Domenica 24 Febbraio 2019 - Ultimo aggiornamento 12:10
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi


FINESTRA INTERNAZIONALE. La Catalogna sempre più verso la secessione
Il processo politico della secessione della Catalogna dallo stato spagnolo è iniziato, e sembra irreversibile.
Non mancano motivi storici, culturali,linguistici e politici che giustificano l’esistenza della rivendicazione indipendentista in questa terra. Basti pensare al tentativo, durato ben 40 anni sotto il fascismo, di cancellazione della lingua e di tutte le tradizioni culturali del popolo catalano. Anche per questo il movimento indipendentista ha sempre avuto un’impronta di sinistra fortemente legata al ricordo della Repubblica spagnola, che alla Catalogna aveva riconosciuto i diritti di uno stato federato. E tutta la sinistra, indipendentista come Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), o federalista e repubblicana come i due partiti comunisti (Psuc e Pcc) uniti in Esquerra Unida i Alternativa (EUiA) oggi alleata alle elezioni con la formazione ecosocialista e verde Iniciativa per Catalunya (IC-V), ha comunque sempre propugnato il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano. Non a caso il Partido Comunista de España e il Partido Socialista Obrero Español non esistono in Catalogna e hanno partiti fratelli federati.
Fino a due anni fa la destra catalana, raggruppata nella lista Convegencia i Uniò (CiU), anch’essa antifascista, sebbene fortemente nazionalista non aveva mai sposato apertamente o comunque proposto concretamente l’idea della secessione dallo stato spagnolo. Due anni fa, però, dopo due legislature il primo governo delle sinistre (PSC, ICV - EUiA, ERC) viene sconfitto alle elezioni soprattutto a causa del tracollo socialista dovuto alle politiche liberiste del governo Zapatero. Convergencia i Uniò ridiventa il primo partito grazie ad una svolta nettamente anticentralista, se non apertamente indipendentista, nonostante avesse sostanzialmente condiviso l’impostazione liberista in economia del governo Zapatero. Svolta giustificata soprattutto dal fatto che il nuovo Estatut d’Autonomia de Catalunya, sostanzialmente federalista, elaborato dal parlamento catalano, dopo essere stato ratificato nel 2006 dal parlamento spagnolo e approvato in un referendum dal popolo catalano fu dichiarato dalla apposita Corte spagnola, su ricorso dei parlamentari del PP, anticostituzionale in tutti i punti che sostanziavano l’esistenza della nazione catalana, ancorché dentro lo stato spagnolo.
Poi, nel periodo della crisi, il nuovo governo di CiU approva tutti i tagli imposti dal governo spagnolo del PSOE prima e del PP poi, ma al tempo stesso propone un negoziato su un nuovo Patto Fiscale fra Catalogna e Spagna. Intanto la sua politica ultraliberista viene giustificata come necessità e soprattutto come imposizione da parte di Madrid e suscita un’enorme reazione sindacale e politica. Grandi manifestazioni e scioperi continui e diffusi, oltre all’indignazione per la repressione dei movimenti di protesta ad opera della polizia catalana, minano la popolarità di CiU e del Presidente catalano Artur Mas.
È a questo punto, e cioè negli ultimi mesi, che Mas e il governo catalano, dopo aver incassato l’ennesimo no da parte del governo centrale di Rajoy sul patto fiscale, appoggia apertamente la rivendicazione indipendentista che culmina con una enorme manifestazione di più di un milione di persone (un milione e mezzo secondo gli organizzatori) nella data simbolica dell’11 settembre, che rievoca la caduta di Barcellona ad opera dei Borboni nel 1714 e la cancellazione di tutte le istituzioni catalane. Lo slogan della manifestazione è «la Catalunya sarà un nuovo stato in Europa». Un milione di manifestanti su sette milioni di abitanti che rivendicano l’indipendenza costituiscono un dato inequivocabile che non manca di mutare lo scenario politico. Il Psoe si affretta a proporre un processo di revisione costituzionale che trasformi compiutamente la Spagna in uno stato federale, anche se non si spinge a mettere in discussione la ormai impopolare monarchia. Izquierda Unida insiste nel dire che da sempre propone la repubblica federale e riconosce comunque il diritto all’autodeterminazione dei catalani. Il PP reagisce accentuando il suo centralismo e sciovinismo spagnolo spingendosi a rispolverare, con il ministro dell’istruzione, slogan franchisti come la «spagnolizzazione delle scuole catalane». Tutto questo permette a CiU di spingere sull’acceleratore. Viene sciolto il parlamento catalano a metà legislatura e Artur Mas chiede ai catalani di eleggere un parlamento con una solida maggioranza indipendentista affinché possa compiere gli atti necessari a convocare un referendum sull’indipendenza, promettendo che se Madrid non lo autorizzerà come ha fatto il governo del Regno Unito per la Scozia, si farà comunque, anche facendo appello all’ONU e ai tribunali dell’Unione Europea.
