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Il bubbone Calabria
Lazio, Campania, Lombardia, Piemonte, Emilia. Lo scandalo dei conti pazzi in Regione, come un domino impazzito, sta facendo vacillare più di uno scranno nelle assemblee locali. Ma i guai che hanno portato Franco Fiorito in galera e la Polverini alle rateizzate dimissioni, potrebbero non essere che le prime tappe di uno scandalo che si estende ben oltre i festini beceri dei consiglieri della Pisana. E soprattutto, ben oltre i confini del Lazio. Mentre il governo vara un decreto moralizzatore - destinato probabilmente ad essere polverizzato in aula - e i magistrati della Corte dei Conti sembrano folgorati da rinnovato attivismo, in Calabria si comincia a tremare. E sarà casualità, tempismo o forse sono proprio i venti di tempesta in arrivo, ma il Pdl calabrese, proprio nei giorni durissimi della trattativa con i forestali - che la Giunta avrebbe voluto cancellare con una riforma sulla quale è stata costretta a fare marcia indietro dalla straordinaria mobilitazione dei lavoratori - tenta di correre ai ripari.

Spending review alla calabrese
Nel medesimo giorno in cui il Palazzo del Consiglio regionale è assediato da oltre 5mila lavoratori imbestialiti, il presidente del Consiglio regionale, Francesco Talarico, e il governatore Giuseppe Scopelliti, si sono affrettati a convocare in fretta e furia una conferenza stampa per annunciare i «provvedimenti per il taglio dei costi della politica». Tutte misure più promesse che concrete, che di poco o per nulla intaccano gli attuali bilanci dell'Ente: dalla prossima legislatura, saranno aboliti i vitalizi per i consiglieri regionali, attualmente pari a sette milioni di euro, diminuiranno gli assessori, spariranno i sottosegretari, mentre già dal novembre prossimo le commissioni regionali "dimagriranno" da 10 a 6, con la scomparsa delle quattro commissioni "speciali", fatta eccezione per quella antimafia. Drastico anche il taglio – annunciato – di consulenze e collaborazioni.
Allo stato però di certo ci sono solo i costi astronomici del consiglio regionale calabrese che ogni anno pesa sulle tasche dei cittadini della regione per 77,9 milioni di euro. Una cifra spropositata per una regione in fondo a tutte le classifiche per vivibilità, reddito, occupazione, che la Giunta promette di mettere a regime anche con una – magra – stretta sullo stanziamento per i gruppi consiliari che, ha informato l'ufficio stampa regionale, nel 2012 «sarà, a regime, di quattro milioni e 275mila euro, con una riduzione di 225mila euro rispetto al 2011». Bilanci – ha annunciato il presidente del Consiglio regionale, Talarico, che in futuro sarà una società di consulenza esterna – altre nomine, altri appalti – a certificare.
«La Calabria sui temi della spending review e dei tagli ai costi della politica rappresenta un esempio perché è stata una delle prime regioni che ha dato risultati concreti», ha ripetuto più di una volta il governatore Scopelliti, nel corso della maratona mediatica che la scorsa settimana lo ha visto pellegrinare di studio televisivo in studio televisivo – da Rai a La7, passando per Sky – per assicurare che la Calabria avrà anche tanti problemi, ma non è della partita degli spreconi.
Ma il Verbo del governatore rischia di essere ridicolizzato non solo da un astronomico bilancio regionale, che vede campeggiare la cifra folle di due milioni di euro solo per spese telefoniche e postali e tutto ciò che ruota attorno ad esse, otto milioni per i rimborsi delle consulenze, sette milioni solo per la copertura degli immobili presi in locazione, fra Bruxelles, Roma, Milano e le varie province calabresi, spende 7 mila euro al mese per il noleggio dell'auto blindata del governatore, butta via 5000 euro solo per fiori e piante, mentre si impegna a versare quattro milioni di euro per il costruendo "Cilindro", il palazzo che dovrebbe nascere accanto a Palazzo Campanella – sede reggina del solo Consiglio, perché la Giunta sta a oltre 300 km di distanza, a Catanzaro - per ospitare gli uffici del Corecom. «Tutti i capitoli di spesa verranno sottoposti al vaglio dell'assemblea», promettono dalla maggioranza. Ma più delle promesse o degli annunci è la cronaca a presentare un conto impietoso al governatore Scopelliti e alla sua Giunta. Soprattutto quando tocca da vicino uno dei fedelissimi del presidente della regione Calabria.

