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Quant'è difficile parlare dei kurdi. La mobilitazione della Fnsi
Özgür Gündem. Questo nome, che in turco significa “agenda libera”, probabilmente non evocherà nulla non soltanto ad una buona fetta degli italiani, ma anche alla maggioranza di chi opera nel mondo dell’informazione. In realtà si tratta di un giornale kurdo pubblicato in Turchia, che fin dal giorno della sua nascita, avvenuta nel 1990, ha conosciuto la repressione più brutale, ancora più grave se consideriamo che già allora Ankara ambiva ad entrare nell’Unione Europea.
Durante gli anni ’90 si è parlato molto dei kurdi in Italia e in Europa. Molte delegazioni europee si sono recate a Diyarbakir e dintorni per monitorare il rispetto dei diritti umani. Alla deputata kurda Leyla Zana, incarcerata per molti anni in Turchia per la sua vicinanza con il popolo kurdo, il comune di Roma conferì la cittadinanza onoraria e tra il 1997 e il 1998 ci fu un grande movimento di opinione favorevole alla concessione dell’asilo politico al leader del Pkk, organizzazione armata kurda, Abdullah Ocalan, giunto a Roma, che non impedì però al governo presieduto allora da Massimo D’Alema di consegnarlo, di fatto, nelle mani dei turchi, che lo catturarono in Kenya. Ocalan è tutt’ora detenuto in un carcere situato in un isolotto di fronte ad Istanbul.
Da allora della situazione dei kurdi nel grande paese euro-asiatico si è parlato poco, molto poco. E i passi avanti nella direzione del riconoscimento dell’esistenza di una popolazione non turca in Turchia sono stati anche questi pochi, molto pochi. Per questo l’iniziativa organizzata martedì scorso dalla Federazione nazionale della stampa italiana a Roma proprio su queste tematiche e in consonanza con la mobilitazione della Federazione europea dei giornalisti, ha assunto grande importanza.
Nel corso dell’iniziativa, alla quale hanno partecipato i giornalisti Gian Antonio Stella, Alberto La Volpe, Ennio Remondino insieme a Roberto Natale, presidente della Fnsi, e ad Hevi Dilara e Arturo Salerni di Europa Levante, è stato proiettato il film “Press” di Sedat Yilmaz, che racconta proprio la storia di Özgür Gündem. A rendere emozionante la presentazione della pellicola è stata la presenza dell’attuale editore della testata kurdo-turca, Hüseyin Aykol, un uomo che ha vissuto da protagonista quegli anni terribili che appunto “Press” racconta. «Non sono kurdo – dice il regista Yilmaz – ma ho voluto raccontare questa storia per solidarietà con il popolo kurdo e con Gündem giornale. Una testata molto importante nella tradizione della stampa turca. E forse il significato della sua importanza si comprenderà anche più tardi».
In sintesi la trama di “Press” è questa: nei primi anni ’90 un gruppo di giovani cerca di attirare l’attenzione del mondo sulle gravi violazioni dei diritti umani che avvengono a Diyarbakir, capitale del Kurdistan turco. Lo fanno appunto attraverso un giornale che però non ha e non avrà vita facile. Mentre si mettono alla ricerca di cinque abitanti del villaggio scomparsi scoprono le tracce di una banda paramilitare, autrice di numerosi crimini. Firat, che è un po’ il protagonista del film, è un giovane tuttofare all’interno della redazione. Insieme ai suoi compagni dovrà fronteggiare minacce, attacchi veri e propri fino alla chiusura del giornale, che dovrà poi trovare nuovi modi per raggiungere i propri lettori. Allora a dirigere la testata era Ocak Işık Yurtçu. Sotto la sua direzione le vendite crebbero fino a raggiungere le 100mila copie, un vero record per un giornale indipendente in Turchia. Era troppo per il regime turco che reagì violentemente. Nel 1992 quattro giornalisti di Özgür vennero assassinati. Yurtçu venne arrestato nel 1993, condannato a 50 anni di detenzione e liberato quattro anni dopo grazie ad una amnistia approvata dal Parlamento turco ma soprattutto alla mobilitazione di Reporter sans frontières, che ha più volte accusato i media turchi per l’assoluto disinteresse nei confronti del suo fermo. Da allora è stato un continuo di arresti appunto, chiusure del giornale che poi veniva riaperto con un altro nome. Misure repressive affiancate, fortunatamente, da una costante mobilitazione internazionale che ha permesso, malgrado tutto, ad Özgür Gündem di sopravvivere.
Anche Hüseyin Aykol ha conosciuto il carcere e la persecuzione. Ha scontato dieci anni di prigione, visto la sede del suo giornale bombardata e alcuni dei suoi colleghi uccisi. Di fatto allora fu l’intera redazione ad essere sterminata. Uno scenario sudamericano disegnato però in un paese che bussa da anni alle porte dell’Europa.
Ma ora, a distanza di tempo e con un governo diverso in Turchia, dove sono gli islamici a stare nella stanza dei bottoni e l’esercito è stato in qualche modo ridimensionato nel suo strapotere, che cosa è cambiato nel rapporto con i kurdi? «La repressione di allora era più evidente - dice Aykol – ma la situazione oggi non è migliore, anche se ad un osservatore esterno può sembrare così». E i numeri in questo senso parlano chiaro: ci sono ancora 36 giornalisti sotto processo ad Istanbul ed altri 90 si trovano in carcere.
Intanto l’impegno della Fnsi all’interno di una più vasta azione della Federazione internazionale ed europea dei giornalisti ha prodotto i primi positivi risultati. Baha Okar, giornalista turco, è stato liberato grazie alle pressioni internazionali. Baha era stato “adottato” virtualmente dalla Fnsi, insieme a Bedri Adanir, un altro giornalista turco di origine kurda ancora dietro le sbarre e per la cui liberazione continua la battaglia alla quale possono partecipare tutti firmando un appello situato nella home page del sindacato.
Una lotta dura nella speranza che quel processo di democratizzazione in Turchia andato avanti finora con una lentezza esasperante, possa conoscere una accelerazione, ponendo anche la parola fine al conflitto politico ed armato che contrappone le organizzazioni kurde allo Stato turco. Certo, se anche l’Europa facesse la sua parte, ma qui entriamo nel mondo della fantascienza.
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