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Pd sì, Pd no: Di Pietro nella tenaglia

L’Italia dei Valori non regge l’urto dell’onda grillina: il partito di Di Pietro è una delle prime illustri vittime del comico genovese. Che all’amico ex magistrato rende l’onore delle armi, ma al quale è deciso a soffiargli voti e seggi in parlamento. Di Pietro oscilla (anche sotto l’effetto dell’inchiesta di Report), ma resiste. Anche se per fare cosa non è del tutto chiaro. 
L’aver assicurato che il partito non sarà sciolto e non ci sarà alcuna alleanza con il M5S (se non altro per l’indisponibilità manifestata dallo stesso Grillo) non ha evitato la prima grave scissione, che rischia di lasciare il partito senza gruppo alla Camera: Massimo Donadi e Nello Formisano si sono dimessi dal partito. La decisione era nell’aria e il lungo confronto notturno nella sede del partito non è riuscito a ricomporre la frattura. Che, al di là delle schermaglie, ha origini nella diversa impostazione strategica da dare al partito.
Donadi lo avrebbe voluto ben radicato nel centrosinistra à la Bersani: quindi, alleanza col Pd, anche nell’ottica di un “avvicinamento“ ai moderati di Casini; e anche a costo di firmare la carta d’intenti, che di fatto ipoteca molte delle scelte del prossimo esecutivo (specie in materia economica) e non prevede discontinuità con il governo Monti. Insomma, la “linea Vendola“. Per questo, l’ormai ex capogruppo a Montecitorio (già sostituito con Antonio Borghesi) ha mal sopportato le “alzate di testa” di Tonino, i suoi attacchi a Napolitano, la sua opposizione radicale al governo Monti o meglio il suo «radicalismo arrabbiato e spesso ideologico»; in una parola, il suo progressivo allontanarsi dal Pd.
Il paradosso è che il «radicalismo arrabbiato» di Di Pietro è stato il tentativo di opporsi all’avanzata del M5S a spese dell’Idv, mentre i “dissidenti“ lo accusano, tra le altre cose, proprio di aver avuto l’intenzione di sciogliere il partito nell’abbraccio con il comico genovese. 
L’ex pm, dopo aver aver accusato il colpo dell’inchiesta di Report e aver annunciato in un’intervista al Fatto Quotidiano che l’Idv era «morta mediaticamente», è tornato a ribadire che no, l’Idv non si scioglie affatto, che si tratta di killeraggio mediatico, che non c’è alcun simbolo e alcun partito nuovi. Reagisce, Di Pietro, accusando «forze molto potenti» che «lavorano giorno e notte per far sì che al governo ci vada, o ci rimanga, qualcuno che il voto agli elettori nemmeno lo deve chiedere. Proprio perché svela e rende più difficile questa operazione, l’Italia dei Valori è vittima di una manovra a tenaglia che cerca di distruggerla con ogni mezzo». Ma ormai il danno era fatto e le dimissioni del capogruppo, probabilmente meditate da tempo, sono diventate inevitabili. E altre ne potrebbero arrivare.
La nave affonda e i topi scappano? Forse. Certo, però, resta un po’ di caos sotto il cielo dell’Idv. La fuoriuscita dal partito di Donadi e Formisano potrebbe essere la prima pietra di una valanga qualora l’Idv decidesse di dire addio definitivamente a Bersani. Così Di Pietro è in una tenaglia e ancora non scioglie la riserva: da una parte i Donadi, dall’altra, per esempio “i sindaci”, che proponendo ognuno la sua ricetta stanno centrifugando il “gabbiano” dipietrista. Leoluca Orlando, eletto a Palermo con una lista senza Sel e Pd, ribadisce la propria lealtà al movimento di Di Pietro, ma intanto prepara un’altra “cosa”, visto che il suo impegno sarà «per una necessaria profonda trasformazione insieme ad Antonio Di Pietro. Per fare questo, occorre che quanti ci credono lavorino a un grande progetto non di salvezza di un partito ma di rafforzamento e costruzione di una grande esperienza politica». Propone lo scioglimento?
