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Carta d’Intenti, un bel compitino senza contenuti. Intervista a Guido Viale

Ex dirigente di Lotta Continua, giornalista, scrittore ed economista che sostiene con forza una riconversione industriale che faccia finalmente i conti con la questione ambientale, ora anche esponente dell’associazione A.l.b.a. (Alleanza lavoro beni comune ambiente), Guido Viale è uno degli intellettuali di sinistra più originali. Avendo le caratteristiche che abbiamo appena descritto non poteva certo manifestare grande entusiasmo  di fronte alla genericità dei punti di “Italia. BeneComune”, Carta d’Intenti sottoscritta dal Pd, da Sel e dal Psi. «Si tratta di un bellissimo compitino – dice Viale – oggi si usa dire “compito a casa”, che prende dieci per la scrittura e zero come programma, come contenuto, perché non c’è scritto assolutamente niente di quello che si deve fare e come. In particolare le ultime righe, dove si parla dell’osservanza degli accordi internazionali a meno di una rinegoziazione che non viene comunque proposta ma solo ipotizzata, annullano tutto quello che è scritto precedentemente. Perché gli accordi internazionali vogliono dire due guerre nelle quali siamo impegnati o ci stiamo per impegnare; il già adottato pareggio di bilancio in Costituzione e il fiscal compact da adottare che sono di per sé sufficienti ad azzerare qualsiasi prospettiva di risamento economico ed occupazionale dell’Italia. Oltre alle misure razziste  per limitare l’arrivo degli immigrati e dei richiedenti asilo che contraddicono in maniera frontale la recente assegnazione del Premio Nobel per la Pace all’Unione Europea per il semplice fatto che noi abbiamo una guerra in corso contro la gente che cerca di entrare in Europa». 

Venendo alle forze politiche che hanno aderito a questa Carta d’Intenti, chi rischia di più è Sel. Ascoltando i dirigenti di questa forza prevale la convinzione che l’asse politico di quell’alleanza si sposterà a sinistra di fronte all’evidenza di certi problemi e alla necessità, per esempio, di fare delle scelte relative ai diversi referendum in ballo su tematiche che riguardano in particolare i diritti e il lavoro. Non rischiano, se così non sarà, o di ingoiare il rospo o di essere costretti a ritirare il sostegno ad un futuro governo con tutto quello che ne consegue?
Io di questa materia m’intendo pochissimo e ne capisco ancora  meno. Mi sembra che la situazione sia talmente fluida che parlare oggi di forze politiche sia ipotizzare una situazione consolidata e statica che invece non c’è assolutamente. Non sappiamo se il Pd arriverà integro a queste elezioni e Sel, per quello che mi risulta, non esiste. Cioè esiste Vendola che aveva un seguito molto forte ora un po’ ridimensionato ma se poi si va a vedere che cosa è Sel in giro per l’Italia trovi accanto a delle iniziative straordinarie di giovani che si danno da fare dei vecchi burocrati che non esitano minimamente ad approvare le cose peggiori, addirittura la privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali in contrasto non solo con i risultati dei referendum ma addirittura con il fatto che sia stato proprio il governo della Puglia a ricorrere alla Corte Costituzionale per cercare di far rispettare l’esito del referendum. Poi oggi avevo letto un’intervista a Tabacci, entrato nella giunta milanese per il buco della serratura perché non faceva parte delle forze che sostenevano Pisapia, dove spiega che se non verrà modificata la Carta d’Intenti lui si porterà via tutto un pezzo della coalizione a Milano. Quindi di qui alle elezioni, o di qui alla conclusione delle primarie, non sapremo quali saranno le forze in campo. Quello che si capisce è che l’unico elemento solido, duraturo e consistente è la cosiddetta agenda Monti, dato che nessuno, e nemmeno Vendola, è riuscito ad ottenerne la cancellazione dalla Carta. Del nome sì, ma del programma appunto no. Nessuno insomma ha il coraggio, tranne e forse l’Idv, di mettere in discussione questo. Che poi vuole dire mettere in discussione il pareggio di bilancio, il fiscal compact e tutte le normative che comportano la privatizzazione dei servizi locali e dei beni pubblici.

Se dovesse vincere Bersani pensa che dentro quella carta possa cambiare qualcosa oppure è già tutto scritto?
No, è già tutto scritto. Io non vedo nessuna delle forze in campo, compreso Di Pietro che ora sta correndo dietro alla Carta per paura di rimanere nell’angolo, che ne abbia la forza. Anche perché per fare questo ci vuole non dico una teoria ma almeno una strategia e una capacità di pensare, di mettere in discussione l’egemonia di Monti, chiunque sia poi a doverlo interpretare nel prossimo periodo. Che poi è mettere in discussione il diktat che proviene dagli organismi dell’Ue in particolare dalla Bce e dall’alta finanza internazionale.

