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I dubbi dei sindacati di base. «Ma un confronto è necessario»

Forse è troppo presto per capire se qualcosa di simile ai movimenti sociali e politici che stanno imperversando in gran parte dell’Europa Meridionale, inizia a rivelarsi anche in Italia. La crisi morde, il “montismo” in quanto espressione realizzata della gestione finanziaria della politica attraverso il maglio dell’austerity e la assoluta perdita anche di democrazia formale, si svelano. Politiche che non hanno più il volto cialtrone della maggioranza berlusconiana ma che nascondono una scure di classe sotto loden anonimi, sguardi severi professorali e algidi, scelte spesso approssimative, devastanti per buona parte della popolazione. In questo quadro la manifestazione del No Monti Day del 27 ottobre scorso, l’appello alla realizzazione di un “quarto polo”, inconciliabile tanto col centro destra che col centro sinistra, i tanti sommovimenti richiedono una riflessione. I soggetti che tornano al centro del conflitto, che hanno iniziato a cercare convergenze nelle lotte sociali e nelle prese di posizione politiche, hanno come epicentri le questioni dell’Europa, dei beni comuni, del lavoro e del precariato. Ed il mondo del lavoro sta esprimendo elementi di critica del dominio che si infrangono contro le dinamiche dei sindacati confederali. Il sindacalismo di base, presente in maniera maggioritaria al corteo del 27 a Roma, rappresenta, nelle sue diverse composizioni, un elemento di soggettività particolarmente esposta e protagonista in questi giorni, inevitabile chiedere a rappresentanti di quel mondo se si possa parlare o meno di nuova stagione. Ma la domanda di fondo è un'altra: esistono le condizioni perché queste mobilitazioni riescano a trasformarsi in soggettività politica capace di intercettare e di farsi protagonista di esigenze oggi non rappresentate? 
Fabrizio Tomaselli (Usb), ci tiene a dire che parla a titolo personale rivendicando l’indipendenza dai partiti e dai padroni del sindacato di cui fa parte, in totale rottura con la logica della “cinghia di trasmissione”. La sua analisi parte da un punto fondamentale: «Il rifiuto della politica e dei partiti che si è sviluppato sempre più, anche in questi mesi, non va bollato semplicemente come “populismo”. Si tratta invece di un fallimento che dobbiamo essere in grado di riconoscere e la sola alternativa possibile nasce dal dover rimettere in discussione gli strumenti e i metodi con cui si agisce politicamente». A detta di Tomaselli dobbiamo accettare l’idea che si sono sviluppate contraddizioni trasversali: «Certamente oggi c’è la necessità di una forza politica di sinistra ma o si ripensa al sistema del partito e dei partiti come lo abbiamo finora vissuto o si fallisce ripetendo logiche già fallite in passato e non ottenendo risultati. Alzerebbero sempre l’asticella per escludere una sinistra di classe dal parlamento. Detto questo, in una fase del genere dovrebbe prevalere una logica di servizio. I partiti, o almeno ciò che ne resta, dovrebbero mettersi al servizio di una logica, almeno elettorale senza pensare che un intellettuale o un sindacalista di turno possa risolvere la situazione. Ma la ricostruzione di una sinistra deve essere a mio avviso indipendente dalle dinamiche elettorali, le elezioni debbono essere una appendice, dobbiamo immediatamente lavorare ad una ipotesi politica capace di comprendere o meno la presenza elettorale». 
Riponendo scarsa fiducia nella logica degli appelli che per Tomaselli sembrano una riedizione di un percorso già visto, prova a definire un percorso che non è in contraddizione. «Qualsiasi ipotesi – afferma Tomaselli – non può prescindere da una critica radicale a Monti e alle sue manovre e questo deve essere un discrimine, anche per le elezioni, sia per il prima che per il dopo. Si parla di contenuti specifici, non discutibili né negoziabili, ci sono responsabilità così gravi, nel montismo che non possono essere eluse o dimenticate. Non possiamo non sapere che il Pd è parte integrante di queste scelte e che nel campo sindacale il governo si è avvalso dell’apporto di Cgil, Cisl e Uil. L’appello dei 70 è prioritariamente elettorale e non mi fa ben sperare ma un confronto è necessario». Il leader Usb, vede nell’appello aspetti positivi e negativi e considera prioritari i punti politici: «Intanto il no al fiscal compact e il rifiuto di pagamento del debito. Fare un buon programma è un buon inizio, necessario ma non sufficiente – ripete – deve essere ben chiaro che poi ci si impegna a non stringere alleanze con chi ha appoggiato Monti, né oggi né domani. C’è troppa gente che ci si ritrova perennemente da tutte le parti e che poi si tura il naso e cambia posizione, invece vanno escluse a priori alleanze perché l’ipotesi politica portante non deve essere soggiogata da quella elettorale, debbono esserci punti programmatici incontrovertibili, da questo punto di vista sono paradossalmente più genuine certe affermazioni del populismo grillino». 
