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Tanti referendum per sconfiggere Monti. Il ruolo del Prc

«Le persone prendono distrattamente i volantini, camminando li leggono.. e poi tornano a firmare e si mettono pazientemente in fila». Raccontava così una compagna pochi giorni fa della propria giornata di campagna referendaria davanti ad un mercato di un paesino di provincia. Uno dei tanti avamposti di una politica che invece di cercare spazio mediatico attraverso primarie personalizzate, cerca di porre in essere contenuti cruciali per la vita delle persone. Il 13 ottobre è iniziata la raccolta per i referendum che chiedono l’abrogazione dell’articolo 8 della finanziaria Berlusconi – Sacconi ( prevalenza dei contratti aziendali sui contratti collettivi) e del ripristino integrale dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, macellato dalla controriforma Fornero. Centinaia di banchetti e di moduli da riempire, in molti comuni si sono costituiti comitati unitari che ripropongono il comitato promotore nazionale, in cui sono presenti le principali forze politiche della sinistra politica e sindacale.
Rifondazione comunista ha fatto riemergere, in tale contesto, il proprio radicamento nel territorio anche laddove le difficoltà sembrano maggiori, si raccolgono firme anche nelle aree del Paese in cui i temi apparentemente dovrebbero essere meno sentiti, segno di una domanda di politica e di partecipazione più alta di quanto venga fatta credere. Lo schieramento in campo riuscirà a superare il numero di sottoscrizioni necessario? Difficile dirlo sin da ora, ci sono tre mesi di tempo in cui può accadere di tutto ma i segnali sembrano molto positivi e l’entusiasmo cresce. I due referendum entrano in rotta di collisione con le ricette di Monti e della Bce, non a caso Pd e Cgil non hanno aderito, ma sono molte le persone di sinistra o semplicemente lavoratrici e lavoratori che si sentono chiamati in causa e non come semplici spettatori.
Iniziative un po’ ovunque, ovviamente ignorate da tv e grandi testate che però potrebbero produrre effetti politici deflagranti anche se, in caso del raggiungimento del numero di firme necessario, i referendum si svolgeranno solo nel 2014, quindi con un nuovo parlamento che potrebbe intervenire per modificare le norme in vigore. Ma è solo l’inizio: a partire dalla prossima settimana, verranno lanciati due ulteriori quesiti referendari per riportare l’età pensionabile nei termini precedenti la riforma Fornero. La questione delle pensioni è forse paradigmatica dell’ingiustizia sociale che determina le scelte dell’attuale governo. L’Inps è in attivo, in Italia si va in pensione ad una età che è nella media europea, ma si sceglie scientemente di portare fin quasi a 70 anni i limiti. Una scelta gravida di conseguenze esiziali: è emerso il dramma degli “esodati”, persone espulse dal mondo del lavoro e in procinto di andare in pensione che vedono allontanarsi di 4 o 5 anni la meta ambita restando nel frattempo privi di fonti di reddito.
Il governo dei tecnici non è stato in grado ( o non ha voluto) neanche definire il numero di persone che si troveranno in simili condizioni. All’inizio si era parlato di 65 mila persone ma adesso il numero sembra quasi quadruplicato e mancano le risorse per fornire ammortizzatori sociali in grado di permettere almeno uno straccio di reddito. Il Prc si è lanciato in questa campagna attorno a cui si vanno raccogliendo anche altre forze sociali. Un tema, quello delle pensioni, che è terribilmente percepito soprattutto nelle zone del Paese dove il disagio sociale è più forte e le possibilità occupazionali calano. La raccolta  delle firme, che sarà resa ancora più complessa, inizierà alla fine della prossima settimana, obiettivo come per le altre 700 mila firme in tre mesi. Parlando con le compagne e i compagni che si stanno preparando si riscontra la disponibilità a far convergere le raccolte con gli altri due referendum.
Nel frattempo, la settimana che è trascorsa, è stata caratterizzata da una mobilitazione per il reddito minimo garantito a cui ha aderito anche il Prc. Una campagna per contrastare la marginalità e garantire la dignità della persona favorendo la cittadinanza sostanziale attraverso un sostegno economico. Un reddito di 600 euro mensili per liberare le persone dalla precarietà, dal ricatto mafioso, dal lavoro nero. Si tratta di una legge di iniziativa popolare che si intende trasformare in vero e proprio disegno di legge. Nel frattempo si vanno definendo anche proposte referendarie per l’abolizione della Legge 30 e la lotta alla precarietà che ha reso il mercato del lavoro un territorio di nuova schiavitù. In tempi brevi si definirà un comitato promotore e Rifondazione non farà mancare il proprio supporto, partendo dal presupposto che la difesa dei lavoratori, dei precari e di chi ha maturato il diritto ad andare in pensione costituiscono un elemento distintivo della propria presenza politica.
Sarà lavoro di militanza diffusa sui territori, occasione per riallacciare rapporti interrotti con le realtà o per costruirne di nuovi, di mettersi a disposizione dei soggetti a cui si vuole offrire rappresentanza di classe. Un percorso complesso e certo reso difficile anche dalla scarsità delle risorse economiche a disposizione ma in cui il partito può trovare occasione di riconoscersi e di costruire prospettiva. In Italia serve che attorno ai contenuti, si sviluppino aggregazioni simili a quelle che in Europa hanno dato vita a Syriza, a Izquierda Unida, al Front de Gauche. Partendo non da leadership o da estetizzazioni della politica ma dalla possibilità di costruire una vera alternativa di sinistra.

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