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Senza movimenti Obama in difficoltà. Intervista ad Alessandro Portelli, storico ed anglista

Alessandro Portelli classe 1942, è uno storico, critico musicale ed anglista italiano. Attualmente è professore ordinario di letteratura anglo-americana all'Università La Sapienza di Roma ed uno dei maggiori conoscitori degli Stati Uniti, capace di analizzare al meglio quello che è successo e sta succedendo nel grande paese nordamericano. A lui abbiamo chiesto di fare un bilancio della presidenza Obama alla vigilia di una sua possibile rielezione, che appare però all’oggi tutt’altro che scontata. 

Professor Portelli, quando vinse Obama in Europa la sinistra accolse con grande enfasi quello che effettivamente poteva essere considerato un avvenimento storico. Ma in molti, come spesso succede nella Storia, sono rimasti delusi dalla  politica del  primo presidente degli Stati Uniti di origine africana. E l’aggressività del suo sfidante Romney e il rischio di una vittoria repubblicana ci spingono a fare una considerazione certo azzardata ma non assurda, e cioè che gli Stati Uniti più di tanto non possano cambiare. Intanto c’è una cosa. Che Barak Obama, su cui evidentemente sono state riversate speranze eccessive, aveva detto con molta chiarezza che non bisognava delegare tutto a lui, responsabilizzando così il movimento che lo aveva portato alla Casa Bianca e invitandolo a continuare a battersi per gli obiettivi che erano stati indicati. Questo movimento invece è completamente sparito. E in parte questo ha a che fare con l’idea che, complice il carisma di Obama, lo si è fatto vincere aspettando poi passivamente di vedere che cosa facesse. Questo ha significato lasciare da solo il Presidente di fronte ad un movimento di massa messo su dalla destra come il Tea Party. E non è un caso che Obama si sia abbastanza ringalluzzito, assumendo posizioni più avanzate, quando è nato il movimento Occupy Wall Street. Perché in qualche misura c’era nella società un minimo di grinta e un minimo di scontro. Come rispondere poi alla domanda se sono cambiati gli Stati Uniti? I cambiamenti sono sempre molto osmotici e molto lenti. Quello che posso dire è questo: il tipo di tensione che ha portato Barak Obama al successo è ancora presente. Gli Stati Uniti sono un paese in cui esiste un conflitto, esiste una tensione di pensieri, di valori e via dicendo. E questo conflitto ha una molteplicità di soluzioni e sbocchi possibili. Questo per dire che un’America democratica, antirazzista, progressista c’è sempre stata. Quattro anni fa, approfittando della crisi della destra americana, è riuscita a vincere. Adesso però quella destra ancora una volta, come successe alla fine della presidenza Johnson, che aveva sconfitto nel 1964 il repubblicano Barry Goldwater, si riorganizza e riparte. 

Perché quel movimento che ha sostenuto Obama si è liquefatto?
E’ molto semplice: una volta che tu pensi di sostituire la politica con internet, di sostituire i corpi delle persone in strada con i clic del computer, è chiaro che hai una serie di difficoltà. Nel momento in cui poi si tratta di dare continuità - considerando che non esiste una forza politica o un’organizzazione in grado di raccogliere quei principi, quelle idee, quelle spinte - quel tipo di partecipazione virtuale che è stata così importante per la vittoria di Barak Obama resta appunto virtuale. Cioè alla fine la gente è rimasta a casa attaccata al computer. 

E’ uno dei grandi limiti della rete…
Ti permette di fare delle cose e però non basta per farne delle altre. 

Diciamo che le vecchie modalità di lotta del Novecento vanno coniugate con quelle nuove…
Certo, quelli di Occupy hanno usato la rete, i blog e poi si sono accampati in piazza. E questa è una differenza radicale. 

Tornando alla politica di Obama, che bilancio fa rispetto all’idea di dare finalmente una sanità a tutti. Il tentativo c’è stato poi ridimensionato dai numeri…
Molto semplicemente si è trovato a fronteggiare una controffensiva liberista che già aveva sconfitto Clinton e che ha ripreso vigore, tornando in forze. Non è riuscita ad azzerare interamente il progetto, certamente ne ha cambiato la natura e la forma. 

Se dovesse vincere di nuovo, come ci auguriamo, potrebbe avere maggiori possibilità di far passare il suo programma?
Di nuovo, tutto dipende da una quantità di elementi e di ipotesi. Stiamo tutti ragionando come se la storia dipendesse veramente soltanto dai grandi singoli protagonisti. Devono invece ripartire i movimenti. E penso che uno degli errori di Obama sia stato quello di non favorire il rilancio del movimento sindacale. Era una delle realtà organizzate che lo hanno sostenuto. Questa cosa secondo me lo ha danneggiato molto. 

Calma piatta anche sul fronte della politica estera, non trova?
Questo è un problema serio. Insomma le speranze che erano emerse quando vinse il Premio Nobel per la Pace non hanno avuto alcun seguito. E qui io credo che abbia contato molto una eccessiva preoccupazione nei confronti della destra interna. Il timore di passare per poco patriottico, in un paese dove evidentemente, come peraltro da noi, essere patriottici significa fare la guerra. E poi di nuovo, non è che da parte del mondo arabo gli siano arrivate grandi aperture di spazi alternativi. In questa rincorsa a destra si è lasciato intrappolare tragicamente. 

Non è neanche riuscito ad avviare un rapporto positivo con nessuna delle pur diverse realtà progressiste latinoamericane…
Non dimentichiamo che sostanzialmente ha legittimato il colpo di stato in Honduras. Diciamo così: una vittoria di Romney sarebbe un disastro assoluto; la continuità delle linea Obama costituirebbe invece un’inerzia abbastanza pericolosa. 

L’Europa è inesistente nel dibattito americano. Ma non crede che un Vecchio continente diverso, ancorato ai principi democratici dello Stato sociale, avrebbe potuto aiutare Obama? Il quale invece ha trovato un continente più liberista di lui…
Forse sì. E chiaro che nel vuoto di idee, di movimenti e di principi che ci siamo trovati davanti Obama è anche molto solo. Ha pagato un aspetto anche molto nobile del suo carattere che è quello di cercare sempre l’unità, l’accordo, cercandolo però con una destra che tutto voleva tranne che una politica unitaria. Quindi ogni volta che questa destra si spostava ancora più a destra si spostava a sua volta anche l’asse della politica presidenziale. Quello che gli è mancata è stata proprio la capacità di affrontare di petto gli avversari. E questo si è visto anche nei dibattiti, dove è riuscito a farsi mettere sotto - lui che è uno straordinario uomo di comunicazione, padrone del linguaggio - da una figura relativamente più rozza come Romney. Proprio perché non è nelle sue corde una dimensione di conflitto e di scontro.

In questo mi sembra esserci un tratto comune con le grandi sinistre europee…
Le grandi sinistre europee stanno comunque più a destra di Obama. Sono terrorizzate dall’idea che possa emergere qualcosa di sinistra. Staremo a vedere.

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