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15 ottobre. Il giorno dopo. Prime valutazioni/1
di Enrico Campofreda - Alessandro- Wu Ming1 - Giovanni Iozzoli

Ci sono arrivati o ci sono stati segnalati in redazione alcuni interventi "a caldo" sulla manifestazione del 15 ottobre (ieri). Ne pubblichiamo alcuni, ne attendiamo altri. Ultimo in ordine di tempo: Francesco Caruso

La violenza, la rivolta

Di Enrico Campofreda

Tante facce sorridenti nel corteo e poi i bastoni dei cartelli, come nell’antica canzone. E i fuochi e i danneggiamenti. Lo spettro della violenza che dilaga, devasta, infanga gli ideali. Davvero? A sentire pacifisti e pacificatori è così. Con l’aggiunta della scomunica di chi, traendo rendite di posizione nelle vesti di leader si sente pontefice e discetta su bene e male. Sui cancri da estirpare per poter disporre dell’altrui indignazione al piacimento dei rinati disegni politici della sua parrocchia. E’ la supponenza che evita di osservare e confrontarsi con la complessità di un pezzo di società che rifiuta di vivere schiavizzata dal liberismo e dai poteri delle banche. Uno dei due elementi che salta agli occhi nella manifestazione di Roma è proprio quello di una piazza enorme, antagonista, dignitosa, indignata, rabbiosa e ribelle. Ricca di esperienze e risorse diverse, che non si fida dei partiti - anche per quello che i partiti di una recente sinistra nata antagonista e finita poltronista rappresentano - ma che non può camminare nella spontaneità e deve fare i conti con la politica. Una piazza con anime e provenienze differenti, legate a successi ottenuti con l’urna del referendum (Acqua bene comune) e altre che non possono fare a meno della rottura (No Tav). Trattativa e sampietrino sono solo strumenti rivolti a un fine, come insegnano decenni di lotte sociali. I protagonisti delle stesse devono decidere quando e come usarli, senza teorizzare vie salvifiche per l’una e inferni nel caso opposto.

Sulla violenza, l’altro elemento apparso a Roma, si riapre il can-can mistificatorio. Tralasciando quello dell’informazione di Stato che pratica il lavoro sporco di un aprioristico supporto ideologico, nelle voci politiche e mediatiche della sinistra che ha tagliato i ponti con la stessa storia di cui portava simboli il tema riappare come un fantasma. Questione non da oggi scomoda perché correlata con obiettivi e finalità. I quali, se diventano il fare l’eco al sistema, non possono concepire né rotture né lotte ma solo simboliche deleghe per la cogestione. Lo sanno da anni i precari, giovani e maturi, e l’ultima classe operaia che si vuol far sparire, alla Fiat o a Fincantieri. Lo sa chi difende coi denti l’occupazione in ogni settore. Lo sanno i giovanissimi senza futuro che, alla stregua dei guerriglieri (per tutti Black block) del corteo romano o di uno Stato in dissoluzione come la Grecia, parlano solo di presente. Loro, forse a ragione, non vedono altro. Il problema non è la vetrina rotta. Il problema può essere la comprensione dell’utilità e del momento per farlo. E credere che non farlo sia garanzia di futuro per una protesta solo pacifista oppure finalizzare a un luddismo autoreferenziale la rabbia di contraddizioni sociali devastanti nelle vite comuni e soggettive. La ragione non ama la forza, ma lo strumento della forza ha ragione d’esistere per alleviare dolori. Le pene profondissime che il mondo globalizzato realizza ovunque sono sotto gli occhi di tutti. Oggi solo gli stolti e le cattive coscienze possono guardare ai cocci.

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“Felice di essere condannato da quel blocco politico che è parte del problema”

Di Alessandro (Collettivo Militant)

Beh, è evidente che non conosco tutti e 300.000 i manifestanti. Però conosco più o meno direttamente tutte le aree politiche romane e tutte le aree politiche italiane che sono state in piazza oggi.
Il dibattito su cosa doveva e non doveva essere questo 15 ottobre, inoltre, era assolutamente pubblico e aperto.
Il movimento ha espresso in questa manifestazione notevoli diversità sia politiche sia di iniziativa di piazza. Ed è giusto che sia così. Il problema è un altro, e mi sembra rimanga ancora ignorato.

