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IL PUNTO DI CIOFI. Obama e noi

Obama ha vinto. Evviva Obama! In Italia e in Europa tutti applaudono e molti sgomitano per ingraziarsi il vincitore. Compresi i moderni luddisti rottamatori del lavoro e gli americanizzanti ultraliberisti adoratori del libero mercato. Sarà perché Mitt Romney, il mormone multimiliardario specializzato nel proprio arricchimento, è apparso come la personificazione pericolosa dell’uno per cento che agisce senza pietà sulla scena del mondo, o perché Barack Obama si è mostrato nella crisi molto vicino all’alta finanza, resta il fatto che l’élite europea di governo a Bruxelles e a Roma ha incoronato il presidente rieletto come salvatore dell’Occidente e del capitalismo in crisi. 
Paradossalmente, lo fa praticando una dura austerità che porta recessione, diffondendo precarietà e disoccupazione, destrutturando lo stato sociale e abbattendo i diritti del lavoro, vale a dire un’intera civiltà, proprio nel momento in cui il presidente degli Stati Uniti si è proposto in alternativa all’ultraliberismo darwiniano. Obama ha vinto per il suo (pur tenue) progressismo, sostenendo l’estensione dei diritti civili che attengono alla libertà della persona e alla inclusione delle diverse etnie, difendendo una riforma sanitaria peraltro modesta, salvando l’industria dell’auto con l’intervento pubblico. Il contrario dell’autoregolazione del mercato.
Su questa linea Obama ha conquistato il voto largamente maggioritario degli operai dell’Ohio, dei giovani e delle donne, degli afroamericani, degli ispanici e degli asiatici. Cioè dell’America del futuro, che ha bisogno di lavoro e di un diverso modello sociale. Sebbene molto lontano dal New Deal rooseveltiano e decisamente al di sotto del sistema di welfare costruito in Europa (che le élites del Vecchio Continente stanno rottamando per iniziativa dei mercati e di Wall Street), si intravede nello stento progressismo obamiano un’idea “europea” dell’intervento pubblico. Il paradosso di questa situazione è che l’Europa sta distruggendo il proprio modello fondato sul compromesso tra capitale e lavoro per approdare al “libero mercato” americano, che oggi non regge sul piano sociale e ha generato la crisi più grave del capitalismo. 
Ma se il darwinismo sociale praticato in Europa è ormai un fattore della crisi, dalla crisi non si esce con la retorica obamiana che dipinge l’America come il Paese «dell’amore, della solidarietà». Prima di tutto, perché la presidenza Obama non ha intaccato, anzi ha ricostruito, il potere di Wall Street e delle banche. E se non s’imbriglia la finanza è una pia illusione pensare di poter fronteggiare le due questioni chiave che tormentano il mondo: quella sociale e quella ambientale, peraltro ignorata dal presidente rieletto. Poi, perché nel mondo multipolare uscito dalla fine dalla guerra fredda, il dominio dell’America volge al tramonto tra molti dolori e contraddizioni esplosive.
Di fronte ai grandiosi mutamenti geopolitici che stanno spostando il baricentro del globo, ci sarebbe bisogno di un multipolarismo solidale in grado di contrastare le tendenze catastrofiche che hanno origine dal potere di Wall Street e dal signoraggio del dollaro. Comunque, si aprono oggi spazi impensati per un’Europa che voglia giocare un ruolo positivo negli equilibri di un mondo nuovo: alla condizione che recuperi la sua natura di incubatrice della civiltà del lavoro, e rifiuti il ruolo di vittima sacrificale da offrire al capitale finanziario globale. Il lavoro è l’alternativa. Come fattore costitutivo di una civiltà più avanzata, fondamento della cittadinanza, della libertà e dell’uguaglianza. Con la nostra Costituzione, noi italiani avremmo molto da dire e da fare nel concerto europeo. Sinistra, se ci sei, batti un colpo. Il tempo del liberismo mite è scaduto.

www.paolociofi.it

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