ferite di questo sistema. Ma Chiamparino non è nuovo a queste posizioni, e del resto è noto il suo rapporto di rigetto verso il popolo No-Tav, per non parlare delle sue posizioni sulla vicenda Fiat.
Se ai primi fischi uditi nei servizi che riportavano la notizia abbiamo immediatamente sorriso all’idea di una reazione vitale da parte dei partecipanti, ora siamo basiti. Né dai media, né tantomeno da parte del partito, sembra esserci alcuna rilevazione dell’esistenza di un popolo, seppure di spettatori, di una volontà, dell’espressione di un pensiero, di una reazione, di un batticuore. Nulla. Esiste un parterre composto da dirigenti, e una barricata, da dietro alla quale i ‘nemici’ sparano. Purtroppo il candelotto o bengala che fosse è stato davvero il là per dire ‘sparano’, e ignorare quale principio di democrazia sia poter contestare e fischiare ad un dibattito. E non solo, perché oggi si va oltre.
Il punto oggi è che oltre a contestare – appunto – questo elementare principio democratico, si arriva ad ignorare l’intera platea. Che d’altra parte, va detto, almeno a un primo giro sul web, non reagisce, non fa sentire la sua voce, per ricordare a media e dirigenza che la contestazione è sacra, e va tenuta separata dai gesti violenti, tutelandola attraverso il rispetto del dissenso. Perché altrimenti il risultato è che la contestazione che vale è solo quella dei media imperanti e dei dirigenti. In linea con la lotta di classe, ad uso esclusivo dei padroni. Senza più popolo se non di sudditi, e di servi in fabbrica. Inesistenti, se non per ubbidire.
“Non facciamo confusione: non c’è mai stata alcuna contiguità e alcun rapporto tra il Pd e i centri sociali. Su questo non c’è ambiguità”. Così il sindaco di Torino e dirigente del Pd Sergio Chiamparino risponde in un’intervista dalle colonne del Corriere della Sera, all’indomani della contestazione a Bonanni alla festa del suo partito. Un’affermazione che lascia esterrefatti, e che fa il paio con la reazione di chiusura profondamente autoritaria della dirigenza del Partito democratico (sic) verso la contestazione che stanno ricevendo gli invitati della kermesse.
Piuttosto che interrogarsi se la scelta dell’impostazione dei dibattiti segua un’idea di società che non ha niente a che vedere né con la drammaticità del presente, né con bisogni e aspirazioni della gente, a cominciare dalla ‘sua’ gente questa dirigenza, come l’asino di Buridano, resta ferma, nell’assenza assoluta di un orizzonte e di una strategia politica, fra obiettivi segnati dai poteri di cui si circonda e le contestazioni inascoltate di intere popolazioni.
Non sembra avere altra rotta, se non quella tracciata da altri. E la cosa sconcertante è che dentro questa dinamica autoritaria che si rimpalla dai media ai dirigenti, viene appunto completamente cancellato il ‘popolo’ di questo partito. Figuriamoci un rapporto e un dialogo serio con i giovani dei centri sociali, fra le realtà che hanno il merito di tenere accesi i fari sulle ferite di questo sistema. Ma Chiamparino non è nuovo a queste posizioni, e del resto è noto il suo rapporto di rigetto verso il popolo No-Tav, per non parlare delle sue posizioni sulla vicenda Fiat.
Se ai primi fischi uditi nei servizi che riportavano la notizia abbiamo immediatamente sorriso all’idea di una reazione vitale da parte dei partecipanti, ora siamo basiti. Né dai media, né tantomeno da parte del partito, sembra esserci alcuna rilevazione dell’esistenza di un popolo, seppure di spettatori, di una volontà, dell’espressione di un pensiero, di una reazione, di un batticuore. Nulla. Esiste un parterre composto da dirigenti, e una barricata, da dietro alla quale i ‘nemici’ sparano. Purtroppo il candelotto o bengala che fosse è stato davvero il là per dire ‘sparano’, e ignorare quale principio di democrazia sia poter contestare e fischiare ad un dibattito. E non solo, perché oggi si va oltre.
Il punto oggi è che oltre a contestare – appunto – questo elementare principio democratico, si arriva ad ignorare l’intera platea. Che d’altra parte, va detto, almeno a un primo giro sul web, non reagisce, non fa sentire la sua voce, per ricordare a media e dirigenza che la contestazione è sacra, e va tenuta separata dai gesti violenti, tutelandola attraverso il rispetto del dissenso. Perché altrimenti il risultato è che la contestazione che vale è solo quella dei media imperanti e dei dirigenti. In linea con la lotta di classe, ad uso esclusivo dei padroni. Senza più popolo se non di sudditi, e di servi in fabbrica. Inesistenti, se non per ubbidire.
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