Prezzo della Crisi del 07-04-2011: 'Istruzioni per l’uso'
di Stefano Galieni
L’articolo di oggi vuole essere uno strumento di servizio per tutte e tutti coloro che si ritrovano e si ritroveranno in questi giorni ad aver a che fare con il pessimo esempio di accoglienza dei profughi giunti dal magreb. Se si eccettuano gli esperimenti di buon senso che sembra si stiano realizzando in Toscana – dove invece di concentrare le persone in macro ghetti si è preferito utilizzare piccole strutture gestite direttamente dagli enti locali in accordo con il mondo dell’associazionismo e del volontariato – nel resto del Bel Paese si sono realizzati, con la solita scusa dell’emergenza, strutture di internamento, quasi sempre tendopoli, che hanno causato disagi e sofferenze tanto a chi aveva già passato settimane all’addiaccio a Lampedusa quanto alle popolazioni limitrofe. Il federalista Maroni si è comportato più che altro da “federale”, agendo di imperio ha infatti fatto realizzare siti privi di qualsiasi status giuridico denominati CAI (Centri di accoglienza e identificazione). Nessun consiglio dei ministri e nessun parlamento ha dato il la ufficialmente a tali realizzazioni, sovente l’arrivo di centinaia di persone ha lasciato basiti sindaci e prefetti che si son visti montare tende, alzare recinzioni, giungere agenti di ogni corpo delle forze dell’ordine, in un batti baleno. Eppure il cosiddetto “Piano B” doveva, secondo l’ineffabile ministro, essere pronto da gennaio. Ci sono stati numerosi incontri con le Regioni e con i prefetti, erano state mandate le richieste per individuare siti idonei, peccato che il ministro appariva ancora convinto di poter rimandare in blocco al punto di partenza i cittadini tunisini- obbedendo alla elegante regola del “foera da i ball” e ospitare soltanto richiedenti asilo provenienti dalla Libia. Costretto dagli eventi a spostare da Lampedusa i ragazzi ammassati in 22 km quadrati, ha operato come un abile teatrante. Una prima parte dei ragazzi tunisini ha avuto, per grazia ricevuta, la possibilità di chiedere asilo ed è stata collocata nel nuovo Centro accoglienza richiedenti asilo (CARA) di Mineo, in provincia di Catania. Sono stati ovvero trasformati con un abile trucco di prestidigitazione da “pericolosi clandestini e potenziali terroristi” in persone bisognose di protezione. Non si trattava certo di un atto di bontà quaresimale. Ma le persone continuavano ad arrivare e allora via con l’agglomerato immenso di Manduria, nel tarantino, dove si è giunti a tenere 2900 persone. Nei primi giorni una parte consistente dei trattenuti si è data alla macchia perché – il ministro fa e dispone del codice a suo modo – chi si allontana diventa automaticamente clandestino e può essere espulso. Poi le tendopoli gli hanno preso la mano: ne sono sorte a Trapani, nell’ex aeroporto di Kinisia (zona contaminata da amianto pericoloso per i trapanesi ma non per i 600 migranti), a Caltanissetta, presso il Cie, a Palazzo S. Gervasio, provincia di Potenza, a S. Maria Capua Vetere, ex caserma, a Campochiaro, Molise e a Civitavecchia, altra caserma nei pressi di Roma. Una specie di Cie è stato allestito in fretta e in furia a Ventimiglia per riprendere le persone respinte in territorio francese. In tutte queste strutture, in base ad una fantomatica disposizione ministeriale è stato negato l’accesso anche ai parlamentari della Repubblica. La situazione si presenta in perenne evoluzione e probabilmente ben presto con l’applicazione dell’Art 20 del testo unico, che garantisce protezione temporanea, i trattenuti dovranno essere liberati. Ma cosa fare nel frattempo e come comportarsi per aiutare coloro che arriveranno? Intanto chi vive e opera nei pressi delle tendopoli dovrebbe, se non lo ha ancora fatto, costruire reti di azione comune nel circuito antirazzista, per realizzare veri e propri osservatori democratici. Confrontarsi insomma con amministrazioni e prefetture, organizzare presidi, insistere per poter monitorare cosa avviene nei centri, quali sono all’interno le condizioni socio sanitarie, verificare che venga fornita adeguata assistenza legale, fungere da ponte con l’esterno. Allo stesso tempo queste reti debbono costruire ponti di relazione con il territorio per evitare o attutire l’emergere di rigurgiti, volontari o precostituiti di vera e propria xenofobia. Per coloro che otterranno l’art 20 potrebbero rivelarsi necessarie iniziative di sostegno per allontanarsi dal territorio nazionale- dovrebbero potersi muovere liberamente nell’area Schengen – oppure per trovare forme di inclusione lavorativa e abitativa. Con queste persone potrebbe essere necessario costruire vere e proprie piattaforme vertenziali ad esempio per veder garantito un eventuale rinnovo del permesso temporaneo o una trasformazione in permesso per motivi di lavoro. Se si dovesse protrarre la detenzione in questo regime sarà senz’altro il caso di sollecitare forti iniziative politiche da parte delle forze e delle associazioni antirazziste. Enigmatica resta la situazione di Lampedusa dove potrebbe ripetersi la condizione di sovraffollamento – e in tal caso al lavoro informativo dovrà aggiungersi quello di un supporto di assistenza – oppure potrebbero realizzarsi condizioni di detenzione ancora più difficilmente superabili. Laddove ci sono le forze sarebbe poi estremamente positivo riuscire a seguire situazioni individuali di particolare vulnerabilità, donne, minori non accompagnati, persone il cui rimpatrio potrebbe essere causa di trattamento disumano e degradante ecc… Ci attende insomma una stagione complessa, sarà comunque importante che ogni informazione trovi modalità di circolare in maniera diffusa. Il rischio peggiore per chi è fuggito con lo scopo di ricostruirsi una vita è nel silenzio e nell’invisibilità.
L’articolo di oggi vuole essere uno strumento di servizio per tutte e tutti coloro che si ritrovano e si ritroveranno in questi giorni ad aver a che fare con il pessimo esempio di accoglienza dei profughi giunti dal magreb. Se si eccettuano gli esperimenti di buon senso che sembra si stiano realizzando in Toscana – dove invece di concentrare le persone in macro ghetti si è preferito utilizzare piccole strutture gestite direttamente dagli enti locali in accordo con il mondo dell’associazionismo e del volontariato – nel resto del Bel Paese si sono realizzati, con la solita scusa dell’emergenza, strutture di internamento, quasi sempre tendopoli, che hanno causato disagi e sofferenze tanto a chi aveva già passato settimane all’addiaccio a Lampedusa quanto alle popolazioni limitrofe. Il federalista Maroni si è comportato più che altro da “federale”, agendo di imperio ha infatti fatto realizzare siti privi di qualsiasi status giuridico denominati CAI (Centri di accoglienza e identificazione). Nessun consiglio dei ministri e nessun parlamento ha dato il la ufficialmente a tali realizzazioni, sovente l’arrivo di centinaia di persone ha lasciato basiti sindaci e prefetti che si son visti montare tende, alzare recinzioni, giungere agenti di ogni corpo delle forze dell’ordine, in un batti baleno. Eppure il cosiddetto “Piano B” doveva, secondo l’ineffabile ministro, essere pronto da gennaio. Ci sono stati numerosi incontri con le Regioni e con i prefetti, erano state mandate le richieste per individuare siti idonei, peccato che il ministro appariva ancora convinto di poter rimandare in blocco al punto di partenza i cittadini tunisini- obbedendo alla elegante regola del “foera da i ball” e ospitare soltanto richiedenti asilo provenienti dalla Libia. Costretto dagli eventi a spostare da Lampedusa i ragazzi ammassati in 22 km quadrati, ha operato come un abile teatrante. Una prima parte dei