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Il Ponte sullo Stretto non si farà, ma si mangia ancora soldi

In principio a raggelare le speranze del fronte del sì al Ponte sullo Stretto era stato il tratto di penna con cui l'Europa ha ridefinito i corridoi di spostamento di uomini e mezzi, con conseguente, immediato taglio di tutti i finanziamenti per le opere declassate come “non prioritarie”. Poi ci ha pensato l'esecutivo dei tecnici a sbriciolare diciassette anni di promesse del centrodestra nostrano sul ponte delle meraviglie – cavallo di battaglia dei berluscones fin dalla prima campagna elettorale – prima facendo sparire, in sede di riunione Cipe,  1, 3 miliardi destinati a finanziare l'opera, poi mettendo fine a valzer e minuetti di deputati e senatori pro-ponte nelle anticamere delle stanze ministeriali con una dichiarazione che lascia poco spazio a dubbi: «Non c'è alcuna intenzione di riaprire il discorso sul ponte sullo stretto di Messina al contrario, il governo vuole chiudere il prima possibile le procedure aperte anni fa dai precedenti governi, e per farlo deve seguire l'iter di legge».
Due righe di comunicato che mandano in soffitta non solo i sogni di chi sul business del Ponte aveva investito uomini, mezzi  e promesse elettorali – con buona pace delle istanze di un territorio che l'opera non la vuole e non l'ha mai voluta – ma anche le tonnellate di carte, progetti, varianti, adeguamenti, perizie e controperizie che la Società Stretto di Messina ha prodotto. 

Un ponte di carte costato allo Stato e all'erario, dunque ai cittadini, la bellezza di circa 300 milioni di euro, che diventano 400 secondo alcuni analisti e sfiorano la cifra folle di 500 milioni secondo alcune documentate inchieste giornalistiche.  
Ma anche solo a guardare le cifre ufficiali fornite dalla società, il conto è da capogiro. Nel novembre 2011, solo la Stretto di Messina ha infatti dichiarato “spese di funzionamento” per oltre 283 milioni di euro: una valanga di soldi per mantenere in piedi un baraccone che ha sfornato un  primo progetto preliminare nove anni fa e da allora ha avuto necessità di oltre 230 integrazioni. Tutte profumatamente pagate dalla comunità. L'ultimo progetto definitivo non esecutivo, con cui l'ad Pietro Ciucci aveva tentato di forzare la mano e i tempi di convocazione del Cipe e della Conferenza dei servizi per l'approvazione definitiva, risale all'autunno scorso. Risultato, un progetto di massima per un ponte sospeso lungo 3.300 metri, dotato di sei corsie stradali e due binari ferroviari. Tenuto in piedi da due piloni alti  382 metri – due Tour Eiffel poste sulle punte più ballerine dello Stretto, sovente epicentro di piccoli e grandi eventi sismici -  mediante quattro cavi d'acciaio dal diametro di circa un metro e 24 centimetri ciascuno. 

Un'opera devastante per il territorio, che – nell'intenzione di società e progettisti – avrebbe dovuto avere il suo corollario di opere a terra, ferroviarie e stradali - circa 20,6 km in galleria, 2 km su viadotto  e 3,1 km a terra -  sette discariche destinate ad ospitare i circa 8 milioni di metri cubi di inerti prodotti dai cantieri, più le opere  “compensative” pretese dai Comuni per il disturbo. 

In realtà, nulla di tutto ciò è stato mai realizzato. A dispetto dell'ufficiale e super pubblicizzata posa della prima pietra del 20 dicembre 2009, l'unica opera che ha visto la luce è stata una bretellina ferroviaria di 1.1 Km, che  inizialmente  doveva essere realizzata da Rfi e poi è stata affidata nel 2009 incomprensibilmente al general contractor Eurolink, capeggiato da Impregilo. 
Tutte circostanze che messe in fila danno peso e concretezza alle parole degli attivisti no Ponte che hanno sempre definito l'opera  «un collettore di soldi pubblici verso cricche pubbliche e private,  il paradigma della mega infrastruttura, un progetto senza opera, gestito da un sistema d'imprese senza lavoratori, che sub-appaltano gli interventi a terra, arricchendo contractor del Nord e impoverendo le imprese locali, una manna per studi di progettazione e consigli d'amministrazione». 
Ma il giro d'affari, di soldi e di sprechi che a undici anni dall'approvazione della legge obiettivo sul Ponte e a nove dal licenziamento del primo progetto, ancora non si è esaurito. Il dietrofront dell'esecutivo sull'opera non è gratis. Nel testo del decreto legislativo sulla stabilità, al comma  8 si legge infatti che il governo stanzierà  300 milioni di euro «per far fronte agli oneri derivanti dalla mancata realizzazione di interventi per i quali sussistano titoli giuridici perfezionati alla data di entrata in vigore della presente legge (in particolare si tratta delle penalità contrattuali per la mancata realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, ndr)». 

Una notizia che ha raggelato le ambizioni della Società – che all'epoca del trasferimento di 1,3 miliardi dal Ponte ad altre opere deciso dal Cipe, aveva scritto addirittura a Napolitano, bollando la misura come illegittima –  e che è piaciuta a metà agli ambientalisti che chiedono «una severa e approfondita verifica degli interventi documentati da titoli giuridici perfezionati alla data di entrata in vigore della legge di stabilità 2012 (come risulta che sia scritto nella norma approvata dal Consiglio dei ministri) prima di rendere disponibili i 300 milioni di euro». Con una nota ufficiale, un cartello di associazioni e organizzazioni che va dal Wwf a Italia Nostra, passando per il Fai ha messo sull'avviso i tecnici  sottolineando che «siccome ad oggi il progetto definitivo, ritenuto ampiamente lacunoso dal ministero dell'ambiente non è stato approvato in procedura di via, né dal Cipe, la cifra eventualmente da corrispondere non potrà che essere molto inferiore ai 300 milioni di euro stanziati». Numeri che farebbero schizzare il conto del Ponte che non c'è a oltre 600milioni di euro, proprio nei giorni in cui  in Calabria, dal Pollino allo Stretto, si torna a ballare la danza macabra dei terremoti. E a contare danni e morti.

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