Prezzo della Crisi del 06-04-2011: 'La vita soffocata dall’istituzione totale'
di Anna Maria Bruni
Accade nel carcere di Bari, ma potrebbe essere un qualsiasi altro istituto di pena. Carlo Saturno, 22 anni appena, si è impiccato, ed ora lotta fra la vita e la morte. Colpevole? No, parte lesa, in un processo dove oggi avrebbe dovuto deporre, per raccontare le atrocità, torture e sevizie, subite nove anni prima, a 13 anni, insieme ad altri ragazzini, da parte di nove secondini di sorveglianza. Accadeva nel carcere minorile di Lecce, dove era rinchiuso prima di conoscere quello per gli adulti di Bari. Come non ricordare la morte di Aldo Branzino nel carcere di Perugia, o quella di Marcello Lonzi, carcere di Livorno, sempre nel 2003, Franco Sparaccio, carcere di Caserta, 2011, Giuseppe Saladino, carcere di Parma, 2009, Stefano Cucchi, Roma, 2009. Sono solo i casi noti, quelli che sono saliti agli “onori delle cronache”, ma bastano a segnalare una gestione disumana dell’istituzione carceraria. Parliamo di morti sospette, ma anche se il colpo di grazia è autoinflitto, noi lo consideriamo a tutti gli effetti un omicidio, come quello di tutti gli altri.
Perché un ragazzino che subisce violenza in carcere deve fare molta strada nel percorso della consapevolezza e della lucidità, per poter denunciare i suoi aggressori. Si legge di “ragazzini denudati e pestati in cella”, fino a “far uscire sangue da entrambe le orecchie”, o a “spezzargli tre denti”, riportano da Antigone, l’associazione che si batte per i diritti dei carcerati, che già dall’anno scorso ha lanciato una campagna per la messa fuori legge degli istituti carcerari. Il Gup che ha seguito l’inchiesta scaturita dalla denuncia di Carlo ha rinviato a giudizio tutti e nove i poliziotti della famigerata squadra di sorveglianza.
Ma la divaricazione tra il coraggio di Carlo e il rinvio a giudizio dei poliziotti è diventata un abisso nel quale qualcuno, nella notte, deve aver spinto quel ragazzo. Vogliamo sapere dove prestavano servizio i nove agenti sotto processo nel momento in cui Carlo Saturno compiva il tragico gesto, e vogliamo sapere quali misure sono state prese a sua protezione. Perché quell’abisso è prima di tutto un abisso di solitudine. Perché nessuno ha protetto la sua vita, e la sua voce, testimonianza preziosa sulla violenza disumana che quotidianamente i deboli subiscono dai forti. Fino alla condanna del debole per essere debole, se i tuoi aguzzini sono i tuoi carcerieri. Carlo è una voce messa a tacere, un cappio intorno al collo stretto forse solo con la violenza dell’intimidazione, insostenibile in solitudine, mentre persino la legge – come il processo breve, che vanificherebbe anche questo - oggi è uno strumento in mano ai potenti. Un altro modo di essere aguzzini, e carcerieri.
Accade nel carcere di Bari, ma potrebbe essere un qualsiasi altro istituto di pena. Carlo Saturno, 22 anni appena, si è impiccato, ed ora lotta fra la vita e la morte. Colpevole? No, parte lesa, in un processo dove oggi avrebbe dovuto deporre, per raccontare le atrocità, torture e sevizie, subite nove anni prima, a 13 anni, insieme ad altri ragazzini, da parte di nove secondini di sorveglianza. Accadeva nel carcere minorile di Lecce, dove era rinchiuso prima di conoscere quello per gli adulti di Bari. Come non ricordare la morte di Aldo Branzino nel carcere di Perugia, o quella di Marcello Lonzi, carcere di Livorno, sempre nel 2003, Franco Sparaccio, carcere di Caserta, 2011, Giuseppe Saladino, carcere di Parma, 2009, Stefano Cucchi, Roma, 2009. Sono solo i casi noti, quelli che sono saliti agli “onori delle cronache”, ma bastano a segnalare una gestione disumana dell’istituzione carceraria. Parliamo di morti sospette, ma anche se il colpo di grazia è autoinflitto, noi lo consideriamo a tutti gli effetti un omicidio, come quello di tutti gli altri.
Perché un ragazzino che subisce violenza in carcere deve fare molta strada nel percorso della consapevolezza e della lucidità, per poter denunciare i suoi aggressori. Si legge di “ragazzini denudati e pestati in cella”, fino a “far uscire sangue da entrambe le orecchie”, o a “spezzargli tre denti”, riportano da Antigone, l’associazione che si batte per i diritti dei carcerati, che già dall’anno scorso ha lanciato una campagna per la messa fuori legge degli istituti carcerari. Il Gup che ha seguito l’inchiesta scaturita dalla denuncia di Carlo ha rinviato a giudizio tutti e nove i poliziotti della famigerata squadra di sorveglianza.
Ma la divaricazione tra il coraggio di Carlo e il rinvio a giudizio dei poliziotti è diventata un abisso nel quale qualcuno, nella notte, deve aver spinto quel ragazzo. Vogliamo sapere dove prestavano servizio i nove agenti sotto processo nel momento in cui Carlo Saturno compiva il tragico gesto, e vogliamo sapere quali misure sono state prese a sua protezione. Perché quell’abisso è prima di tutto un abisso di solitudine. Perché nessuno ha protetto la sua vita, e la sua voce, testimonianza preziosa sulla violenza disumana che quotidianamente i deboli subiscono dai forti. Fino alla condanna del debole per essere debole, se i tuoi aguzzini sono i tuoi carcerieri. Carlo è una voce messa a tacere, un cappio intorno al collo stretto forse solo con la violenza dell’intimidazione, insostenibile in solitudine, mentre persino la legge – come il processo breve, che vanificherebbe anche questo - oggi è uno strumento in mano ai potenti. Un altro modo di essere aguzzini, e carcerieri.
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