Il caso Sarra
In settimane di cilicio moralizzatore e grandi proclami, a mettere in imbarazzo la Giunta è Alberto Sarra, ex consigliere e assessore provinciale di Reggio Calabria, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio regionale, beneficiario di un vitalizio pari a 7.490,33 euro al mese, per la sua riconosciuta invalidità al lavoro. Ente erogatore, la Regione Calabria che ha riconosciuto al suo sottosegretario non solo una robusta indennità di servizio, ma anche una – ancor più generosa – pensione di invalidità. Eppure il grave infarto che ha colpito Sarra nel 2010, non gli ha impedito - solo tre mesi dopo - di diventare l'onnipresente sottosegretario regionale alla presidenza, iperoccupato in impegni di differente tipo, dall'inaugurazione di strade alla risoluzione di vertenze di ogni ordine e grado. Giornate piene, dure e faticose, durante le quali ha però trovato il tempo per avviare le pratiche affinché gli venisse riconosciuta l'invalidità al 100%. Invalidità presto concessa, e con tanto di arretrati. La Determinazione 439, regolarmente pubblicata sul Bollettino Ufficiale della regione, concedeva infatti a Sarra un «assegno mensile di 7.490,33 euro al lordo delle ritenute di legge, a titolo di vitalizio, con decorrenza dal 7 gennaio 2010». Traduzione, al sottosegretario è stato concesso non solo il vitalizio, ma anche arretrati per oltre 200mila euro. Una cifra che ha fatto imbestialire tutti i disabili calabresi e non, costretti generalmente a battagliare anni per il riconoscimento della pensione minima. «Io potrei stare a casa e percepire l'indennità per inabilità e invece vi ho rinunciato per poter continuare a lavorare. Cosa devo fare? Ho avuto un infarto terribile, da allora vivo con una protesi che non mi consente nemmeno di dormire, imbottito di farmaci. Ho deciso di dare una mano alla collettività, non prendo l'assegno di inabilità ma solo l'indennità da sottosegretario», ha replicato Sarra quando la notizia è apparsa sui quotidiani nazionali, affermando di aver rinunciato al vitalizio a settembre, dopo il conferimento avvenuto a giugno. Mistero sulla sorte degli arretrati e dei tre mesi di indennità percepiti prima della rinuncia.

Nomine e inchieste
Ma per il sottosegretario, la giornata di venerdì 5 ottobre – in cui il caso Sarra si è guadagnato le prime pagine di tutti i giornali – doveva essere proprio quella della cattiva stella. Dopo la figuraccia nazionale della mattina, nel pomeriggio per lui è arrivato il rinvio a giudizio nel processo che lo vede imputato per presunti abusi sulla nomina del primario di neurochirurgia all'ospedale di Reggio Calabria. Secondo l'accusa, nel febbraio del 2005, Sarra – all'epoca componente della Giunta regionale di centrodestra guidata da Giuseppe Chiaravalloti - avrebbe minacciato l'ex direttore generale dell'Azienda ospedaliera di Reggio Calabria, Renato Carullo, per costringerlo a nominare primario di neurochirurgia il medico Saverio Cipri. Una tesi che il gup di Catanzaro ha stabilito che debba essere verificata in dibattimento.
L'ennesimo caso che vede coinvolto un esponente della Giunta, che addirittura rischia anche di andare alla sbarra tutta insieme. Il sostituto procuratore di Catanzaro Gerardo Dominijanni, non più tardi di qualche giorno fa, ha iscritto infatti nel registro degli indagati tutti i componenti della Giunta regionale calabrese nell'ambito del cosiddetto “caso Sarlo”, la curiosa nomina ad hoc di Alessandra Sarlo quale dirigente esterno del dipartimento regionale “Controlli”, divisione regionale che dal 12 luglio 2011 è deputata alla riorganizzazione del servizio di controllo interno. Una scelta curiosa, che nei mesi scorsi aveva spinto il pm Dominijanni a indagare e interrogare – non senza difficoltà - il presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti e dell'assessore regionale al Personale, Domenico Tallini.