Vedremo come andranno le elezioni del 25 novembre. Intanto i sondaggi dicono che la maggioranza indipendentista ci sarà con una crescita di tutte le forze indipendentiste o non ostili all’autodeterminazione e una secca sconfitta dei socialisti e dei popolari. Una volta che ci fosse questa maggioranza indipendentista nel parlamento catalano è praticamente scontato che si produrrebbero gli atti istituzionali volti ad arrivare al definitivo referendum sulla secessione.
Ormai i temi della crisi, della disoccupazione (21% in Catalogna contro il 25% della media spagnola), del “salvataggio” che il governo Rajoy si appresta a chiedere all’Unione Europea consegnando il governo reale del paese alla Troika, sono largamente passati in secondo piano nella discussione politica e pubblica. Nelle città e nei paesi non c’è palazzo dove non siano esposte bandiere indipendentiste catalane. Non c’è festa popolare o manifestazione sportiva dove non si inneggi all’indipendenza. Non c’è bar dove non si discuta dell’indipendenza. La manifestazione dei contrari all’indipendenza, promossa nel “Dia de la Hispanidad” il 12 ottobre, ha raccolto circa 6mila persone nella piazza principale di Barcellona secondo la polizia catalana e 60mila secondo la delegazione del governo centrale in Catalogna. E già questa differenza di valutazione la dice lunga sul clima che si è creato. In ogni caso un fallimento totale se comparata con il milione e passa di indipendentisti. Gli argomenti del governo, del primo ministro e del PP che vengono usati per contrastare la secessione fanno appello solo alla paura ed appaiono totalmente difensivi. Si va dal «la secessione porterebbe la Catalogna fuori dall’Unione Europea e dall’euro e ci vorrebbero anni per un suo rientro» al «gli spagnoli non comprerebbero più i prodotti catalani» e così via. Si potrebbe anche dire che il governo del PP sia anch’esso interessato ad alimentare uno scontro sull’indipendenza al fine di oscurare la discussione pubblica sulla sua gestione della crisi. Altrimenti si potrebbe considerare irresponsabile che Rajoy nel progetto di bilancio per il 2013 abbia tagliato più di un terzo gli investimenti in opere pubbliche in Catalogna (in aperta violazione delle norme sopravvissute nello Estatut d’Autonomia de Catalunya) contro il solo 9% tagliato alla comunità di Madrid. Ma anche i socialisti non sono stati da meno in quanto a centralismo. Infatti nell’ultimo anno del loro governo, il 2011, solo il 36% degli investimenti statali previsti in Catalogna sono diventati operativi, mentre nella comunità di Madrid si è addirittura arrivati al 112%.
Tutto ciò, ed altro ancora, non fa che alimentare il vento indipendentista. Ormai è chiaro che agli indipendentisti storici si sono sommati tutti coloro che si illudono che la secessione possa “salvare” la Catalogna dalla crisi, che viene sempre più identificata come il prodotto del governo centralista di Madrid e dei suoi sprechi. Per quanto infondata sia questa tesi essa muove milioni di persone verso la rivendicazione dell’indipendenza e la costruzione di un nuovo stato.
La sinistra politica e la sua lista, che parafrasando lo slogan indipendentista “Catalonia is not Spain” dice “Catalonia is not CiU” cerca di ricordare agli elettori le responsabilità della destra catalana nella crisi, ma senza contraddire lo spirito indipendentista. Anche questo è un segnale che dice che davvero la secessione può essere questione reale nella prossima legislatura.
Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi