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FINESTRA INTERNAZIONALE. Argentina, un modello controverso: dall’inflazione all’illusoria stabilità
Nel dibattito sul che cosa fare per risolvere la crisi economica che attanaglia alcuni Paesi dell’euro in maniera molto più acuta del resto del mondo a causa delle politiche liberiste imposte dalla troikaOmbrerosse si è soffermato a lungo su questo tema - si ascolta la voce di chi sostiene «facciamo come l’Argentina». Nel 2002 lo Stato argentino dichiarò il default, ossia che non avrebbe pagato il debito sovrano, svalutò la moneta e, secondo quanto viene sostenuto, in seguito a questa misura si è ripreso dalla crisi essendo diventate le imprese più competitive sui mercati internazionali, sicché ancora oggi esibisce un tasso di sviluppo accettabile e comunque più sostenuto di quello dei Paesi europei in grave difficoltà.
In realtà, le cose non sono così semplici e per districare l’ingarbugliata matassa è necessario ripercorrere velocemente le tappe della storia economica del Paese, segnata, come quella degli altri Paesi latino americani, da alcuni fattori specifici risalenti al passato coloniale e da tratti peculiari, come, per esempio, dittature militari o presidenziali a sfondo populista. Detto per inciso, il populismo sudamericano è qualcosa di estremamente più complesso del populismo strombazzato del tutto a vuoto nella polemica politica italiana, che in realtà non significa molto.
Agli inizi del Novecento l’Argentina era considerata una terra promessa, dove era facile trovare lavoro e si potevano fare buoni affari. Buenos Aires era una città elegante, dall’aspetto europeo, che, grazie a una rete ferroviaria efficiente, costruita e finanziata dal capitale inglese, facilitava l’esportazione di carne e grano in tutto il mondo, sfruttando al meglio una specializzazione produttiva che aveva origine nella storia coloniale.
Negli anni tra le due guerre il sistema incontrò le prime difficoltà: i prezzi dei prodotti agricoli si mantennero bassi sui mercati mondiali negli anni Venti e crollarono negli anni Trenta e, in più, aumentò il debito contratto con l’estero a partire dagli anni precedenti. Ripudiando le politiche di difesa monetaria dei paesi industrializzati, causa non secondaria della crisi del 1929, il governo decise la svalutazione della moneta nazionale, il peso; contrastò la fuga dei capitali e, ottenuta la moratoria dei debiti, riuscì a pilotare la ripresa economica, favorita, dal 1934 in poi, anche dalla ripresa dell’immigrazione, dato che gli europei avevano più possibilità di trovare un lavoro nel Paese sudamericano di quanto ne avessero a casa loro.
Successivamente le politiche dirigiste dell’economia divennero prassi corrente dei governi peronisti e anche di quelli militari, ma la loro efficacia venne fortemente ridotta da una gestione assai discutibile. Il movimento di capitali fu regolato da una legislazione ingarbugliata, la cui applicazione divenne fonte di diffusa corruzione; barriere doganali temporaneamente erette a protezione di certi settori produttivi, divennero permanenti e generarono imprese assolutamente inefficienti; la nazionalizzazione di determinate imprese produsse lo sperpero di quantità enormi di denaro pubblico utilizzato per dare lavoro a milioni di persone, senza però raggiungere livelli di produzione accettabili o fornire almeno i servizi essenziali.
Negli anni Ottanta la situazione si deteriorò, specialmente dopo la sconfitta nella guerra delle Falkland nel 1982, che provocò la caduta della sanguinaria dittatura militare. Il nuovo presidente Raul Alfonsin fallì nel tentativo di stabilizzare l’economia introducendo una nuova moneta, l’austral, e l’inflazione, già alta degli anni precedenti, nel 1989 raggiunse la stratosferica misura del 3.000% l’anno, fenomeno, quello dell’iperinflazione, che nella storia del continente latino americano è stato, fino a un recente passato, ricorrente, insieme ad altri disordini monetari, come risultato delle politiche populistiche delle dittature militari o dei deboli governi eletti democraticamente che si sono avvicendati al potere.
In quello stesso 1989, con la elezione del presidente Carlos Menem si produsse una svolta nella economia argentina perché, come nel resto dell’America latina, si abbandonò, anziché aggiornarla, la vecchia impostazione statalistica in favore di politiche liberiste conosciute col nome di Washington Consensus. Paladino di tale svolta fu Domingo Cavallo, laureato ad Harvard, uno degli economisti con esperienze di studi nelle più prestigiose università Usa che operavano, in quel periodo, in numerosi governi del continente sud-americano. Cavallo aprì l’Argentina ai mercati mondiali; privatizzò l’immenso e inefficiente settore statale, compresa l’industria petrolifera, e soprattutto, nel riformare il sistema monetario nella prospettiva che non producesse mai più inflazione, resuscitò un vecchio arnese della politica coloniale europea: il corrency board. Come le colonie avevano il permesso di stampare moneta a patto di ancorarla rigidamente alla moneta della madrepatria, così il governo argentino fissò la parità peso-dollaro, ossia, rinunciando alla possibilità di battere la quantità di moneta ritenuta in un certo momento necessaria, stabilì che ogni peso in circolazione fosse garantito da un dollaro di riserve e che ciascuno avrebbe avuto il diritto di cambiare i suoi pesos in dollari. I primi risultati di questa misura furono sorprendenti: l’inflazione si ridusse quasi a zero, e l’Argentina, come il Messico, negoziò un c.d. accordo Brady, un programma di ristrutturazione del debito accumulato che prevedeva la sostituzione dei vecchi titoli con nuovi titoli dal valore nominale più basso. Di conseguenza, capitali stranieri affluirono nel Paese e dopo anni di crisi il Pil aumentò del 25% in tre anni.
Ma presto le cose sarebbero andate per il verso sbagliato.

(1. Continua)
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