La Sarlo, ex commissario dell'Asp di Vibo, è la moglie del giudice Enzo Giglio, finito in manette nel novembre scorso per i cordiali rapporti con il clan calabro-milanese dei Lampada, cui secondo gli inquirenti forniva puntuali informazioni sulle indagini in corso. In cambio, il magistrato oggi sospeso dal Csm e che attende il giudizio nel carcere di Opera, avrebbe chiesto un posto in Regione per la Sarlo. A rendere possibile lo “scambio”, l'ex consigliere regionale del Pdl, Franco Morelli, anche lui finito in manette per i più che cordiali rapporti con i boss Giulio e Francesco Lampada. Frequentazioni che hanno messo nei guai anche l'attuale sindaco di Roma, Gianni Alemanno, sentito la scorsa settimana in qualità di testimone, al processo che vede imputato Morelli.
Davanti ai giudici dell'ottava sezione penale del Tribunale di Milano, il primo cittadino della Capitale - che dell'ex consigliere era stato uno dei principali sponsor politici - ha sostenuto che sarebbe stato proprio Scopelliti a metterlo in guardia sulla «possibile vicinanza di Morelli con ambienti malavitosi». Ambienti e personaggi che si intrecciano con la corsa al Campidoglio del sindaco capitolino. «Era una serata di campagna elettorale - ha spiegato Alemanno - in cui Morelli mi portò a una festa dove mi disse che c'erano i suoi amici calabresi e mi parlò di giovani imprenditori emergenti. Se Lampada è il giovane che ricordo, Morelli me lo presentò sottolineando che era una persona brillante ed emergente».

Onorevole indagato
Ma – stando alle indagini - l'ex consigliere non era l'unico politico su cui i Lampada potessero contare in consiglio regionale. Ad aprire la lunga lista di onorevoli “vicini” ai Lampada e sui quali il clan avrebbe «fatto confluire preferenze» è il sottosegretario Sarra, che con il clan ha più di una volta trattato affari e dal 2005 al 2007 aveva dato un lavoro in segreteria a Mario Lampada, zio del boss arrestato. «Sarra - scrive il gip - costituirà uno dei principali punti di riferimento politico per i Lampada». Ma in Regione Calabria, i boss milanesi – grazie a Morelli - potevano contare anche su personaggi del calibro del consigliere del Pdl Luigi Fedele, oggi assessore ai trasporti. Nessuno dei due politici – al momento – è finito sotto inchiesta per i rapporti con il clan che hanno fatto finire dietro le sbarre Franco Morelli.
Ma d'altra parte quest'ultimo non è l'unico consigliere calabrese ospite delle patrie galere. In poco più di due anni, la maggioranza che sostiene Scopelliti ha già perso tre unità per “sopravvenuto arresto”. Il primo a cadere era stato Santi Zappalà, condannato in primo grado a quattro anni di reclusione per corruzione elettorale aggravata dalle modalità mafiose, perché pizzicato dagli uomini del Ros a chiedere appoggio elettorale al superboss della Jonica, Giuseppe Pelle "Gambazza". Alle elezioni, era stato uno dei campioni di preferenze, con un bottino di oltre undicimila voti. Nell'agosto scorso invece, i militari della Guardia di Finanza hanno notificato ad Antonio Rappoccio, consigliere regionale del Gruppo "Insieme per la Calabria" (in quota Pri), un mandato di cattura disposto dal Gip di Reggio Calabria, per truffa, corruzione elettorale e associazione a delinquere.

Il bubbone Reggio Calabria
Un quadro desolante, ma che quasi impallidisce di fronte alla prospettiva di scioglimento del Comune di Reggio Calabria, feudo del governatore Scopelliti, che di Reggio è stato sindaco, e della sua squadra, trasferita armi e bagagli dai palazzi della città calabrese dello Stretto a quelli della Regione. Da settimane, Reggio Calabria vive in attesa della decisione del Viminale sullo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose. Sul tavolo del Ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri, balla una relazione pesantissima frutto di sei mesi di lavoro dei commissari mandati in riva allo Stretto per verificare le presunte infiltrazioni della 'ndrangheta nell’Ente
Quintali di dati, carte, fatti e circostanze che per sei mesi sono passate sotto gli occhi esperti dei commissari, obbligati a chiedere una proroga rispetto ai tre mesi di prammatica per avere la possibilità di analizzare in dettaglio tutto il materiale. Del resto, non c’è inchiesta che non abbia visto comparire il nome di politici più o meno in vista della città. Un rosario di telefonate, incontri, riferimenti, contatti che si dipana lungo tutti i procedimenti avviati dalla Dda di Reggio Calabria come di Milano o Torino. E ha per protagonisti gli amministratori della città.
È il caso di Giuseppe Plutino, arrestato lo scorso dicembre nell'ambito di un'operazione contro la cosca Caridi-Borghetto-Zindato e attualmente detenuto con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. O quello dell’attuale assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Reggio, Pasquale Morisani, mai indagato ma cui i pm dedicano un intero capitolo dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in galera il collega Plutino, il cui titolo “i tentativi di infiltrazione della cosca Crucitti nell’attività politica” lascia spazio a ben pochi dubbi. Un bis, per l'assessore i cui rapporti, almeno di conoscenza, con individui piuttosto loschi della medesima zona di influenza del clan Crucitti, erano stati certificati già nell’indagine “Pietrastorta” di qualche anno fa, quando Morisani venne pizzicato a parlare di voti con Giuseppe Romeo, poi condannato in primo grado per associazione mafiosa. O ancora, è il caso dell'ormai ex assessore all'Urbanistica Luigi Tuccio, che ha rassegnato le dimissioni dopo l'arresto di Giuseppa Santa Cotroneo, madre della compagna Giampiera Nocera, finita in manette perché proprio in un casolare di sua proprietà il superboss Mico Condello avrebbe trascorso parte della sua ventennale latitanza. Ma al vaglio dei commissari sono passate anche le gesta degli ex consiglieri comunali in quota An Manlio Flesca e Michele Marcianò. Al primo, oggi rinviato a giudizio per corruzione elettorale aggravata dalle modalità mafiose, i magistrati imputano uno strettissimo rapporto - prolungato negli anni e cementato con favori e voti - con i fratelli Barbieri, imprenditori dell'entourage Buda–Imerti, uno dei quali già condannato in primo grado per 416 bis nell’ambito del processo Meta, mentre l'altro attende in carcere il giudizio. Michele Marcianò invece, secondo i magistrati poteva vantare fra le sue amicizie l’ex super-latitante Cosimo Alvaro, membro dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta di Sinopoli. Ed anche per lui si tratta di un bis. Già assolto dall’accusa di voto di scambio nel 2000 nell’ambito processo “Prima” (Alvaro Antonio + 63), l’ex consigliere comunale oggi passato alla Provincia, Marcianò avrebbe continuato ad intrattenere rapporti con la cosca di Sinopoli. A dirlo non sono voci di popolo, né chiacchiere da bar. Ma faldoni e faldoni di inchieste giudiziarie.
In compagnia del clan Serraino è stato invece beccato il consigliere comunale Antonino Serranò, pizzicato a scarrellare una pistola in compagnia di Francesco Russo, luogotenente del clan. A rendere omaggio al boss del medesimo clan, in occasione del funerale svolto per ordine del Prefetto in forma strettamente privata, sarebbe andato invece l'attuale presidente del consiglio comunale Seby Vecchio. Anche lui in debito con la cosca, secondo i pentiti Giuseppe Fregona e Marco Marino: sarebbe stato proprio il patriarca a ordinare a un proprio uomo di seguire la campagna elettorale del politico nel corso delle consultazioni elettorali del 2007.
A lavori della commissione conclusi è stato invece arrestato l'ex consigliere comunale Dominique Suraci, finito in manette con l'accusa di essere un vero e proprio "dominus" che, attraverso le proprie condotte, avrebbe drogato tanto l'economia, tanto il libero voto su regia delle cosche De Stefano–Tegano. E proprio i Tegano - ha svelato l'inchiesta Archi-Astrea - avevano le chiavi della principale società mista della città, la Multiservizi che il Comune stesso è stato costretto a sciogliere.
Una lunga serie di fatti, nomi, circostanze che per mesi sono state analizzate dai commissari, scandagliate e vagliate a fondo, e oggi attendono una risposta dal governo dei tecnici e dal Ministro Cancellieri. «La scelta che uscirà dall'esame approfondito e sofferto sulla vicenda del Comune di Reggio Calabria sarà nella massima buona fede, farò quello che la coscienza mi dirà di fare'», ha detto qualche giorno fa il Ministro. Una scelta che rischia di travolgere non solo il Comune, ma anche e soprattutto la Regione e il suo governatore che su Reggio città ha costruito la propria carriera politica. E a Reggio città rischia di vederla naufragare.
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