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FINESTRA INTERNAZIONALE. C'è un Portogallo che resiste
In Portogallo, combattive e affollatissime manifestazioni organizzate, il 15 settembre scorso, dai sindacati e dall’opposizione, con in testa il Partito comunista, hanno indotto il premier Pedro Passos Coelho a ritirare l’ennesima misura economica, odiosa e recessiva, chiamata, nell’ottica liberista e conservatrice del governo di centro-destra, a contribuire al ‘’risanamento’’ finanziario del Paese, cioè l’aumento dall’11 al 18% dei contributi sociali a carico dei lavoratori e la simmetrica riduzione dal 23,7 al 18% di quelli a carico delle imprese. La giustificazione del provvedimento, ritenuta risibile anche da molti imprenditori, chiarissimi nel sottolineare l’insufficienza del beneficio loro concesso e la necessità di politiche di rilancio della domanda, era stata che avrebbe indotto le imprese ad assumere in un ambiente dove il tasso di disoccupazione, grazie anche alle misure di austerità finanziaria già in vigore, è del 15,2%, uno dei più alti dell’Eurozona.
Immancabilmente, il 30 settembre Moody‘s ha strepitato che la retromarcia del governo mette in cattiva luce il Paese sui mercati finanziari internazionali perché «incoraggia l’opposizione a esigere mutamenti nel programma di risanamento». La potente agenzia di rating newyorkese non poteva illustrare meglio l’ attuale fase della lotta di classe in Portogallo. Essa è segnata da una vasta opposizione popolare ai provvedimenti varati per rispettare le condizioni che la troika Fmi-Ue-Bce ha imposto nel maggio 2011 per la concessione di un prestito di 78 miliardi di euro, somma da versarsi in tre anni al fraterno interesse del 5,1%, cioè per la modica cifra - euro più, euro meno - di 34 miliardi di euro, quasi la metà del valore del prestito.
L’intervento della troika dal cuore d’oro era stato invocato dal primo ministro Socrates, del partito socialista, fresco di dimissioni dopo che la maggioranza parlamentare di centro destra gli aveva bocciato la quarta manovra di aggiustamento dei conti in un anno. Nell’immediato, la prima rata del prestito era servita a evitare la bancarotta dello stato, ormai a corto di fondi e pressoché impossibilitato a finanziarsi sui mercati a tassi schizzati fino dell’8% anche a causa della crisi politica.
La lievitazione del debito pubblico, pari, alla fine del 2011, al 102% del Produto Interno Bruto (lordo) (Pib) è stata determinata da numerosi fattori. Il fattore scatenante, comune a molti altri Paesi del mondo, è stato l’intervento statale a sostegno del sistema bancario coinvolto nella crisi finanziaria internazionale esplosa dalla metà del 2007. Secondo il Tribunal de Contas, nel 2009 le misure a favore del sistema finanziario, ammontavano a 9.400 milioni di Euro, pari al 5,4% del Pib, somma ripartita tra garanzie, necessarie alla raccolta di fondi sui mercati, e operazioni di ricapitalizzazione o nazionalizzazione di banche alcune delle quali erano state gestite in maniera scandalosamente truffaldina.
Le cause più profonde della crisi riguardano, però, lo stato dell’economia reale. La prima causa è la più iniqua distribuzione dei redditi di tutta l’Europa, favorita da un sistema fiscale definito «de ancien régime» perché implacabile con i lavoratori dipendenti e straordinariamente clemente con "la nobiltà" del denaro. Tale iniquo meccanismo ha contribuito non poco a deprimere la domanda interna di beni e servizi. L’altra ragione è la debolezza dell’apparato produttivo. Da tempo dipendente in buona parte dai capitali esteri, fiaccato dall’uso inefficiente dei fondi europei solo in parte utilizzati per promuoverne la necessaria ristrutturazione e modernizzazione, in tempi recenti è stato facilmente travolto dalla globalizzazione selvaggia con conseguente incremento del numero dei disoccupati.
Alcuni dati confermano questa analisi. Nel 2011, le imposte indirette, che, come si sa, colpiscono assai più duramente i percettori dei redditi più bassi, hanno rappresentato circa il 58,3% delle entrate fiscali. Delle imposte dirette, L’Irs (Imposto sobre o Rendimento de Pessoas Singualares), che colpisce i redditi da lavoro e le pensioni, ha fornito il 29,7% delle entrate, mentre l’Irc (Imposto sobre o Rendimento de Pessoas Colectivas), che riguarda i redditi da capitale, soltanto il 12,3%. Spiegano questo dato l’evasione fiscale contrastata in modo fiacco, l’elusione favorita dall’indecente paradiso fiscale dell’isola di Madeira, le insopportabili regole di favore relative alla tassazione delle rendite finanziarie. In tale scenario, è stato calcolato che la fortuna accumulata dai tre portoghesi più ricchi, pari a 6.500 milioni di euro, equivale al reddito annuale dei tre milioni di portoghesi che guadagnano fino a 7.500 euro l’anno.