Malgrado l’esistenza di un dibattito interno, la Federazione della Sinistra ha assunto una posizione di assoluta opposizione nei riguardi dell’alleanza che ha dato vita alla Carta d’Intenti. E si fa molto riferimento a questo modello Sicilia perché mette insieme tutte quelle forze, da Sel all’Idv passando appunto per la Fds, che hanno osteggiato Monti. Ora però la Carta, sostenuta appunto da Sel e vista con simpatia da Di Pietro, rischia di limitare alla Sicilia o poco più quel modello. Qual è la sua opinione? E che cosa dovrebbero fare Ferrero e compagni?
Credo innanzitutto che la Fds sia nell’impossibilità di presentarsi alle elezioni autonomamente e di rappresentare una reale opposizione. E questo vale per tutti quanti, che ormai sono moltissimi, quei partiti che si autodenominano comunisti nessuno dei quali è  in grado di realizzare un’operazione di questo genere. Sicuramente c’è uno spazio enorme per la presentazione di una lista alternativa al montismo, con chiari riferimenti ad obiettivi di giustizia sociale ed ambientale. Ma questo vuole dire in tempi molto rapidi riuscire a dismettere le proprie connotazioni ideologiche, storiche o identitarie, e riuscire a far partire un processo dal basso che coinvolga tutti quei militanti e quegli attivisti, che in Italia sono centinaia di migliaia, che in questi anni sono stati impegnati sul fronte della lotta e dell’iniziativa sociale e non hanno nessuna rappresentanza. Tra l’altro mi sembra ci sia una scadenza a brevissimo termine, oltre alla Sicilia, che ci mette ulteriormente in difficoltà perché accelera i tempi per una possibile pronuncia, e sono le elezioni in Lombardia. I tempi per la costruzione di una qualsiasi alternativa mi sembra che manchino e però non essere presenti in quella occasione pregiudica molto anche la possibilità di lavorare su tempi leggermente più lunghi come quelli delle elezioni nazionali. 

Sono d’accordo con questa analisi. Come al solito siamo però in ritardo…
Devo dire che incontro moltissimi rappresentanti di Rifondazione e di organizzazioni affini e vedo che non si parla più sulla base di una identità. Però tra questo e riuscire a ricomporre un processo unitario c’è un salto che si fa fatica a fare. Io naturalmente parlo da una posizione di privilegio perché A.l.b.a. è la più inconsistente di tutti, è nata dopo tutti quanti ed ha molta più facilità a rinunciare alla propria identità che non esiste ancora. Non c’è dubbio, e credo che anche moltissimi militanti della Federazione questa posizione la condividano, che ci sia poco da difendere la propria  identità e invece moltissimo da costruire. 

Credo che voi di A.l.b.a. possiate ambire a diventare uno stimolo per gli altri piuttosto che arrivare a costituire un’ennesima forza politica. 
Questa è la nostra posizione di vantaggio. Un perno sicuro di questa operazione, anche se non comparirà mai in prima persona, è la Fiom, nonostante il fatto che su molte questioni sia suscettibile di critiche anche molto profonde. Per noi di A.l.b.a. è stato molto importante questo incontro di Torino e siamo stati di fatto gli unici a rispondere concretamente con una iniziativa al loro appello del luglio scorso per sondare le forze politiche. Ma indubbiamente bisogna rimboccarsi molto le maniche, fare i conti sulle forze su cui si può effettivamente contare e capire fino a dove ci si può spingere nel mantenere le proprie identità e dove invece bisogna avere il coraggio e la forza di puntare per instaurare un rapporto nuovo con altri. 

Questa operazione in che misura dovrà continuare a prendere in considerazione forze che invece in questo momento hanno deciso di allearsi con Bersani o Renzi che sia?
In questo vedo una debolezza nostra e non loro. Se indubbiamente ci fosse stata da parte nostra una capacità di attrazione per realizzare una forza più radicale ed antimontiana probabilmente anche Sel, e in particolare Vendola, avrebbe potuto fare delle scelte differenti. La sua è una scelta di disperazione nel senso che non ha visto o intravisto nessuna possibilità alternativa e si è affrettato a saltare sul carro di Bersani per paura di rimanere completamente tagliato fuori. Rischio che corrono tutti quanti gli altri che non sono saliti e non vogliono salire e non saliranno mai sul carro del Pd e che rischiano di contare meno di zero. 

Del resto lo stesso Vendola, quando è uscito da Rifondazione, non ha mai pensato di fondare una nuova forza di alternativa ma, al contrario, ha puntato subito al Pd, alle primarie, attuando una politica che una volta si sarebbe definita “entrista”. Senza nascondere ambizioni di governo…
Questo è un vizio che si ritrova però in molte altre formazioni che in qualche maniera hanno cercato e ottenuto ridottissime posizioni di potere in qualche assessorato o in qualche municipalizzata. Quello che si vede in generale è che quando si tratta di difendere delle piccole posizioni di potere o privilegio le enunciazioni di principio diventano molto più sfumate. E’ il dramma dell’Italia che non risparmia neanche le forze più radicali.

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