La grande presenza al corteo dell’Usb nasce dalla variegata composizione, la loro organizzazione è ormai presente in gran parte delle province e in numerose categorie spesso lasciate sguarnite dal sindacalismo confederale, i primi in piazza erano i vigili del fuoco. Se si parla con i loro iscritti si trovano le più disparate posizioni e non solo connesse alla sinistra radicale. Ci sono fra i loro iscritti persone che votano Pd, Verdi, addirittura il Mov 5 stelle, ma la maggior parte hanno rinunciato a votare e non si sentono rappresentati da nessuna forza attuale. Secondo Tomaselli è rispettata l’autonomia delle scelte politiche che il sindacato dovrebbe sempre tenere ma: «Col clima che si respira - afferma – noi ci ritroviamo troppo spesso a sostituire la funzione politica a quella sociale, cosa che fino a 10, 15 anni fa non accadeva. Questo diviene un problema ma anche una opportunità in cui prevalgono le condizioni di classe. Penso ai lavoratori dell’Ilva che lottano per la vita e contro la morte, che cercano di costruire dei percorsi sindacali e sociali. I nostri militanti discutono anche di prospettiva, intervengono sul territorio, ci chiedono ed esprimono elementi di programma di carattere politico più che sindacale, di fatto ci ritroviamo ad essere supplenti alla politica. Altro che luce alla fine del tunnel. Quella luce che Monti dice di vedere per noi è un tir che ci sta arrivando addosso. I lavoratori stanno grattando il fondo sei precario nella vita anche se non lo sei sul lavoro, pensate alla situazione dell’Ilva di Taranto. Ci sono operai che stanno scioperando da 15 giorni in pieno e totale silenzio mediatico, il tutto in una situazione sindacale che riavvia al tracollo politico. Non funziona più la logica con cui il sindacato ha governato finora, quella del clientelismo e del “ci penso io” selettivo. Esplodono contraddizioni, in periodo di vacche magre non si possono fare più promesse». 
I lavoratori e le lavoratrici presenti il 27 esprimevano una forte rabbia e un chiaro bisogno di sindacato e di politica ma in quei sindacati c’era un forte senso di appartenenza e di condivisione mentre si teme ancora  - ed è anche comprensibile – la diffidenza verso una politica capace di avvitarsi su sterili differenziazioni ideologiche. Per Tomaselli l’esperienza del Comitato No Debito – a cui molti dell’Usb hanno aderito personalmente – con le mobilitazioni che ha prodotto sono un buon punto di partenza, al di là delle sfumature prevale nello schieramento un obbiettivo comune e una discriminante anticapitalista. Certo non sono situazioni paragonabili alle altre esperienze europee: «Oggi si parla molto e giustamente di Syriza - conclude Tomaselli. – ma è un modello non esportabile. Syiriza si basa su una alleanza contro il Memorandum, in Italia noi abbiamo uno schieramento politico radicalmente diverso, il 90% delle forze in parlamento appoggia Monti, gli altri non sono certo anticapitalisti e anche alcune forze fuori dal parlamento sono ambigue. In Grecia, il sindacato complessivamente, anche quello non schierato a sinistra, sciopera e scende in piazza, in Italia – e tocco un nodo dolente – anche la Fiom che per mesi ha rappresentato un esempio di alternativa, è stata costretta a riavvicinarsi alla Cgil falcidiando l’opposizione interna. La situazione spagnola poi è ancora più complessa, queste esperienze vanno studiate e non si possono esportare». 
