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Alberto Lucarelli: «Ma se non leviamo il fiscal compact altro che beni comuni!»

«Per noi sanità, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non dev’esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese». La carta d'intenti delle primarie del centrosinistra all'ottavo punto sembra perentoria ma poi sfuma chiarendo che «l’energia, l’acqua, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi... È tramontata l’idea che la privatizzazione e l’assenza di regole siano sempre e comunque la ricetta giusta. Non si tratta per questo di tornare al vecchio statalismo o a una diffidenza preventiva verso un mercato regolato». 
Chiedo ad Alberto Lucarelli se tutto ciò non gli ricordi Fontamara, insuperato romanzo di Ignazio Silone: è il 1929 e una mattina al paese non arriva più l'elettricità. Sperando di rimediare a questa “fatalità” ogni contadino firma una misteriosa “carta bianca” che si rivelerà l'autorizzazione a togliere l'acqua per l'irrigazione deviandola sui possedimenti dell'Impresario, un “galantuomo”, legato al Regime, che divenne sindaco del capoluogo. Il segretario del comune, legato a doppio filo alla cricca, decise che gli uni e gli altri avrebbero avuto tre quarti dell'acqua, più precisamente tre quarti all'Impresario e “i tre quarti del rimanente” ai Fontamaresi.
Lucarelli - quarantonovenne, ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico alla Federico II, dal 1999 Componente della Commissione Rodotà per la riforma del regime civilistico della proprietà pubblica e per la difesa dei beni comuni - dal maggio del 2011 è assessore ai Beni comuni della Giunta De Magistris. A 99 giorni dall'insediamento chiamò Liberazione per annunciare l'avvenuta ripubblicizzazione dell'acqua pubblica. Dopo aver letto il paragrafo 8 della carta d'intenti non nasconde la delusione: «Sembra scritto un po' “a futura memoria", un po' come se si stesse parlando tra amici». La delusione non riguarda solo l'ambiguità e la genericità della formulazione ma il senso stesso del paragrafo alla luce delle ultime dieci righe della Carta, quelle in cui Pd, Sel e Psi «si impegnano a: vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta; assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi; appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona». In una narrazione non in politichese significa che le probabilità di mettere mano al fiscal compact non superano quelle di fare sei al superenalotto.
«Ma se non mettiamo mano al pareggio di bilancio, altro che beni comuni! - sbotta l'assessore a questo punto della lettura - stiamo subendo una serie di provvedimenti da stato di polizia. L’introduzione del pareggio di bilancio (l'articolo 81 della Costituzione ovvero il Fiscal compact), per il quale "lo Stato (e dunque le pubbliche amministrazioni in generale, ndr) assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio", introduce un principio contrastante con la nostra Costituzione e non è vero che il diritto comunitario lo impone agli Stati membri». Lucarelli figura tra coloro che stanno lavorando a un referendum su quell'articolo e sulla spending review, «una proposta che può avere l’effetto di una mobilitazione partecipativa di resistenza, e dove possibile di disobbedienza, rispetto alla devastazione dello Stato sociale e alla negazione delle politiche economiche». 
Già ha rivelato a Ombrerosse Alfonso Gianni, voce critica dentro Sel, che il fiscal compact è passato con una maggioranza tale da rendere impossibile un referendum confermativo nonostante l'appello delle sinistre extraparlamentari al Pd perché non permettesse il raggiungimento di quella maggioranza qualificata. La Finocchiaro fu categorica: il pareggio di bilancio prima di tutto. «Dunque bisogna attivare tutti gli strumenti affinché la questione sia posta quanto prima all’attenzione della Corte costituzionale chiedendo l’immediato annullamento del testo perché introduce un principio contrastante con la prima parte della Costituzione, in particolare con l’articolo 2, nella misura in cui l’obbligo del pareggio può determinare una violazione di diritti definiti “inviolabili”; ma anche con l’art. 3, in quanto per la stessa ragione si viola il principio di uguaglianza sostanziale che caratterizza la nostra forma di Stato sociale e soprattutto costituisce l’elemento fondativo delle politiche sociali e l’effettività della democrazia sostanziale». 
Così com'è ora, per l'assessore e docente, quell'articolo «non prevede alcuna capacità interdittiva alla svendita forzata del demanio e del patrimonio dei comuni. Non ci prendiamo in giro: se un comune non ha più patrimonio e i cittadini vengono tramutati in sudditi, viene meno lo Stato». 
Non stupirà se, a questo punto della nostra rapida conversazione, Lucarelli dica: «No, le primarie non credo mi interessino, piuttosto sarò in piazza il 27 al No Monti day assieme a Luigi De magistris», continua Lucarelli, uno degli animatori di quella rete di associazioni, movimenti, amministratori locali e sindacati (Forum dei movimenti per l’Acqua, Ya Basta e Wwf, il Valle, il Cinema Palazzo di Roma, gli studenti della Rete della Conoscenza e i Cobas Scuola, realtà politiche e partiti come Alba, Prc o Idv, ma anche giuristi, urbanisti, archeologi e movimenti contadini) che sta convergendo sull'idea di un referendum che blocchi i tagli alla spesa sociale e la svendita del patrimonio dello Stato. 
Nella discussione, che sta procedendo a tappe forzate, è emersa anche un’altra ipotesi, quella di accompagnare il referendum con una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per modificare gli articoli 42, 81 e 119 della Costituzione. Nell’articolo 42 si vuole introdurre la categoria di “bene comune”, mentre nell’articolo 81 si vuole rovesciare il fondamento dell’“agenda Monti” inserendo l’obbligo per lo Stato di destinare non meno del 50% delle sue entrate a favore dei diritti sociali. Infine, nell’articolo 119 si vuole inserire un comma che obbliga gli enti locali a destinare la metà delle loro entrate sempre a favore dei diritti sociali. Benicomunismo #oppure le primarie sembra la versione più aggiornata di socialismo o barbarie.

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