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Così la 'ndrangheta soffoca Reggio Calabria

L'ondata di maltempo che ha messo il cappotto a mezza Italia, non è ancora arrivata a Reggio Calabria. Ma sotto un sole quasi estivo, in una città ancora attonita per il commissariamento per contiguità mafiose deciso dal governo tecnico poco più di una settimana fa, spirano venti di tempesta. Quella che è arrivata e scompagina equilibri e rapporti consolidati. Quella che forse deve ancora arrivare. 
Per il Viminale, lo scioglimento del Comune della città calabrese dello Stretto è stata una decisione „sofferta ma inevitabile perché doverosa» ha detto il Ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri, che con parole pesate, pacate, ma estremamente chiare ha scandito «abbiamo registrato numerosi e preoccupanti episodi di contiguità». Fatti concreti, ha  sottolineato Cancellieri, «episodi che toccano gli amministratori o atti che non sono stati posti in essere, come i controlli preventivi per gli appalti, la gestione dei beni confiscati alla mafia, la gestione dei mercati e delle case popolari». 
Un rosario di parentele imbarazzanti, affari ambigui, rapporti ancor più torbidi finiti nelle 232 pagine di relazione che il prefetto Vittorio Piscitelli aveva consegnato nelle mani della Cancellieri, dopo sei mesi di duro lavoro dei commissari mandati giù dal ministro il 20 gennaio scorso,  su istanza dell'allora inquilino del palazzo del governo a Reggio, Luigi Varratta. Duecentotrentadue pagine di relazione che hanno spinto il governo dei tecnici a mandare a casa in meno di un'ora l'intero Consiglio Comunale di Reggio Calabria. 
Una relazione pesante come una pietra, che a dispetto delle smentite, precisazioni e chiarimenti arrivati all'indomani della sua pubblicazione, non perde nulla della propria gravità. Dentro c'è finita l'intera vicenda  Multiservizi, la municipalizzata che il Comune è stato costretto a sciogliere  in seguito alle inchieste che hanno dimostrato come fosse interamente in mano al potente clan Tegano,  ma ci sono anche le “gesta” di Pino Plutino, consigliere comunale arrestato per connivenza con le famiglie Borghetto, Zindato e Caridi, come pure ci sono i rapporti tra l'assessore Pasquale Morisani e la cosca Crucitti.  E ancora, fanno bella mostra di sé le vicende che ruotano attorno al presidente del Consiglio Comunale Sebastiano Vecchio e la cosca Serraino, come pure  le ingombranti parentele con gli Imerti dell'ex assessore Luigi Tuccio.  E ancora, scorrendo le pagine della relazione si apprendono le frequentazioni del consigliere comunale del Pdl, Giuseppe Eraclini, «risultato essere parte attiva nel sollecitare, tramite terze persone, taluni interventi posti in essere dall'Aterp reggina», i rapporti di parentela di  Peppe Martorano, attuale assessore, fratello di quell'Alfonso Martorano citato ampiamente nell'indagine "Meta" perché in contatto con gli imprenditori mafiosi Barbieri e quelli del consigliere Bruno Bagnato dell'Udc,  sposato con la nipote acquisita di Salvatore Pelle, della potentissima dinastia dei "Gambazza" di San Luca. C'è il vorticoso giro di mazzette che regolava l'attività del settore Urbanistica del Comune, le curiose regolarità nel settore degli appalti assegnati dal settore Programmazione, progettazione e lavori pubblici. 
Null'altro che esempi dello spaccato a dir poco inquietante che viene fuori dalla relazione. Un quadro che testimonia – a suon di dati, circostanze, risultanze da indagini della locale procura e non solo – che le porte del Palazzo comunale sono state spalancate alle ndrine, tanto sotto il profilo politico, tanto sotto quello burocratico-amministrativo. Ed è proprio analizzando questo aspetto che la commissione non può far altro che affermare che  «l'inadeguatezza organizzativa e le gravi disfunzioni che hanno caratterizzato il Settore Finanze e Tributi – scrive la commissione d'accesso antimafia – emergono in tutta la loro evidenza laddove si consideri che il Comune di Reggio Calabria, per l'annualità imposta 2008 e 2010, non ha provveduto a presentare le prescritte dichiarazioni fiscali ai fini delle imposte direttive e dell'IVA. La mistificazione della situazione finanziaria dell'Ente – scrivono ancora i commissari – ha comportato l'elusione del patto di stabilità che, di fatto, risulta violato per gli anni 2007/2008 e 2010». Una mistificazione che ha portato a una voragine di bilancio ancora tutta da accertare sia nei numeri, che nei responsabili. 