Piero Bernocchi (Confederazione Cobas) si pronuncia in maniera ancora più sintetica e netta sugli stessi problemi: «Da noi, in Italia, quando si parla di soggettività politica da costruire si intende sempre e immediatamente una lista elettorale ed io questa logica la rifiuto. Al No Monti Day – insiste – c’erano tanti gruppi comunisti, strutture sindacali e sociali, studenti e precari, ci dovrebbero far ragionare. Se vogliamo invece dare vita ad una vera alleanza politica e sociale sul modello di tanti paesi dell’America Latina, si può intraprendere un percorso diverso. Mettendo al centro il lavoro, l’ambiente, i beni comuni, senza definire gerarchie, senza immaginare una riduzione ad un unico punto o ad un unico comando». Per i Cobas ha grande importanza lo sciopero internazionale del 14 novembre: «È partita la Spagna, dove alcune dinamiche sono più avanzate, immediatamente si è allargata al Portogallo e poi alla Grecia, e anche da noi sarà una giornata di mobilitazione ma non ancora di quella portata». Per il rappresentante Cobas non si intravedono a breve delle proiezioni istituzionali, percepisce il quadro come ancora fermo, senza un movimento unitario paragonabile ad altri. Bisogna prima consolidare una vera alleanza sociale come è accaduto in Bolivia o in Ecuador, in cui debbono essere protagoniste varie componenti sociali che realizzino una condizione paritaria. «Per ora - afferma Bernocchi – la gara elettorale è già truccata, del resto il parlamento è ormai marginale, tanto per chi entra e condivide gli schemi di potere che per chi è contrario da partecipare al No Monti Day. La nostra è una situazione arretrata, difficile e scivolosa, il fiscal compact ha già vinto nella maggioranza delle forze che saranno in parlamento e che hanno già detto (tranne Grillo) il proprio si. Ora vedo liste che fino a questo momento sono campate in aria. Può crearsi un asse fra De Magistris, Rifondazione e Alba ma ripeto che è un terreno viscido. Fino a ieri Rifondazione proponeva l’unità a Sel. Sel ha di fatto accettato il fiscal compact, e quindi quel progetto è ormai naufragato. Servirebbe uno scossone istituzionale dal punto di vista operativo ma ammetto che non riesco a credere che in pochi mesi si riesca a fare quello che non si è fatto in anni. Non è che non ci interessi una ipotesi di cambiamento è che non vedo escamotage a breve se dietro non hai grandi movimenti. Si cita sempre Syiriza ma questa nasce da un lavoro meticoloso e oggi, per bloccare il fiscal compact, serve un grande movimento europeo. Parlo del 14 novembre non a caso. Se permette la realizzazione di una alleanza sociale ed europea in ogni singolo paese, si vince se la mobilitazione e le proposte si estendono ad almeno sei sette paesi. Certo se c’è invece chi ci riesce anche in Italia ne prendiamo atto e sarebbe un passo avanti positivo».
I Cobas sono presenti in molti comparti, non solo nel pubblico impiego che in questa fase sembra non reagire, ma sono soprattutto attivi nel mondo della scuola. «La scuola continua ad essere vissuta come bene comune – dice Bernocchi – è un unico settore che coinvolge insieme docenti, precari personale scolastico, studenti, genitori, una parte importante della società. Nonostante dovrebbe essere considerato un settore in cui impiegare risorse sono 14 anni che si va avanti a colpi di tagli e la si colpisce come struttura pubblica. Oggi i docenti non lottano solo contro le 24 ore di lavoro, hanno compreso pienamente, insieme agli studenti, le ragioni per cui si vogliono uccidere gli organi collegiali. Eppure è da questi spazi che nasce l’idea di democrazia. Le scuole sono beni comuni che non sono di proprietà dello Stato né dei partiti ma dei cittadini e questo concetto andrebbe esteso all’acqua ma anche alla finanza e all’industria. L’idea che definisco di “benecomunismo” è questa, la scuola è un esempio: organi collegiali, territori che potrebbero intervenire per gestire la scuola come modello sociale, impostando una linea programmatica, operando sulla didattica e rapportandosi con i cittadini del quartiere. Questo renderebbe la scuola un luogo ancora più fecondo. Comunque – tornando al discorso iniziale - c’è molto da lavorare per costruire sinergie chiare e senza ambiguità, nel rispetto paritario delle diversità e senza la pretesa di egemonie. C’è molto, quasi tutto, da ricostruire».
