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Il Comune di Reggio Calabria sciolto per contiguità con ambienti mafiosi. Non voci ma faldoni di prove.

Contiguità con ambienti mafiosi e non semplici infiltrazioni: è questa la motivazione che ha portato il Consiglio dei Ministri a una decisione unanime e rapida sullo scioglimento del Comune di Reggio Calabria. Una decisione “sofferta ma inevitabile perché doverosa” ha detto il Ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri, che con parole pesate, pacate, ma estremamente chiare informa abbiamo registrato numerosi e preoccupanti episodi di contiguità”. Fatti concreti, non valutazioni o accuse, ma eventi che Cancellieri non fa nulla per nascondere: si tratta di “episodi che toccano gli amministratori o atti che non sono stati posti in essere, come i controlli preventivi per gli appalti, la gestione dei beni confiscati alla mafia, la gestione dei mercati e delle case popolari.

Per il Ministro, il provvedimento che il governo in meno di un'ora ha esaminato, approvato e sottoscritto è “un atto di attenzione e di rispetto verso la città di Reggio . Il governo non poteva restare a guardare. Speriamo di fare in tempo per evitare altri danni alla popolazione reggina”.

Danni, eventi, fatti, tutti documentati nelle 230 pagine di relazione che il prefetto Vittorio Piscitelli aveva consegnato nelle mani della Cancellieri dopo sei mesi di duro lavoro dei commissari mandati giù dal ministro il 20 gennaio scorso su istanza dell'allora inquilino del palazzo del governo a Reggio, Luigi Varratta.

Fatti, circostanze concrete e non le ipotesi diffamatorie di cui il centrodestra reggino e non, sostenuto a più riprese da Papi stranieri di ogni ordine grado – da Angelino Alfano a Maurizio Gasparri, passando per il segretario del Pri, Nucara – atterrati sulla riva calabrese dello Stretto per fare quadrato attorno a un ormai impallidito “modello Reggio”. Ma quella che era stata la carta vincente dell'attuale governatore calabrese, ma soprattutto ex sindaco di Reggio Calabria, oggi potrebbe anche essere la pietra che lo affonda.

E che l'aria fosse cambiata e su Reggio iniziassero a tirare venti di tempesta, in riva allo Stretto era diventato evidente già un paio di ore prima dell'annuncio ufficiale arrivato da Roma in tarda serata. Concludendo il dibattito sul provvedimento di riduzione del numero di consiglieri ed assessori regionali, approvato oggi in Consiglio regionale, Scopelliti si era lasciato andare quasi ad uno sfogo. "Qui è finita la stagione dell'intrallazzo, noi non possiamo farci mettere i piedi addosso sempre", aveva tuonato Scopelliti, tornando a parlare di quella che – a quell'ora – era ancora solo l'ipotesi di scioglimento del Comune, definita dal governatore come un ulteriore elemento di una più generale strategia che i poteri forti avrebbero messo in atto per "fermare la stagione del cambiamento in Calabria". Una scelta politica, secondo governatore che aveva chiamato a una "reazione di tutta la classe politica". "Abbiamo avuto l'esperienza di comuni limitrofi a Reggio Calabria in cui le inchieste hanno dimostrato le commistioni di alcuni amministratori con le ndrine e non sono stati sciolti", aveva ricordato Scopelliti a sostegno della propria tesi che vede Reggio Calabria e il Pdl - che la governa da anni e che oggi guida anche la Regione- al centro di un complotto ordito da anonimi nemici della città nascosti fra i politici locali e nazionali dell'opposizione, nel sindacato, tra i lavoratori che protestano ma anche fra la stampa. “Un giorno capiremo perchè gran parte della stampa anche locale ha lavorato in questi anni con un unico grande obiettivo", aveva vaticinato qualche ora prima che il Ministro Cancellieri rendesse chiaro il destino dell'amministrazione comunale reggina, l'ex enfant prodige del Pdl calabrese, arruolando a pieno titolo anche cronisti più e meno noti nell'esercito di chi avrebbe costruito la grande macchinazione mirata all'affossamento della classe politica che ha guidato la Calabria fino ad oggi. "La battaglia che ci troviamo di fronte è una battaglia di civiltà. La Calabria non si può piegare sempre alle stesse logiche. Chi ha il compito di governare può sbagliare, chi firma ogni giorno quintali di provvedimenti corre il rischio di sbagliare. Io mi sono assunto questa responsabilità perchè a mia figlia voglio assicurare un futuro", aveva concluso con toni tragici Scopelliti. Toni da ultimo atto di una tragedia già in corso e che si avviava verso una conclusione con pochi colpi di scena. L'ultima – quasi disperata – perorazione di Scopelliti a difesa del modello Reggio – o di se stesso – alla luce del provvedimento annunciato solo poche ore dopo dal Ministro è sembrata solo un estremo, forse sguaiato, canto del cigno.
Del resto le parole di Scopelliti, ripetute con toni più o meno accesi, più o meno veementi nel corso degli ultimi mesi, poso o nulla hanno potuto influire sul rosario di telefonate, incontri, riferimenti, contatti, parentele, società messe a nudo dalle inchieste degli ultimi mesi della Dda di Reggio Calabria, come da quelle di Milano o Torino, riassunte nelle pesantissime 230 pagine della relazione. Circostanze diverse, emerse in procedimenti diversi, avviati da Procure diverse, che sono andata a rimpolpare un quadro di evidenze non necessariamente giudiziarie, ma che hanno avuto sempre i medesimi protagonisti: gli amministratori della città.