E’ vero, c’era una parte del corteo assolutamente contraria alle violenze di piazza, alla conflittualità sociale, allo scontro politico, e si è resa subito manifesta. Nessuno lo nasconde.

Però quello che si fa fatica a notare sono le migliaia di persone che hanno partecipato, in differenti modalità, al conflitto sociale espresso oggi in piazza. Non erano 100, 200 o 1000 black block, anarchici o come li si voglia etichettare, che hanno preso in ostaggio il corteo per “fare casino”, ma migliaia e migliaia di persone che hanno deciso di praticare il conflitto sociale in maniera radicale, scontrandosi, cercando di raggiungere i palazzi del potere. Ad un certo punto era piena piazza San Giovanni (!) e piazzale Appio oltre le mura, di giovani che esprimevano il loro dissenso. Roba di 10.000 o 20.000 persone.

Saranno stati anche una minoranza, non lo so, ma una *notevole* minoranza, e in particolar modo quella medesima minoranza che in queste settimane ha organizzato il corteo.
Se le dirigenze del PD, di SEL, di Attak, dell’ARCI o dell’IDV si stanno risentendo in queste ore di come è andata la manifestazione, poco male. Non hanno capito che la violenza di piazza espressa oggi non era solo contro le guardie, ma contro quelle opzione politiche che loro rappresentano. La piazza schifava quei rappresentanti dell’alternanza politica PD-L, e che adesso siano offesi degli scontri non fa altro che aumentare la nostra goduria, detto fuori dai denti.

Insomma, assolutamente felice di essere condannato da quel blocco politico che è parte del problema, contro cui si scagliava oggi la rabbia precaria che si è espressa facendo sobbalzare dalla sedia i vari commentatori politici.

Forse non è abbastanza chiaro, ma il corteo di oggi rappresentava l’alternativa anticapitalista al sistema economico che oggi ci governa. Non era solo il corteo contro Berlusconi, contro il PDL o contro le banche. Era anche il corteo contro il PD e tutta l’opposizione parlamentare. Se qualcuno non lo ha capito ed è venuto in piazza lo stesso, peggio per lui.

E ripeto, non tutto ciò che è successo oggi mi/ci ha convinto, e non sappiamo neanche se sia possibile “capitalizzare” questa rabbia espressa oggi, trovandogli uno sbocco politico. Ma tant’è, la rabbia si è espressa, ragioniamo sul domani, su come rendere incanalabile questa rabbia verso un processo politico alternativo a questo sistema. No reiterando i soliti clichè fra i bravi manifestanti pacifici e i cattivi (o gli infiltrati) manifestanti col cappuccio in testa.

Alessandro – Collettivo Militant

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@ Tutti i delusi, gli spaventati, gli incazzati.

Di Wu Ming 1

A me sorprende, davvero, che fino a oggi pomeriggio qualcuno si aspettasse qualcosa di diverso, dopo il 14 dicembre 2010. E’ andata com’era ovvio che andasse.

Rendiamoci conto di una cosa: non ci sarà mai più una “manifestazione nazionale di movimento” che non includa quel che abbiamo visto oggi. Quando si sceglierà quel format, si acquisterà sempre il “pacchetto completo”. C’è una rabbia sociale talmente indurita che non la scalfisce un martello pneumatico, e due generazioni allo sbando completo, derubate di futuro e furibonde, tutte pars destruens, prive di fiducia nei confronti più o meno di chiunque.

La narrazione degli infiltrati, vera o falsa che sia, è consolatoria e diversiva. Anche se degli infiltrati ci fossero, avrebbero ben poco lavoro da fare.

Migliaia di persone sono disposte allo scontro, è questo che non si vuole vedere. Io non sono d’accordo con la *valutazione* di Alessandro di Militant su com’è andata la giornata, che a mio avviso ha avuto un esito catastrofico. Ma la *descrizione* che fa Alessandro coglie nel segno, e io lo ringrazio perché viene qui a farla, mettendoci a disposizione un “sapere pratico”, il suo conoscere certe realtà.