Nando Simeone parla a nome di un Collettivo di lavoratori autoconvocati. Lavoratori che si riconoscono in diverse sigle sindacali, che hanno realizzato una rete di delegati sindacali e intersindacali. Ci sono iscritti alla Cgil, ai Cobas, alla Cub, all’Usb. «Il 27 ottobre ha mostrato – dice - che in Italia c’è lo spazio politico e sociale per la rappresentanza politica di una sinistra di classe. E questo è un primo elemento. L’altro dato è che per ricostruire una rappresentanza nel mondo del lavoro bisogna partire dai conflitti, per chi si pone sul terreno dell’alleanza di classe, serve qualcosa di nuovo senza egemonia, serve un prodotto politico e sociale sul modello di Syiriza  in cui forze diverse politiche e sociali si riconoscano. Ma deve essere qualcosa impiantato nel conflitto sociale e nei movimenti. Se si ragiona su una lista alternativa al centrosinistra e al centrodestra devono essere chiari i contenuti. Il no al fiscal compact è una discriminante non sufficiente, c’è da affrontare il dramma della disoccupazione, della precarietà. Al contrario, governo, sindacati e parti sociali ragionano sul piano della produttività, chiedono un aumento dell’orario di lavoro mentre le aziende chiudono. Invece si dovrebbe affermare la logica della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario». Simeone parla espressamente di una lista capace di definire un fronte politico e sociale alternativo capace di assumere contenuti reali e condivisi, non solo sul campo del lavoro ma anche dei beni comuni e della riconversione ecologica. «Il referendum sull’acqua ci ha mostrato che esiste uno spazio politico e sociale in grado di intercettare una opposizione al montismo che ha oggi la capacità di tenere insieme la destra populista e reazionaria col liberismo temperato - afferma Simeone - Per questo c’è difficoltà a costruire una opposizione di massa, alla forza del montismo. Ma un progetto che punti solo sulla rappresentanza nelle istituzioni è inefficace. Dobbiamo intersecare il conflitto sociale e la sostanza politica. La piazza del 27 dimostra che una coalizione politico sociale è capace di farti rialzare. Nessuna delle forze politiche oggi da sola può costruire una alternativa sul terreno elettorale; se invece si riesce a costruire una coalizione anche accettando che si possano avere profili diversi, dove coesistano antiliberismo e anticapitalismo, anche una lista alternativa potrebbe essere efficace. Addirittura anche se non superasse lo sbarramento darebbe un segnale, sarebbe un passo in avanti, in sua assenza o ci sarebbe il niente o il residualismo. Una coalizione che ottenesse un risultato decente aiuterebbe il conflitto sociale. Queste saranno elezioni costituenti e in assenza di una sinistra di alternativa il quadro sarebbe ancora più devastante. Certo non dovrebbe e non potrebbe essere una sommatoria di gruppi e gruppetti ma un moltiplicatore di soggetti, politici e sociali di aree di movimento. Le organizzazioni politiche dovrebbero fare un passo indietro per farne due in avanti, ci dobbiamo provare. Siamo già in ritardo. Oggi si sta riaprendo una fase di conflitto sociale, ne è prova quello che succede nella scuola. Ma la modalità di una ricostruzione di coalizione politico elettorale deve avvenire su modalità nuove. Deve partire dal basso e basarsi sulla partecipazione. Non può essere una riedizione dell’Arcobaleno, i gruppi dirigenti debbono essere presenti ma debbono anche mettersi in discussione, in un processo di democrazia reale. Bisogna essere disposti ad assemblee popolari che discutano di programma candidature simbolo, a mio avviso in questa maniera ci si avvicina alle nuove generazioni ma si potrebbero riattivare anche tanti compagni e compagne che si sono allontanati delusi e rassegnati e che potrebbero sentirsi riattivati. Ma debbono esserci gli spazi per partecipare. Anche perché l’Europa dell’austerity imposta pone una pesantissima questione democratica e determina governi privi di responsabilità».

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