È il caso di Giuseppe Plutino, arrestato lo scorso dicembre nell'ambito di un'operazione contro la cosca Caridi-Borghetto-Zindato e attualmente detenuto con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. O quello dell’attuale assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Reggio, Pasquale Morisani, mai indagato ma cui i pm dedicano un intero capitolo dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in galera il collega Plutino, il cui titolo “i tentativi di infiltrazione della cosca Crucitti nell’attività politica” lascia spazio a ben pochi dubbi. Un bis, per l'assessore i cui rapporti, almeno di conoscenza, con individui piuttosto loschi della medesima zona di influenza del clan Crucitti, erano stati certificati già nell’indagine “Pietrastorta” di qualche anno fa, quando Morisani venne pizzicato a parlare di voti con Giuseppe Romeo, poi condannato in primo grado per associazione mafiosa. O ancora, è il caso dell'ormai ex assessore all'Urbanistica Luigi Tuccio, che ha rassegnato le dimissioni dopo l'arresto di Giuseppa Santa Cotroneo, madre della compagna Giampiera Nocera, finita in manette perché ritenuta fiancheggiatrice della ventennale latitanza del superboss Domenico Condello.

Vicino ai Serraino tanto da scomodarsi a rendere omaggio al boss del clan, in occasione del funerale svolto per ordine del Prefetto in forma strettamente privata, sarebbe stato invece l'attuale presidente del consiglio comunale Seby Vecchio. Anche lui in debito con la cosca, secondo i pentiti Giuseppe Fregona e Marco Marino: sarebbe stato proprio il patriarca a ordinare a un proprio uomo di seguire la campagna elettorale del politico nel corso delle consultazioni elettorali del 2007. Alle potentissime cosche dei De Stefano – Tegano, farebbe invece riferimento, secondo gli inquirenti della Dda reggina l'ex consigliere comunale Dominique Suraci, finito in manette con l'accusa di essere un vero e proprio "dominus" che, attraverso le proprie condotte, avrebbe drogato tanto l'economia, tanto il libero voto per ordine dei clan. E proprio grazie ai legami con il Comune e con la società “bene” reggina. i Tegano sono riusciti a mettere le mani sulla principale società mista della città, la Multiservizi che l'Ente stesso è stato costretto a sciogliere. Una sorte che potrebbe toccare a breve ad altre società miste, se è vero – come ha dichiarato il collaboratore di giustizia Roberto Moio in pubblica udienza - che “"la Fata Morgana è gestita dai Zito-Bertuca. La Leonia ce l'ha Giovanni Fontana che prende i soldi e li divide con le altre famiglie. Non so se anche con i politici. Io ho conosciuto De Caria. So che alla Leonia hanno assunto Rocco Melissari e Rocco Mandalari, cognato di Enzo Zappia. La Multiservizi, invece, è molto più gestita da noi Tegano, anche per via del fidanzamento tra il figlio di Peppe Richichi con la nipote di mia moglie". E a meno di dodici ore dallo scioglimento arrivano le prime conferme: nella notte sono scattate le manette per otto uomini della cosca Fontana, incluso il capo storico Giovani, arrestati dalla Guardia di Finanza insieme al direttore operativo della società municipalizzata Leonia, Bruno De Caria. I clan, come anticipato da Moio, avevano messo le mani anche sui rifiuti. Un quadro desolante, maturato nel tempo fino a portare la città sull'orlo del tracollo, non solo morale o politico, ma soprattutto economico. Un quadro maturato nel tempo.

