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Situazione cilena

Era il 4 giugno 1972 quando i camionisti cileni, da tempo finanziati dalla Cia, organizzarono uno sciopero contro il governo di Unidad Popular guidato da Salvador Allende. Bisognava fermare a tutti i costi quel governo rivoluzionario che l’11 settembre 1973 sarebbe stato abbattuto dal colpo di stato militare del generale Pinochet. Bisognava costruire una mobilitazione sociale corporativa contro le riforme del governo che aveva avviato la nazionalizzazione delle miniere controllate fino allora da multinazionali straniere, un’autentica riforma agraria e la nazionalizzazione delle banche e di piccole e medie imprese strategiche. Nel luglio 1971 i commercianti avevano già cominciato ad accaparrare generi di prima necessità, mettendo in ginocchio il Cile. Con il loro sciopero i camionisti cileni provocarono l’interruzione dei rifornimenti di carburante, aggravando la crisi; il primo dicembre le donne del Barrio Alto scesero in strada per un cacerolazo, protesta sonora con pentole vuote. L’università era sotto il controllo del movimento studentesco gremialista di estrema destra di Jaime Guzman.
Questa piccola lezione di storia sembra portarci lontano. Senonché vale la pena ricordare il valore dell’esperienza cilena per le strategie della sinistra internazionale a cominciare dalla scelta del compromesso storico in Italia da parte del Pci. E comunque serve in questo momento per fare una considerazione. L’attuale sciopero dei camionisti può essere paragonato, socialmente e politicamente, all’esperienza cilena?
La prima considerazione da fare è che sì, in Italia i camionisti dei Tir – ora anche, dolorosamente, con una vittima della loro lotta -, e i taxisti, stanno bloccando l’Italia e gli approvvigionamenti; ed è certo che le dinamiche del «Movimento dei forconi» in Sicilia sembrano ricordare in modo spettrale, anche con la ventata di indipendentismo, proprio la storia cilena. Insomma quanto al blocco generale, è sicuro che siamo al Cile. Siamo al Cile ma senza Allende. Anzi, viviamo dentro il paradosso della crisi italiana dove i provvedimenti del governo Monti si caratterizzano proprio in antitesi al Cile di Allende. Avevamo infatti capito che ci trovavamo di fronte ad una crisi mondiale ed italiana dell’economia e della finanza iperliberista, siamo invece a liberalizzazioni il cui unico effetto sarà alla fine, insieme ad una marginale razionalizzazione venduta come «rivoluzione» e addirittura «aumento dei salari», quello di attivare, attizzare sarebbe meglio dire, segmenti sociali storicamente corporativi anche perché o completamente abbandonati da tutti rispetto ad una chiara e consapevole identità sociale, o perché da sempre interni alle corruttele e clientele del potere, locale e nazionale. Stavolta, è giusto ricordarlo, i camionisti dei Tir rivendicano contenuti (la contrarietà all’aumento di carburanti e pedaggi autostradali) assolutamente comprensibili da tutti, anche a sinistra. Compresa la denuncia delle loro «operaie» condizioni di lavoro e dello sfruttamento a nero a cui sono costretti.
È vero che ci troviamo di fronte ai «padroncini della mobilità». Ma chi ha mai messo mano al fatto che a predominare il trasporto di merci – e grazie alle liberalizzazioni montiane, tra poco non solo quelle – sia il settore «su gomma» degli autotrasportatori, invece che «su rotaia» o, meglio e più razionalmente, «su acqua» per un paese-penisola proiettata dentro il mare?
Facile prendersela con i camionisti e i taxisti. O con la destra estrema che, in compagnia dei frantumi della compagine berlusconiana sempre in agguato, in Sicilia fa il suo lavoro sporco, «ungherese», in chiave antiunitaria e antisistema progettando una nuova «Reggio Calabria» del XXImo secolo. Difficile invece denunciare quello che in questo momento appare a noi come realmente eversivo. Vale a dire il governo del «tecnico» Mario Monti. Il quale non perde occasione, di fronte alla presunta dirompenza delle sue liberalizzazioni, di rivendicare che lui può essere così spregiudicato perché «non deve tenere conto del corpo elettorale». Insomma, non deve rispondere ad un processo democratico. Una condizione pericolosa la sua – e veniamo all’eversione più esplicita – che non gli impedisce, in compagnia della ministra Fornero, di manipolare la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori, nel tentativo di stravolgere l’Articolo 18 che impedisce la mano libera sui licenziamenti che già devastano il Belpaese e che però «non è tabù». Fino all’dea, rimandata a parole, della quasi cancellazione della cassa integrazione, considerata sperpero non finalizzato alla ripresa produttiva. Quale, se le previsioni di Bce, Fmi e dello stesso governo parlano di crescita sottozero per i prossimi due-tre anni? È un comportamento eversivo che, togliendo legittimità politica ai sindacati, da quelli nazionali a quelli di categoria e di base, destruttura la rappresentanza del lavoro dentro la crisi del neoliberismo. Siamo all’introduzione a Weimar. Ci sono già tutti i segnali di una deriva autoritaria. Nell’assenza di una sinistra che torni a coniugare l’idea di un blocco sociale alternativo.

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