Prezzo della Crisi del 11-05-2011: 'La guerra di Giorgio'
di Stefano Galieni
“La guerra non è nulla più che un proseguimento della politica con altri mezzi” affermava il generale Von Clausewitz nel suo “Della guerra” pubblicato postumo nel 1832, ben prima dunque che si addivenisse all’unità d’Italia. Un altro generale, molti anni dopo, il comandante supremo delle forze armate nonché presidente della repubblica Giorgio Napolitano, in piena continuità afferma “Basta alla politica come guerra, voglio il rispetto reciproco”. Cosa lega i due illustri pensatori vissuti a secoli di distanza e in contesti politici totalmente diversi? Ci si permetta di dire che il primo, afferma quello che il secondo nasconde a se stesso e ai suoi concittadini. Il generale prussiano ha la franchezza tipica dei militari di carriera, parla della guerra e della politica senza pudore, definisce come obiettivo dei conflitti che coinvolgono popoli interi, l’annientamento totale dell’avversario e il suo annullamento. Non ci sono ossimori, nessuna volontà di definirsi esportatori di pace e di democrazia, se si combatte si combatte e basta, con ogni mezzo necessario e senza un limite fra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Ma Clauseswitz si riferiva a conflitti tutto sommato simmetrici, dove a perire erano si figli del popolo ma militari armati, dove i civili e i loro beni costituivano bottino e oggetto di razzia ma non obiettivo militare. Per il generale – presidente, le guerre combattute dal glorioso esercito italiano sono giuste e tutto sommato così cariche di pietas da non poter neanche essere definite come tali. Si bombarda, ma solo obiettivi militari – serbi, kosovari, somali, irakeni, afghani ecc.. uccisi in fila ad un mercato o perché erano nel posto sbagliato nel momento sbagliato – sono stati solo dolorosi effetti collaterali. Per Napolitano l’importante è la riconquista, anche mediante tornado, del prestigio internazionale messo in discussione da una misera classe dirigente. Ma qui sorge il problema. La misera classe dirigente la guerra se la fa anche al proprio interno, con colpi bassi da black comedy, mediante un agire per cui gli schizzi di fango costituiscono solo una delicata metafora per l’olfatto. Si insultano i leader, “tu non ti lavi”, “tu parli di morale ma sei stato amnistiato”, “ sei corrotto” “senti chi parla”, “napoletano” “incapace e farabutto”, “stronzo”, “Giuda”, tanto per fare una sintetica cernita della dialettica parlamentare. E il Presidente si indigna e invita alla concordia, ad abbassare i toni, ad essere rispettosi. Vogliamoci bene insomma e bombardiamo i libici in armonia. Vogliamoci bene e applaudiamo con moderazione gli assassini della Thyssenn. Rispettiamoci tutti troviamo un punto di convergenza per far saltare i contratti nazionali di categoria, per far trionfare i palazzinari bipartisan alle elezioni amministrative. Rinsaldiamo i nostri legami da “italiani” alla faccia di profughi e rifugiati, che “si bisogna accoglierli ma fino a un certo punto”. Si arrabbia il presidente perché dovrà firmare leggi e leggine provando infinito dolore perché utili solo a salvare Berlusconi. Gli tremava egualmente la mano quando ha firmato il pacchetto sicurezza oggi reso inutile in sede U.E.? Aveva dubbi quando dava il visto si bombardi con l’elmetto già in testa perché “dobbiamo fare il nostro dovere”? Viene da pensare che la sola differenza fra i tempi del generale prussiano e quelli del presidente così migliorista da divenire fra i peggiori della storia della Repubblica, ci sia fondamentalmente una sola strutturale differenza. Ad inizio 800 fra guerra e politica c’era uno spazio, forme di interregno e di spazio per la politica, in contesti in cui gli artefici della politica erano pochi. Oggi non c’è soluzione di continuità, a poter far politica restano in pochi e spesso inadatti e le scelte militari sono in mano a presidenti prigionieri del proprio ruolo, a primi ministri distratti e a ministri della difesa meno intelligenti delle bombe che riescono a lanciare.
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