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Sull'Europa equilibrismi verbali

L’Europa, per precisione si dovrebbe parlare di Unione Europea, è in testa alla Carta d'intenti di Pd, Sel e Psi e ne costituisce il primo capitolo a segnalare che l’Ue dai progressisti è vissuta come attiva protagonista delle politiche nazionali; anzi, per quanto riguarda i paesi cosiddetti periferici, è divenuta incontrastata padrona delle scelte di governo, economiche, sociali. 
Matteo Renzi dice che la Carta d’Intenti è generica dunque poco significativa; Bruno Tabacci, nell’annunciare di non volerla sottoscrivere, ne denuncia le omissioni: il mancato riferimento all’agenda Monti e alle liberalizzazioni-privatizzazioni. Volendo anticiparlo, il mio giudizio è che la Carta è un continuo gioco di equilibrismi verbali, con lo scopo di consentire ai contraenti del patto di riconoscere la propria impronta e così poter affermare in pubblico la propria incidenza nella sua stesura. Valga qualche esempio di questo ‘equilibrismo verbale’: «… noi siamo l’Europa … le sorti dell’integrazione politica coincidono largamente con il nostro destino». È un’affermazione di fedeltà all’Ue e alle sue istituzioni sovranazionali, dunque si accetta la ‘supremazia’ della Ue nella definizione delle politiche nazionali, tanto che si enfatizza che nulla si può fare senza l’Europa (non Ue bensì ‘Europa’ come se i 27 assorbissero l’intero continente). Per questo si chiede di accelerare l’integrazione politica, economica e fiscale. Qui sorge subito una domanda: gli obiettivi dell’integrazione sono quelle del Rapporto di giugno di van Rompuy, tradotto in un primo schema il 10 ottobre, in cui si parla di unione bancaria e di sorveglianza bancaria affidata alla Bce, di regole di bilancio comune secondo le procedure del Semestre Europeo, del Fiscal Compact e del Six Pack? Oppure si vogliono altre procedure per impedire che, oltre al potere monetario affidato alla Bce, anche il potere fiscale, le decisioni sulle entrate e le spese (insomma sulle politiche del bilancio pubblico), siano devolute a organismi sovranazionali intergovernativi e tecnocratici? Chi ha redatto la Carta ha presente che con le procedure del Semestre europeo, del Fiscal Compact e del Six Pack il potere di bilancio è stato sottratto alle rappresentanze parlamentari nazionali e al Parlamento europeo? La fine dello Stato assolutista significò attribuire il potere fiscale alla rappresentanza parlamentare, ora l’Ue lo riaffida a un sovrano sovranazionale non legittimato né da Dio, né dagli uomini e dalle donne.
I progressisti, nel voler fondare democraticamente l’Ue, intendono rinegoziare questo insieme di Trattati e procedure, oppure genericamente parlano di ‘rinegoziazione’, senza specificare cosa, come e quando? Ecco, questo è un altro esempio di equilibrismo verbale: non si assumono impegni specifici.
Ancora. L’euro, la moneta unica «ha tradito le aspettative»: quali? Si poteva sperare in esiti diversi dagli attuali affidando alla Bce la gestione della politica monetaria in forme completamenti indipendenti dalle istituzioni rappresentative (e finanche comunitarie)? L’indipendenza della Bce è la forma istituzionale che garantisce l’obiettivo della stabilità dei prezzi e del ripudio delle politiche anticicliche, aggettivate tutte come inflattive. L’indipendenza della Bce è il presupposto, d’altra parte, anche del controllo delle politiche fiscali nazionali, per impedire che queste minaccino la stabilità monetaria. Allora l’altra domanda: si vuole ‘rinegoziare’ l’indipendenza della Bce per condurre la moneta nell’ambito delle decisioni democratiche, così da superare il suo impianto politico neoliberista? 
La vexata quaestio, che ha animato il dibattito politico nazionale, è la proposta di un patto tra le principali famiglie politiche europee per giungere a istituzioni legittimate democraticamente a cui affidare il coordinamento delle politiche di bilancio nazionali. Intanto un chiarimento: le principali  famiglie politiche europee, oltre al Pse, sono i liberali, il Ppe, i Verdi, il Gue. Con quali di queste famiglie si vuole dialogare? La risposta è netta: con il centro liberale. Il dialogo è finalizzato a una «legislatura costituente» del parlamento europeo che sarà eletto nel 2014. Si andrà alle elezioni sulla base di proposte di ‘costituzione europea’ in modo da affidare un mandato popolare al parlamento europeo? Oppure, si sottoporrà il frutto della ‘legislatura costituente’ a referendum europeo? Insomma i/le cittadini/e europee saranno chiamati/e a decidere sul ‘proprio destino’, oppure saranno le ‘famiglie politiche europee’ a decidere?
‘Legislatura  costituente’ significherà assemblare i Trattati, come è stato fatto con il cosiddetto Trattato costituzionale bocciato dal voto referendario del 2005 in Francia e Olanda, o fondare democraticamente l’Ue, che finora si è affidata nella sua costruzione istituzionale al metodo funzionalistico che ha al centro il mercato unico? Si vuole mettere in discussione il mercato unico, obiettivo sovradeterminante dell’Ue, oppure si vuole fare della retorica sostenendo che al mercato va «aggiunta un po’ d’equità’» secondo l’inconfondibile modo di parlare di Bersani?
Il mercato unico ha rovesciato i valori delle Carte del Secondo dopoguerra che hanno fondato la democrazia costituzionale, in cui i diritti – politici, sociali, individuali e collettivi – hanno la primazia. Quando si parla di legislatura costituente si vuole dire che l’Ue deve basarsi su quei diritti oppure si tratta di «mettere un po’ di soldi in tasca alla gente» (un altro esempio di esercizio retorico à la Bersani)? 
Peraltro anche per l’Italia, nel capitolo dedicato alla Democrazia, si parla di ‘legislatura costituente’. Qui la sgrammaticatura democratica è palese, e ripeterà le disastrose esperienze delle Bicamerali, di De Mita-Jotti e D’Alema. Non ci si ricorda che esiste l’articolo 138 della Costituzione che disciplina il potere di revisione che è un potere costituito, e non costituente perché non si può infrangere il nucleo della Costituzione del ’48. Il potere di revisione si esercita con interventi mirati e non onnicomprensivi di intere Parti. Strano che chi è aduso a geroglifici oratori sui media, quando si tratta di scrivere ‘nero su bianco’  intorno a questioni come la Costituzione divenga approssimato. Oppure, si vuole davvero che il prossimo Parlamento italiano realizzi anche su scala nazionale le istituzioni della governance europea, che sono la via di fuga dalla democrazia dato che concentrano in un’oligarchia il potere decisionale?
Non voglio sottacere un ‘cattivo pensiero’: le proposizioni sull’Ue sono abbastanza generiche per assicurare le varie componenti della coalizione, lo sono abbastanza per rassicurare i mercati e la tecnocrazia di Bruxelles? O l’equilibrismo verbale sarà fatale?

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