Questa “nuova Rete” guarda ad Alba, il movimento di Marco Revelli e Paul Ginsborg, che proprio in questi giorni ha lanciato il proprio “quarto polo”, alternativo a Monti, a Grillo ma anche all’alleanza Pd-Sel. E guarda a De Magistris, il quale proponendo la sua unione dei “partigiani“ (cioè una lista civica da presentare alle elezioni di primavera) a Di Pietro ha chiesto di fatto di fare un passo «di lato», perché «chi sta al vertice dei partiti» costituisce «un tappo» all’esigenza di «liberare energia fuori dai partiti». Non a caso, De Magistris è stato tra i primi ad aderire all’appello di Alba per il “quarto polo”, condividendone «il contenuto e lo spirito». 
L’idea che l’Idv debba «lievitare» (per usare le parole di Ivan Rota, responsabile organizzazione del partito) è opinione comune tra i parlamentari rimasti fedeli al leader, così come quella secondo cui «i cittadini hanno bocciato la struttura tradizionale dei partiti». L’Idv è «ad un bivio, come il Paese» commenta Pierfelice Zazzera, deputato Idv, e quel che serve non è «mettere insieme un po’ di simboli, ma dare risposte ai cittadini». Serve «un’evoluzione» dell’Idv che come gli altri partiti «non scalda più il cuore», incalza un altro deputato, il “ribelle” Franco Barbato, che a Di Pietro chiede di «svegliarsi» e di lasciar perdere gli accordi con il Pd alle prossime regionali. «Se ha commesso un errore Di Pietro - dice - è essersi fatto risucchiare dalla palude. Ora dobbiamo tornare alle origini, lanciarci senza rete, senza schemi, per i cittadini. Orlando e De Magistris sono già in questo alveo; Grillo dice quello che noi già facciamo». 
A Di Pietro spetta ora il compito di rimettere insieme i pezzi e provare a fermare l’emorragia (di voti e di consiglieri regionali, comunali...). E non sarà facile. L’ex pm spera ancora nella foto di Vasto, ma il sostegno del Pd al governo Monti è un grosso ostacolo all’alleanza per un partito come l’Idv che ha promosso i referendum contro la riforma Fornero sul lavoro. D’altra parte resta una certa ambiguità (reticenza?) nei confronti di tutto ciò che si muove a sinistra del Pd: per esempio, non un commento finora alla proposta del “quarto polo”, che pure per contenuti e modalità si avvicina molto alle posizioni di Di Pietro. Il campo è, certo, quello del centrosinistra, ma le alleanze per le elezioni politiche restano un rebus, a meno di voler correre da soli rischiando di restare fuori dal parlamento, anche se il fedelissimo di Di Pietro, il capogruppo al Senato Felice Belisario, è convinto che «l'Idv riuscirà a superare la soglia di sbarramento». 
Il tempo ormai stringe. Le sirene del Pd sono forti: Donadi ha annunciato che alle primarie sosterrà Bersani e afferma che altri deputati stanchi «di una gestione padronale del partito» sono pronti a seguirlo (magari perché allettati dalla prospettiva di poter essere candidati, in un modo o nell’altro, nelle liste democrat). Di sicuro per ora c’è l’addio di Evangelisti, che dopo aver lasciato l’incarico di vice capogruppo, ha annunciato di dimettersi da deputato, anche se resta nel partito (non segue Donadi, ma non condivide la linea Di Pietro). 
E qual è la linea di Di Pietro? L’ha spiegata lui stesso dal suo blog: pur ribadendo che «non siamo tutti uguali», che la storia dell’Idv «è ben diversa da quella dei partiti che hanno lottizzato a man bassa» e che non ha «alcuna intenzione di scioglierla», però anche l’Italia dei Valori «è chiamata a un rinnovamento profondissimo», ad un «percorso costituente» visto che «i partiti dell’ultimo ventennio e il loro modo di fare politica sono finiti per sempre». «Partendo dal basso e dalla difesa delle condizioni materiali di vita della stragrande maggioranza dei cittadini, ci opporremo con ogni mezzo alla politica di Monti» e dunque «sul piano delle alleanze politiche siamo non solo pronti ma decisi a fare il possibile per stringere alleanze fondate su un’unica condizione essenziale e dirimente: la discontinuità con le politiche sbagliate, ingiuste ed economicamente fallimentari di questo governo». Dunque il Pd no, ma allora chi? Non resta che il “quarto polo”...

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