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È finita la Torino da bere

Quando circa un anno fa mi accingevo a scrivere il libro “Chi comanda Torino” avevo lo stato d’animo del protagonista di una famosa barzelletta. Un uomo intento a guidare la sua automobile sente alla radio un annuncio: “attenzione attenzione, in autostrada c’è un pazzo in contromano!” Al che lui pensa di getto: “Uno solo?! Sono tutti in contromano!” Questo perché la mia visione della realtà socio economica di Torino cozzava violentemente con la vulgata imperante ovunque, e cioè che la mia città fosse un esempio di buongoverno, di lungimiranza politica, di saggezza addirittura. “Ma quanto è bella la città, ma quanto ricca la città, piena di luci  e di negozi, piena di gente che lavora, piena di gente che produce…”. Ma poi, come dice il filosofo, i nodi sono venuti al pettine e quell’immagine altro non è stata che una spettacolare bugia a cui tanti hanno creduto perché tutti i capobastone dei mezzi di comunicazione la raccontavano. Nessuna novità sotto i cieli della storia.
Oggi che a Torino tutto sta crollando è interessante vedere la reazione del potere, composto non solo dalla politica ma da banchieri, docenti universitari, cooperative, avvocati d’affari, studi notarili, di fronte alla spettacolo della sua fine. Un mondo che rantola con colpi di coda violenti e pacchiani, racconta la fine di un ventennio caratterizzato dall’incapacità di realizzare il sogno di andare oltre la Fiat, anzi di credere fino in fondo in quanto si era giustamente teorizzato. Muore l’idea perché uomini mediocri l’hanno fatta morire. Ed è questa la vera tragedia che caratterizza questo finale strampalato, connotato da parenti intruppati dentro le istituzioni, appalti assegnati al parentame di turno, spese folli e l’ombra lunga della criminalità organizzata che ha diffuso le sue metastasi dentro un sistema che pareva il paese delle favole.
La classe dirigente torinese degli ultimi venti anni, a mio giudizio non oltre cinquanta persone, è riuscita ad assecondare con entusiasmo il desiderio degli Agnelli di andarsene (assumendone all’interno delle istituzioni alcuni dirigenti, un bizzarro caso di ammortizzatori sociali per ricchi), ed anche ad affossare l’affascinante progetto che una città potesse vivere bene con i servizi, la cultura, lo sport, ed in parte molto minore, di industria.
E’ una storia complessa ma non complicata quella torinese, che affonda le sue radici nella follia italiana degli anni Novanta, quando invasati compagni ex comunisti riconvertiti in fretta e furia al verbo del capitalismo selvaggio, privatizzarono il sistema bancario. Sembra ancora di vederlo quel fuggi fuggi sbracato, quello stracciare simboli in nome della sopravvivenza. Forse, nella “migliorista” delle ipotesi, non avevano capito cosa stavano abbracciando.
Non si accorsero di un piccolo dettaglio, ad esempio: i denari chiesti dalle istituzioni non erano più una semplice convenzione tra due parti dello Stato, bensì un vero e proprio contratto tra privati. Altri colossali dettagli sarebbero da raccontare, ma il principio cardine, incompreso, rimane la privatizzazione della moneta e del sistema bancario.
Ma che importa, devono aver pensato dal 1992 in avanti a Torino. C’era a disposizione il territorio da edificare, e con gli oneri di urbanizzazione si potevano coprire i buchi del debito che si ingrandiva sempre più. Purtroppo anche le pietre sanno che il boom dell’edilizia prima o poi implode.
E così, come poteva sopravvivere un sistema di intervento pubblico, direi quasi sovietico, come quello torinese inserito in un contesto ultra capitalistico dove i denari chiesti vanno restituiti sull’unghia alla banca? Come dire? Coloro che decisero quelle regole folli non le hanno rispettate, nella fiducia che il debito si sarebbe autoriprodotto su se stesso, oppure che sarebbe esploso nelle mani di qualcun altro, oppure che il territorio sarebbe stato edificato al 100%. E’ andata male, perché tutto è crollato nelle mani dei signori Chiamparino, Castellani, Passoni, Peveraro, Benessia, Salza, Beltratti, Grande Stevens, i coniugi Fornero-Deaglio, Martina, Vaciago e pochi altri.
Sciatteria? Oppure desiderio di trasformare totalmente la società torinese attraverso dolorose tappe forzate? Perché dalle macerie del presente sta emergendo un futuro inquietante, dove il sistema di regole che era stato creato per mitigare gli appetiti a-morali del capitale era contenuto da una presenza della società, leggi alla voce istituzioni.
Cosa ci lasciano oggi i sopracitati, oltre ai debiti ovviamente? L’idea che lo Stato debba uscire completamente non solo dal mercato, ma da tutto. Era, e sarà ancora per un po’ almeno, nobile l’idea che le Fondazioni bancarie (i cui vertici vengono nominati da varie istituzioni) siano gli azionisti principali di una banca. Chi scrive è convinto che il giorno in cui la Compagnia di San Paolo non avrà più un ruolo di indirizzo per Intesa Sanpaolo sarà una catastrofe per la società torinese. Se un fondo d’investimento russo dovesse scalzare la Compagnia quale occhio di “riguardo” avrebbero i nuovi azionisti per il territorio? Nessuno, ovviamente. E questo significa addio stato sociale in città. Oppure: era ed è nobile che le istituzioni detengano pacchetti corposi in molte ex municipalizzate strategiche. Serve a calmierare i prezzi di servizi indispensabili al cittadino, soprattutto ai più poveri: trasporti, rifiuti, luce, acqua… Ma le partecipate, una su tutte Iren (energia e non solo) sono pozzi senza fondo piene di debiti, e già si sente come un urlo di guerra l’inno: privatizziamo tutto, fuori i politici, dentro i capitali.
Il frutto avvelenato che il malgoverno torinese ci lascia è che all’incapacità degli uomini dello Stato possa essere corrisposta una dura dose di libero mercato. Sarebbe letale. E purtroppo questo sta già accadendo perché a Torino un po’ tutte le partecipate sono sul banco del pesce, in vendita al migliore offerente. Perfino l’inceneritore, infrastruttura sensibile che necessiterebbe di un attento controllo pubblico totale. E così ci avviamo non già verso un fallimento, il governo dei tecnici è tutto made in Torino e quindi eviterà l’onta del commissariamento, bensì ad un futuro molto diverso da quello che abbiamo conosciuto.
Ma non è solo a banchieri, politici, industriali, preti, avvocati e altri che dobbiamo dire grazie per questo sfacelo. E’ necessario una pesante critica anche verso la sinistra che in questi anni ha deciso di piluccare le briciole che cadevano dal tavolo anziché fare un dura e scomoda opposizione. Sinistra che oggi imperterrita continua e anzi, si appresta a  portare avanti le stesse dinamiche nel prossimo governo nazionale.
E’ necessario tornare ad una idea sana e costruttiva di opposizione: il conflitto. Per troppi anni Torino è stata calmierata dalla politica e dal sindacato che vedevano e sapevano verso quale baratro stavamo andando. Ora rischiamo di perdere tutto, di tornare ai tempi dei nostri nonni.

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