ragazzi tunisini ha avuto, per grazia ricevuta, la possibilità di chiedere asilo ed è stata collocata nel nuovo Centro accoglienza richiedenti asilo (CARA) di Mineo, in provincia di Catania. Sono stati ovvero trasformati con un abile trucco di prestidigitazione da “pericolosi clandestini e potenziali terroristi” in persone bisognose di protezione. Non si trattava certo di un atto di bontà quaresimale. Ma le persone continuavano ad arrivare e allora via con l’agglomerato immenso di Manduria, nel tarantino, dove si è giunti a tenere 2900 persone. Nei primi giorni una parte consistente dei trattenuti si è data alla macchia perché – il ministro fa e dispone del codice a suo modo – chi si allontana diventa automaticamente clandestino e può essere espulso. Poi le tendopoli gli hanno preso la mano: ne sono sorte a Trapani, nell’ex aeroporto di Kinisia (zona contaminata da amianto pericoloso per i trapanesi ma non per i 600 migranti), a Caltanissetta, presso il Cie, a Palazzo S. Gervasio, provincia di Potenza, a S. Maria Capua Vetere, ex caserma, a Campochiaro, Molise e a Civitavecchia, altra caserma nei pressi di Roma. Una specie di Cie è stato allestito in fretta e in furia a Ventimiglia per riprendere le persone respinte in territorio francese. In tutte queste strutture, in base ad una fantomatica disposizione ministeriale è stato negato l’accesso anche ai parlamentari della Repubblica. La situazione si presenta in perenne evoluzione e probabilmente ben presto con l’applicazione dell’Art 20 del testo unico, che garantisce protezione temporanea, i trattenuti dovranno essere liberati. Ma cosa fare nel frattempo e come comportarsi per aiutare coloro che arriveranno? Intanto chi vive e opera nei pressi delle tendopoli dovrebbe, se non lo ha ancora fatto, costruire reti di azione comune nel circuito antirazzista, per realizzare veri e propri osservatori democratici. Confrontarsi insomma con amministrazioni e prefetture, organizzare presidi, insistere per poter monitorare cosa avviene nei centri, quali sono all’interno le condizioni socio sanitarie, verificare che venga fornita adeguata assistenza legale, fungere da ponte con l’esterno. Allo stesso tempo queste reti debbono costruire ponti di relazione con il territorio per evitare o attutire l’emergere di rigurgiti, volontari o precostituiti di vera e propria xenofobia. Per coloro che otterranno l’art 20 potrebbero rivelarsi necessarie iniziative di sostegno per allontanarsi dal territorio nazionale- dovrebbero potersi muovere liberamente nell’area Schengen – oppure per trovare forme di inclusione lavorativa e abitativa. Con queste persone potrebbe essere necessario costruire vere e proprie piattaforme vertenziali ad esempio per veder garantito un eventuale rinnovo del permesso temporaneo o una trasformazione in permesso per motivi di lavoro. Se si dovesse protrarre la detenzione in questo regime sarà senz’altro il caso di sollecitare forti iniziative politiche da parte delle forze e delle associazioni antirazziste. Enigmatica resta la situazione di Lampedusa dove potrebbe ripetersi la condizione di sovraffollamento – e in tal caso al lavoro informativo dovrà aggiungersi quello di un supporto di assistenza – oppure potrebbero realizzarsi condizioni di detenzione ancora più difficilmente superabili. Laddove ci sono le forze sarebbe poi estremamente positivo riuscire a seguire situazioni individuali di particolare vulnerabilità, donne, minori non accompagnati, persone il cui rimpatrio potrebbe essere causa di trattamento disumano e degradante ecc… Ci attende insomma una stagione complessa, sarà comunque importante che ogni informazione trovi modalità di circolare in maniera diffusa. Il rischio peggiore per chi è fuggito con lo scopo di ricostruirsi una vita è nel silenzio e nell’invisibilità.
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