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L'Emilia Romagna prima e dopo Delbono
All’inizio fu il Sindaco Delbono, o giù di lì. Ricordate? Alle comunali bolognesi del 2009, il centrosinistra aveva candidato Flavio Delbono, l’economista proveniente dalla Margherita e assessore regionale, e aveva vinto facile. Ma l’ombra gettata su di lui già durante la campagna elettorale dall’ex fidanzata e collaboratrice Cinzia Cracchi si è trasformata, poco dopo, in un incubo: vacanze truccate da missioni istituzionali e carte di credito di ignota provenienza hanno fatto discutere e inquietato i bolognesi per settimane. Nel giro di qualche mese, il professore ha dovuto rassegnare le dimissioni e affrontare la magistratura. Accusato di peculato e di abuso d’ufficio, ha patteggiato ed ha abbandonato definitivamente la vita politica. Per una città come Bologna, orgogliosa, malgrado tutto, della propria diversità progressista e convinta dell’onestà dei propri amministratori, è stata una botta in testa mica da ridere. Ma scandali del genere, figli di una concezione “privatistica” delle istituzioni pubbliche, sono scoppiati in diversi territori dell’Emilia-Romagna e hanno riguardato numerose organizzazioni e istituzioni. A Piacenza è stato arrestato un paio d’anni fa Alfonso Filosa, responsabile della Direzione Provinciale del Lavoro. Filosa avvertiva sistematicamente le imprese oggetto di controlli relativi alla sicurezza nei luoghi di lavoro in cambio di profumate tangenti. Il corriere, secondo l’accusa, era il segretario provinciale della Cisl che, prima di consegnare il malloppo, si teneva una mancia di qualche migliaio di euro a ispezione.
Nella vicina Parma, la questione morale ha assunto proporzioni degne dei tempi di “Mani pulite”. Le amministrazioni di centrodestra di questi ultimi quindici anni hanno dato via ad una sorta di “keynesismo tangentizio”: opere pubbliche faraoniche e di dubbia utilità inaugurate e mai finite, simbolo di un’alleanza organica tra il Comune e la locale Confindustria che ha portato la città al disastro. Assessori e dirigenti pubblici sono finiti in galera, arrivando a lucrare persino sulle mense degli asili e sui servizi per la prima infanzia.
La politica, però, in tutto questo, non agisce certo da sola. Basti pensare ai poli logistici cresciuti in questi anni nelle principali città emiliane. Colate di cemento che hanno prodotto vaste aree di illegalità economica e produttiva. Ogni tanto i lavoratori di un qualche capannone non ne possono più, si ribellano e allora emerge un po’ del marcio che c’è. Lo schema è lo stesso, ovunque: in gran parte stranieri, vengono pagati in nero e ricevono buste paga ufficialmente con qualche decina di euro. Il contratto nazionale di lavoro è un sogno, ed è difficile capire per chi lavorano. In genere si tratta di cooperative che forniscono il personale alle aziende e che durano un anno o poco più; dopo un po’ chiudono, passano i dipendenti ad una nuova cooperativa, che magari ha gli stessi amministratori della precedente. Girano insistenti voci di un ruolo della criminalità organizzata, interessata ad utilizzare queste cooperative finte e dalla mortalità aziendale elevata per riciclare.
Del resto, che le mafie abbiano messo radici anche in Emilia-Romagna non è più solo un’ipotesi. Il giovane giornalista Giovanni Tizian ne sa qualcosa: emigrato dalla Locride perché indisponibile a qualsiasi forma di convivenza con la 'ndrangheta, si è trovato ad affrontare a Modena le stesse famiglie che dettano legge in Calabria. Tizian vive sotto scorta perché ha raccontato in questi anni il business della mafia in Emilia-Romagna: bische, spaccio di droga, macchinette da gioco, appalti e attività edilizia, con nomi e cognomi. Rimangono nell’ombra, salvo qualche squarcio di luce, i punti di contatto tra criminalità organizzata e istituzioni, tra mafia e politica.
L’anno scorso ha suscitato un certo clamore l’avviso di garanzia al Sindaco di Serramazzoni Luigi Ralenti, in provincia di Modena, per corruzione. L’accusa specifica all’amministratore del Pd era di aver favorito l’assegnazione degli appalti per la ristrutturazione del polo scolastico e del campo sportivo a due imprese riconducibili all’ex soggiornante obbligato Rocco Antonio Baglio da Polistena. Ovvero al clan dei casalesi. Come pure, ha fatto rumore a Reggio Emilia la partecipazione ad una cena con imprenditori in odore di mafia e con precedenti giudiziari del capogruppo del Pdl Pagliani. Al centro dell’attenzione dei presenti sarebbero stati gli appalti e i lavori pubblici. E sempre a Parma, qualche tempo fa, è diventata di dominio pubblico la frequentazione di Pasquale Zagaria, fratello del boss dei casalesi, da parte dell’ex assessore alla pubblica istruzione.
Martedì scorso la Guardia di Finanza ha bussato alla porta dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna, con l’obiettivo di acquisire tutta la documentazione delle spese dei gruppi dal 2006 ad oggi. La mafia non c’entra; c’entra un’azione ad ampio raggio attivata dalla magistratura per verificare la correttezza da parte dei consiglieri regionali nell’utilizzo delle risorse pubbliche. E' finito sulla stampa nazionale l’ex capogruppo dell’Italia dei Valori Paolo Nanni, moralizzatore a parole ma datore di lavoro con i soldi di tutti della figlia e della moglie nei fatti. E' importante e vitale fare chiarezza, e mandare a casa i vari “Batman” che si annidano nelle istituzioni. Ma non basta controllare qualche scontrino o l’uso delle auto blu da parte dei politici per fare giustizia.
Come abbiamo visto, anche nella nostra regione, l’illegalità riguarda zone grigie tra criminalità, economia e istituzioni. Non ha a che fare solo con l'utilizzo a fini personali delle risorse pubbliche destinate alla politica, ma anche con il rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Non riguarda solo alcuni partiti, ma aziende e gruppi economici di potere. Non coinvolge solo la politica come corpo separato dalla società, ma le sue aree di contatto con pezzi di economia e criminalità.
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