Una vicenda che prima ancora che nelle pagine della relazione è finita negli ultimi due anni su quelle di  cronaca e nelle aule dei tribunali: l'unica – allo stato attuale – ufficiale colpevole di quella voragine, è l'ex dirigente del settore bilancio Orsola Fallara, braccio destro dell'allora sindaco Scopelliti, morta suicida ingerendo acido muriatico due anni fa. Ma se la sua morte ha probabilmente ritardato l'esplosione del bubbone del deficit del Comune, non ha fermato le indagini che oggi trascinano sul banco degli imputati l'ex sindaco e attuale governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, chiamato a rispondere in tribunale delle accuse di falso in atto pubblico e abuso d'ufficio. 
Ma quella vicenda che spetterà ai giudici valutare, non è che una delle tante pagine di omissioni e gestioni torbide che i sei commissari per sei mesi al lavoro a Reggio Calabria hanno voluto richiamare nel proprio lavoro. Un lavoro certosino. Che afferma che quasi il 50% degli appalti veniva spezzettato e  affidato direttamente alle stesse 31 imprese, vicine o comunque lambite da interessi 'ndranghetistici. Che testimonia che le cosche hanno messo le mani sulle coop, sul terzo settore, sulla parte pubblica delle partecipate che governano insieme al Comune. Che racconta un palazzo infettato dalla presenza della 'ndrangheta e una città in ostaggio. 
La relazione non tralascia alcun aspetto della vita della città. La politica, gli uffici comunali, il mondo delle onlus e della solidarietà: tutto scandagliato in profondità. E il ritratto è devastante tanto per l'Amministrazione comunale uscente, come per quella regionale in carica. Molti degli episodi che i commissari analizzano e stigmatizzano, affondano infatti le proprie radici negli anni ruggenti del modello Reggio, cui Scopelliti deve le sue fortune politiche. E forse dovrà  la sua disfatta. Ma portano anche la firma di molti dei dirigenti che con Sopelliti hanno costruito quel modello di città, trasferiti nel 2010 armi e bagagli in regione a rimorchio dell'ex sindaco divenuto presidente di regione.
È il fallimento di un intero sistema politico, che da quasi un decennio regge le sorti della Calabria, quello sintetizzato nella vicenda dello scioglimento del Comune di Reggio Calabria. E forse, proprio per questo, a distanza di più di una settimana dalla decisione del Viminale e mentre i commissari mandati dal governo sono già al lavoro per mettere ordine nel caos in riva allo Stretto, non si contano le reazioni gridate, abbaiate che il centrodestra reggino e non, affida a comunicati stampa e interventi tv, sbraita da tribune politiche locali e nazionali, fa filtrare nei bar e nelle piazze dove il chicchiericcio pre-scioglimento si va trasformando in borbottii preoccupati. Obiettivo degli attacchi, il centrosinistra cittadino, accusato di aver lavorato a Roma per “la condanna di Reggio”, i magistrati “a orologeria”, il Viminale, i giornalisti “nemici della città”.
Sullo sfondo Reggio rimane attonita, ma ha paura. Sulla città, già piegata da imposte fuori misura e servizi inesistenti, grava pesantissima la spada di Damocle del dissesto. Adesso, quel debito che lo stesso Sole24Ore ha definito «difficilmente quantificabile» è un enigma che i commissari e il Ministero che li manda oggi hanno l'obbligo di risolvere. E di affrontare. In una città in cui tutto è emergenza. 
E mentre il sistema politico scricchiola – forse non casualmente - anche il sistema criminale che ha retto le sorti di Reggio città inizia a mostrare crepe. A due giorni dallo scioglimento del Comune, è finita la ventennale latitanza di una della ultime primule rosse della 'ndrangheta, il super boss Domenico Condello, detto Micu u Pacciu. Cugino del più celebre Pasquale Condello,  conosciuto anche come “Il Supremo”, arrestato nel 2008, e cognato di Nino Imerti, “il Nano Feroce”, secondo diversi pentiti Domenico Condello  ha assunto nel tempo il  massimo ruolo operativo nell’ambito dell'omonima cosca,  che insieme ai De Stefano e ai Tegano dalla fine della seconda guerra di 'ndrangheta regge le sorti di Reggio città. Un ruolo divenuto ancor più importante dopo l'arresto del cugino Pasquale, che ha di fatto lasciato a lui le redini del clan. E non solo. Perché i Condello non sono una delle tante ndrine della città, ma occupano a pieno diritto un posto di primo piano nel gotha delle cosche reggine, che dalla metà degli anni Novanta ha imposto il proprio dominio su Reggio città e che da almeno un decennio – hanno dimostrato le inchieste, ha riassunto la commissione -  nell'amministrazione di Reggio città era oltremodo presente e rappresentato. Una vera e propria colonizzazione, oggi quanto meno messa in discussione.

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