Prezzo della Crisi del 01-02-2011: 'Afghanistan, sempre più vittime tra i civili'
Nel Paese asiatico l’occupazione della Nato non ha risolto nulla: aumentano i morti, soprattutto tra la popolazione, con un record negativo registrato nel 2010. E senza nessuna prospettiva di pace
di Vittorio Bonanni
Sono molte le ragioni per andarsene dall’Afghanistan. Da quando la Nato ha occupato il paese asiatico con l’avallo dell’Onu non solo non è stata raggiunta la pace, ma la guerra ha subìto una recrudescenza, il nuovo governo che si è insediato capeggiato da Hamid Karzai si è rivelato corrotto ed inefficiente, molti militari stranieri sono morti e, soprattutto, molti civili sono stati uccisi in un crescendo insostenibile. Quest’ultimo dato ha avuto ulteriore conferma oggi. Secondo l’organizzazione non governativa afghana Afghan rights monitor (Arm), sono almeno 2400 i civili uccisi nel corso del 2010. Circa sei ogni giorno. Un bilancio terribile, un vero record negativo che trasforma l’anno da poco finito nel peggiore dall’inizio del conflitto. Cifre peraltro non troppo dissimili da quelle diffuse dall’Onu a dicembre, che delineavano uno scenario se possibile ancora peggiore: 2412 civili uccisi da gennaio ad ottobre, con una crescita del 20% rispetto all’anno precedente. Questi
morti hanno diversi responsabili, ovvero tutti gli attori della guerra: gli “insorti”, cioé i talebani, lo sono nella misura di circa due terzi; le forze internazionali hanno ucciso il 21% di tutti i civili deceduti e le milizie loro alleate il 12%. Tra le cause della morte le bombe artigianali sono in testa: hanno assassinato circa 700 persone, ferite 1800, dimostrando che le prime vittime di questi ordigni sono appunto i non combattenti e non i militari locali o internazionali che siano. Altri dati: 400 morti tra i funzionari e i capi tribali, 237 civili morti in attentati suicidi a questi ultimi attribuiti. Dulcis in fundo, i “presunti talebani” uccisi dalle forze della coalizione. «Un dato che mina gravemente la credibilità della forza internazionale tra gli afghani». Senza contare le numerose violazioni dei diritti umani compiute dalle milizie alleate e antitalebane sostenute dal governo, i cui crimini restano di fatto impuniti. Il dato fornito da Arm si conclude con un
a considerazione lapidaria: «In Afghanistan mancano le condizioni preliminari per una pace duratura: un governo legittimo, competente e indipendente», al posto di un esecutivo «altamente corrotto e inefficace che ricompensa i signori della guerra, i criminali e i trafficanti di droga». Ragioni sufficienti per ripensare completamente la strategia internazionale da adottare a Kabul e dintorni e per non essere più complici di un conflitto che ha prodotto il disastro umanitario che abbiamo appena finito di descrivere.
di Vittorio Bonanni
Sono molte le ragioni per andarsene dall’Afghanistan. Da quando la Nato ha occupato il paese asiatico con l’avallo dell’Onu non solo non è stata raggiunta la pace, ma la guerra ha subìto una recrudescenza, il nuovo governo che si è insediato capeggiato da Hamid Karzai si è rivelato corrotto ed inefficiente, molti militari stranieri sono morti e, soprattutto, molti civili sono stati uccisi in un crescendo insostenibile. Quest’ultimo dato ha avuto ulteriore conferma oggi. Secondo l’organizzazione non governativa afghana Afghan rights monitor (Arm), sono almeno 2400 i civili uccisi nel corso del 2010. Circa sei ogni giorno. Un bilancio terribile, un vero record negativo che trasforma l’anno da poco finito nel peggiore dall’inizio del conflitto. Cifre peraltro non troppo dissimili da quelle diffuse dall’Onu a dicembre, che delineavano uno scenario se possibile ancora peggiore: 2412 civili uccisi da gennaio ad ottobre, con una crescita del 20% rispetto all’anno precedente. Questi
morti hanno diversi responsabili, ovvero tutti gli attori della guerra: gli “insorti”, cioé i talebani, lo sono nella misura di circa due terzi; le forze internazionali hanno ucciso il 21% di tutti i civili deceduti e le milizie loro alleate il 12%. Tra le cause della morte le bombe artigianali sono in testa: hanno assassinato circa 700 persone, ferite 1800, dimostrando che le prime vittime di questi ordigni sono appunto i non combattenti e non i militari locali o internazionali che siano. Altri dati: 400 morti tra i funzionari e i capi tribali, 237 civili morti in attentati suicidi a questi ultimi attribuiti. Dulcis in fundo, i “presunti talebani” uccisi dalle forze della coalizione. «Un dato che mina gravemente la credibilità della forza internazionale tra gli afghani». Senza contare le numerose violazioni dei diritti umani compiute dalle milizie alleate e antitalebane sostenute dal governo, i cui crimini restano di fatto impuniti. Il dato fornito da Arm si conclude con un
a considerazione lapidaria: «In Afghanistan mancano le condizioni preliminari per una pace duratura: un governo legittimo, competente e indipendente», al posto di un esecutivo «altamente corrotto e inefficace che ricompensa i signori della guerra, i criminali e i trafficanti di droga». Ragioni sufficienti per ripensare completamente la strategia internazionale da adottare a Kabul e dintorni e per non essere più complici di un conflitto che ha prodotto il disastro umanitario che abbiamo appena finito di descrivere.
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