Proprio per questo è difficile che nonostante il Ministro Cancellieri abbia sottolineato più volte che l'attuale provvedimento non si riferisce alla precedente amministrazione guidata da Scopelliti, ma a quella attuale, guidata dal suo delfino nonché ex commercialista, Demetrio Arena, al vaglio dei commissari non siano passati i rapporti e le amicizie di personaggi del calibro di Antonino Serranò, o degli ex consiglieri comunali in quota An. Manlio Flesca e Michele Marcianò. Il primo è stato pizzicato a scarrellare una pistola in compagnia di Francesco Russo, luogotenente del clan Serraino, senza che la cosa sfociasse in un'azione penale. A Flesca invece, oggi rinviato a giudizio per corruzione elettorale aggravata dalle modalità mafiose, i magistrati imputano uno strettissimo rapporto - prolungato negli anni e cementato con favori e voti - con i fratelli Barbieri, imprenditori dell'entourage Buda–Imerti, uno dei quali già condannato in primo grado per 416 bis nell’ambito del processo Meta, mentre l'altro attende in carcere il giudizio. Michele Marcianò invece, secondo i magistrati poteva vantare fra le sue amicizie l’ex super-latitante Cosimo Alvaro, membro dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta di Sinopoli. Ed anche per lui si tratta di un bis. Già assolto dall’accusa di voto di scambio nel 2000 nell’ambito processo “Prima” (Alvaro Antonio + 63), l’ex consigliere comunale oggi passato alla Provincia, Marcianò avrebbe continuato ad intrattenere rapporti con la cosca di Sinopoli. E grazie a Marcianò, al ricevimento per l'anniversario delle nozze dei genitori dei fratelli Barbieri sarebbe stato ospite anche l'attuale governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, che più di una volta si dimostrato nella migliore delle ipotesi poco accorto nelle frequentazioni. Come nel caso delle partite dell'Inter viste a casa del sedicente avvocato, Bruno Mafrici, al centro dell'inchiesta che ha messo a soqquado la Lega Nord e fa ipotizzare ai magistrati che il Carroccio abbia utilizzato i canali della ndrangheta per far sparire i fondi dalle casse del partito. O ancora, degli incontri cordiali con Paolo Martino, considerato dagli inquirenti il Ministro delle Finanze del clan De Stefano a Milano, oggi in galera con un accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, grazie al quale l'allora sindaco di Reggio sarebbe entrato in contatto con Lele Mora, incaricato di organizzare nei mesi successivi spettacoli ed “eventi” in città. A dirlo non sono voci di popolo, né chiacchiere da bar. Ma faldoni e faldoni di inchieste giudiziarie.

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