Il format di cui sopra – coi suoi automatismi, la sua tempistica subalterna e i suoi percorsi finto-obbligati – è il più logoro, il più permeabile e quello che offre la maggiore “ribalta”.

Se uno vuole fare uno “statement”, far sapere al mondo che è incazzato marcio, non c’è niente di meglio della Grande Scadenza. Se si vuole evitare che una vasta massa di persone venga “sovradeterminata”, bisogna evitare il Corteo Nazionale, e trovare pratiche che permettano un’espressione più molteplice. Il principio “Occupy Everything” che ricordavo sopra va in quella direzione, e oggi *tutto il mondo tranne l’Italia* è andato in quella direzione.

In un contesto come questo, Violenza / Non-violenza è il monarca dei falsi problemi, è IL falso problema, quello con la corona di diamanti tarocchi in testa.

Il problema vero è: quali pratiche? Il Grande Corteo Nazionale, la convergenza di massa su Roma, ha abbondantemente rotto il cazzo, e impedisce di essere ovunque e di avere una libera molteplicità di pratiche.

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Comunque la si voglia vedere, la giornata del 15 ottobre segna un punto di svolta, nella storia dei movimenti in Italia.
Si può pensare quello che si vuole del suo epilogo – provocazioni, giusta rabbia, eroi o teppisti – ma il corteo diviso, sfrangiato e sostanzialmente disperso, è il segno di un grande e pesante vuoto politico.
Più che degli “scontri”, è di quel vuoto, che ci dobbiamo preoccupare.
Si fa presto a dire che quella piazza è “irrapresentabile”. Tutte le piazze, sostanzialmente, lo sono. Ma se la piazza resta “irrapresentabile”, il primo che arriva la “rappresenta di fatto” - fosse pure con un po' di macchine bruciate.
Quella piazza ha un grande bisogno di soggettività politica e di organizzazione, non di retorica sull'irrapresentabilità. Oggi, subito, dal 16 ottobre, c'è bisogno di una coraggiosa accelerazione nella direzione indicata dall'assemblea del primo ottobre all'Ambra Jovinelli: si costituisca uno spazio politico pubblico, di classe, sulle base delle poche e semplici parole d'ordine anticapitalistiche già acquisite da dibattito.
Sarà coalizione, alleanza, polo – sui dispositivi e le denominazioni la discussione è già avviata. Ma serve subito l'emersione, la visibilità, la bandiera alzata, di una nuova soggettività che in questo paese manca: quella che non ha paura di rappresentare “l'irrapresentabile” di quella piazza.
Alle volte, dentro certi passaggi, è necessario forzare l'orizzonte e assumersi la responsabilità dell'anticipazione. In mezzo ai fumi dei lacrimogeni – sparati nel nostro vuoto - dobbiamo intravedere il profilo di un nuovo progetto di classe per il ventunesimo secolo.
Torniamo nei nostri territori, non a piangerci addosso o a pontificare: ma a dire alle lavoratrici, ai lavoratori, ai giovani e ai precari, che il primo ottobre è nato qualcosa di importante e che il loro protagonismo e la loro indignazione, non dovranno più aspettare, per esprimersi, le infide “giornate-evento”, perchè sta maturando, finalmente, la loro nuova rappresentanza politica.

Giovanni Iozzoli, delegato rsu Fiom.
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Cosa è successo a Piazza San Giovanni ieri 15 ottobre 2011? Nihil sub sole novi?
di Francesco Caruso

E' ancora presto per "elaborare il lutto" e tentare di fare un ragionamento a freddo, anche se sembra ormai abbastanza chiaro che "gruppi di teppisti si sono infiltrati tra i manifestanti pacifici e hanno iniziato a scatenarsi in una atti di truce violenza contro le forze dell'ordine e contro la città, offuscando le ragioni e i motivi della protesta. Gruppi di facinorosi che hanno preparato e pianificato la cieca violenza di piazza ma senza alcun disegno politico se non quello di sfogare le loro pulsioni animalesche. Dal mondo politico un coro unanime di condanna: questa teppaglia va arrestata e rinchiusa in prigione".