Forniscono questo gettito fiscale squilibrato le diverse classe sociali. Secondo studi del 2009 su una forza lavoro di circa 5.500.000 unità, 3,9 milioni sono lavoratori dipendenti. Essi appartengono nella misura del 61% nel settore dei servizi, del 29% nell’industria e dell’11% nell’agricoltura. I pensionati sono circa 1.300.000. Incaricati di gestire l’intervento pubblico nell’economia e il welfare, i pubblici dipendenti rappresentano circa il 10% della forza lavoro e, in generale, fino a un recentissimo passato hanno goduto di retribuzioni e condizioni di lavoro decorose, anche se fin dai tempi della proclamazione della repubblica, nel 1910, sono stati oggetto di periodiche denigrazioni, condotte in passato dalla classe dei possidenti e propalate oggi dai seguaci della troika. I salari più bassi vengono pagati nei settori alberghiero e turistico, quasi 323 euro al mese. I salari più alti sono corrisposti nel settore finanziario, in media 2.224 euro mensili e nei settori della elettricità, del gas e dell’acqua, 2.192 euro mensili. Il salario operaio medio è di circa 1.200 euro al mese. Imprenditori e liberi professionisti sono più o meno 1.600.000. Esistono circa 1.100.000 imprese registrate delle quali il 21% opera nel settore industriale e il 27% nel commercio. Si tratta in gran parte di piccolissime imprese: il 95,5 ha meno di 10 dipendenti, il 4% ne ha da 10 a 250, mentre le grandi imprese con più di 250 dipendenti rappresentano appena lo 0,3%.
Nel 1986, con l’entrata nella Cee, il Portogallo ha vissuto una fase economica caratterizzata dagli investimenti del capitale straniero. Giovandosi della disponibilità di manodopera a basso costo e poco qualificata e della relativa abbondanza di risorse naturali, cospicui capitali francesi, inglesi e tedeschi rivitalizzarono i tradizionali comparti industriali a basso contenuto tecnologico: le industrie tessili che producevano per i mercati francesi tedeschi e olandesi; le industrie delle calzature, della carta e del legno. Ancora investimenti franco-tedeschi si diressero verso settori ad alto valore aggiunto, che impiegavano manodopera qualificata: quello dell’industria automobilistica e del relativo indotto (il primo grande investimento fu realizzato dalla Renault nel 1980. Poi ne seguirono altri del gruppo Volkswagen, della Continental per i pneumatici e della Bosch per la componentistica varia); quello dell’industria elettronica e dell’informazione per l’investimento ancora del gruppo Bosch (fabbricazioni di autoradio e di impianti di sicurezza), della Siemens (componenti elettronici), della Infineon poi Qimonda e della Epcos. Volkswagen, Siemens e Bosch hanno poi favorito la formazione di alcuni poli di ricerca e sviluppo (R&S). Allo stesso tempo, però, la dissennata politica comunitaria indeboliva l’agricoltura e la pesca nazionali costringendo il Paese a importare derrate alimentari. A partire dal 1999, questa spesa; la crisi del settore industriale innescata dalla decisione degli investitori di delocalizzare le produzioni nelle zone del mondo dove la manodopera risultava ancora meno costosa, come, per esempio, l’Europa dell’Est; la crescente competitività delle economie emergenti sia asiatiche, sia mediterranee anche nei comparti a bassa intensità di capitale; l’aumento del prezzo del petrolio hanno determinato un sensibile deterioramento dei conti con l’estero e la contrazione della domanda interna.
Criticata vivacemente anche dal Partito comunista portoghese come incapace, da sola, di assicurare lo sviluppo armonico di economie fortemente differenziate, l’introduzione della moneta unica ha, sulle prime, avuto illusori effetti positivi. I più bassi tassi d’interesse, dovuti dall’apparente omogeneità delle zona Euro, hanno consentito ai portoghesi di indebitarsi per consumare eccitando la domanda di beni importati, mentre, dal 2003 al 2007, nel quadro del boom immobiliare mondiale, imprenditori nazionali e stranieri si sono lanciati in grandi progetti di turismo residenziale. Alla fine, un sistema complessivamente debole, nonostante alcune nicchie di eccellenza concentrate soprattutto nel settore dell’energia, e afflitto dal peso crescente del settore finanziario dedito, nonostante l’aiuto pubblico ricevuto, alla speculazione più che al sostegno dell’economia nazionale ha dovuto affrontare la crisi e, quel che è peggio, le misure imposte dalla troika per rientrare nei parametri finanziari dell’Eurozona.
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