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Libia: La «bestemmia» di Jalil

Intervista ad Angelo Del Boca, storico

di Tommaso Di Francesco

In questi giorni il presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil, proprio nel centenario dell'avventura coloniale italiana in Libia, rivolto al ministro della difesa italiano, nonché post-fascista, Ignazio La Russa in visita a Tripoli, ha riletto la storia libica. Dichiarando che l'Italia coloniale è stata meglio di Gheddafi perché « ha rappresentato un periodo di grande sviluppo nelle infrastrutture e costruzioni, nell'agricoltura, e la legge permetteva processi giusti». Su questo e sugli sviluppi della guerra abbiamo rivolto alcune domande allo storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca.

Cosa pensa di queste dichiarazioni dil Jalil?

Che non abbia riletto bene la storia del suo paese. Perché dire che il colonialismo italiano è stato meglio di Gheddafi è quasi una bestemmia. Basta citare solo alcuni avvenimenti. Per esempio la costruzione di 15 campi di concentramento nei quali sono morte almeno 40mila persone per fucilazioni, mantenimento inadatto, malattie. Poi almeno altre 60-70mila persone che sono cadute nella difesa del proprio paese. Dai miei calcoli sono morti, durante i nostri trenta anni d'occupazione, circa 100mila libici, su una popolazione allora di 800mila abitanti. Vuol dire che un ottavo della popolazione ha combattuto per difendere il proprio paese. Sui «processi equi e giusti», ricordiamo che i processi erano spaventosamente barbari. Omar al-Mukhtar, leader della resistenza in Cirenaica, venne processato in modo farsesco e poi impiccato davanti a 20mila persone perché «ricordassero». La feroce repressione ha riguardato migliaia e migliaia di persone, l'impiccagione era lo strumento del terrore, c'erano forche da uno a dieci posti. Nella piazza del pane a Tripoli ce n'era una da otto-dieci posti, e lì ogni tanto impiccavano un po' di libici. Tra i responsabili del massacro,il generale Graziani che nel dopoguerra in Italia divenne presidente del Msi. La Russa se lo ricorda bene. Con Graziani c'era anche Badoglio. Fu lui a «creare» i 15 campi di concentramento. «Io so perfettamente - scriveva in una sua lettera - che la creazione di questi campi e l'ammasso di tutta la popolazione cirenaica, vorrà dire forse la liquidazione dell'intera popolazione, ma non possiamo fare diversamente».

Se questo è quello che pensa la nuova Libia, perché dovrebbe esserci un Trattato che prevede un ricco risarcimento per le colpe del colonialismo italiano?

Viste le dichiarazioni di Jalil, direi che dobbiamo prendere atto che il colonialismo italiano è stato «buono», «generoso», «giusto». E quindi non vale più la pena che noi diamo quel risarcimento previsto dal Trattato di Bengasi del 2008 di ben cinque miliardi di dollari in 20 anni, chiesto per tanti anni e finalmente ottenuto da Tripoli. Ora che Gheddafi non c'è più e non lo chiede più, il suo successore invece dice che è tutto diverso. Allora non dobbiamo dargli più una lira.

Quanto è rappresentativo della nuova Libia questo «pensiero» del presidente del Cnt?

Non sono in molti a condividerlo, almeno tra l'emigrazione politica che conosco. Fino a qualche tempo fa, con il concorso della Cirenaica, si era stabilita una «giornata della vendetta» per i crimini del colonialismo italiano. Abolita con la firma del trattato di Bengasi. Temo che Jalil e Jibril, ministri del governo Gheddafi passati agli insorti, insistano ora per una nuova tutela da parte dell'Italia nel momento in cui si evidenzia, a guerra non finita, il predominante ruolo militare dell'integralismo islamico. Lo dimostra il fatto che il potere militare di Tripoli è in mano al comandante Belhaji, jihadista della prima ora in Afghanistan e inizialmente legato, per sua ammissione, ad Al Qaeda. Avremo delle sorprese. Sono infatti gli stessi che Gheddafi reprimeva violentemente per conto dell'Occidente che lo considerava un argine all'integralismo islamico.

Perché quello di Sirte, oltre che un assedio non raccontato dai media, è particolarmente crudele per i raid Nato e per l'accanimenro degli insorti?

Dicono che è la città di Gheddafi. In realtà è nato a Gasbwadi, lontana 15 chilometri e già caduta da giorni. Sirte però era la località che Gheddafi prediligeva ed infatti l'aveva ricostruita. Quando l'ho vista per la prima volta era un villaggio di poche capanne, oggi è una città di 100mila abitanti. L'accanimento contro questa città è per punire Gheddafi. Ma quella popolazione disperata e in fuga non ha niente a che fare con il raìs, non è neanche della sua tribù composta per altro da poche migliaia di uomini.

A questo punto, dov'è Gheddafi?

Non è a Sirte, non nel villaggio presso Tripoli o a Radames come dicevano. È ancora in Libia. Altrimenti i paesi confinanti lo avrebbero annunciato, come hanno fatto per il resto della famiglia che si è rifugiata in Algeria o in Niger, dichiarando un'accoglienza «umanitaria». La Nato ripete che Gheddafi non è l'obiettivo della campagna. In realtà lo è perché solo con questa operazione «finale» si potrà dire finita la guerra. Ma ogni giorno c'è un luogo dove si combatte. A fine agosto si combatteva perfino a Bengasi. Questo dimostra che non si è trattato di una insurrezione generale contro di lui. Alla fine i «pochi» lealisti di Gheddafi erano in realtà centinaia di migliaia.

   il Manifesto del 14 ottobre 2011

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