Di questo parlano Tv e i giornali.
Non i quotidiani di oggi 16 ottobre 2011, ma del 10 luglio 1962.

La storiografia operaista ha successivamente contestualizzato gli scontri tra i giovani immigrati meridionali e le forze dell'ordine che si protrassero per tre giorni all'interno e nei dintorni di piazza Statuto a Torino come snodo fondamentale di gestazione delle lotte operaie che sarebbero poi esplose nel biennio rosso e negli anni settanta.
Malgrado siano trascorsi 50 anni, gli ordini discorsivi di gestione della "cieca violenza di piazza" sono rimasti praticamente identici.
Se cerchiamo però di alzare lo sguardo oltre le ricostruzioni contingenti e le reazioni legittimamente isteriche di politici e mass-media, la domanda sorge spontanea: è possibile intravedere una analogia storica tra la rivolta dell'operaio-massa di piazza Statuto ed i tumulti del precariato indignato di piazza San Giovanni?
Domanda a cui è difficile rispondere ma che già la sua semplice proposizione all'indomani degli scontri in piazza San Giovanni presta il fianco alle accuse di nobilitazione politica di una "teppaglia che non ha nessuna idea e ancor meno valori e idealità" (accuse però che, ricalcando letteralmente le parole e le categorie dell'etichettamento di allora, sembrano suffragare tale ipotesi).
Altri "crimini e altri "criminali" hanno devastato e messo a soqquadro strade e borghi certamente più irrilevanti del cuore della capitale, ma anche nel caso di Castelvolturno e di Rosarno ci troviamo a fare i conti, rispetto all'intenso lavoro di conricerca sviluppatosi allora intorno alla rivista "Quaderni Rossi", con una carenza di analisi e di inchiesta sulle pratiche reali di soggettivazione e di resistenza ai processi di crisi e ristrutturazione capitalistica.
Questo credo sia il punto derimente.
Un altro aspetto più "superficiale" riguarda l'egemonia e la complessità proteiforme dei movimenti sociali.
Perchè in Italia non si riesce, rispetto al movimento mondiale degli indignados, ad implementare il tradizionale meccanismo di "adopting, adapting and inventing"?
Sarebbe alquanto banale e particolarmente difficile individuare una risposta univoca e ancor più definitiva.
Soffermandoci sulla costruzione del 15 ottobre in Italia è possibile però individuare delle tracce.
In questo caso, in termini semplificatori, possiamo ricorrere ad un'altra comparazione diacronica con i movimenti che hanno scosso l'Italia nel passato.
17 febbraio 1977. Università La Sapienza di Roma. Scontri e tafferugli in occasione del comizio del segretario della CGIL Luciano Lama.
Si tratta di un parallelismo storico troppo azzardato? E' probabile, ma se ci soffermiamo sul difficile equilibrio che si definisce tra movimenti emergenti e soggettività organizzate, possiamo tentare di individuare alcune invarianze storiche.
La "cieca violenza di piazza" rappresenta infatti in entrambi i casi la risposta istintiva al tentativo delle organizzazioni tradizionali di riconduzione dell'effervescenza sociale caratteristica dello statu nascente dei movimenti dentro una strettoia particolarmente rigida e soffocante.
Lo spazio della contesa non è in questo caso però l'agibilità fisica dell'università occupata ma lo spazio simbolico della protesta, il tentativo cioè di traslare all'interno del tradizionale repertorio dell'azione collettiva, i percorsi eretici e innovativi di lotta come l'occupazione ad oltranza delle piazze centrali sviluppatosi nell'ultimo anno in tante città del Mediterraneo e non solo.
Se la cacciata di Lama ha segnato simbolicamente la rottura definitiva tra il movimento del settantasette e gli apparati tradizionali della rappresentanza politica e sindacale, l'appropriazione manu militari di Piazza San Giovanni ha riconfermato - dopo piazza del Popolo - l'insostenibilità della pretesa di gestione dell'ondata di indignazione dentro i tradizionali schemi della manifestazione sindacale con comizio finale.

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