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Severino, giustizia non è fatta

Che quello della Giustizia fosse un Ministero dal quale Mario Monti – e gli interessi di cui il suo esecutivo è espressione – non volessero alcuna sorpresa, lo si era capito già dal giorno della nomina del Ministro. A via Arenula, un anno fa è stata spedita infatti Paola Severino,  prima donna contribuente d’Italia nel 1998, con 3,3 miliardi di lire, divenuti 7 milioni di euro nel 2010, ras di uno studio legale che vanta fra i propri clienti politici e imprenditori, banche e società il più delle volte nei guai con l'Erario o pizzicate a fare acrobazie contabili e capriole patrimoniali. I nomi sono curiosamente simili a quelli scritti in calce alla letterina con cui il mondo della finanza e dell'industria italiana di allora e di oggi,  nel 1998 esprimeva solidarietà al presidente della Fiat Cesare Romiti, appena condannato per falso in bilancio, frode fiscale e  finanziamento illecito ai partiti. In quella lettera si leggeva: «Si chiede di escludere dal perimetro delle responsabilità operative i fatti che abbiano una rilevanza marginale rispetto alle dimensioni dei conti delle imprese». Traduzione, perché essere così fiscali se imprese con patrimoni netti miliardari falsano carte e bilanci per qualche centinaio di milioni di euro? 
Un desiderata esaudito dal governo Berlusconi e che la Severino sembra determinata a rispettare. Nonostante la questione campeggi nei frequenti quando non consueti richiami che l'Ue – imprescindibile riferimento quando c'è da imporre tagli e sacrifici, opinabile consiglio quando si tratta di toccare certi interessi – regolarmente invia all'Italia, le ultime parole che si ricordino del Ministro sul tema sono «non si farebbe in tempo a introdurlo nel ddl anticorruzione». Solo questione di tempistica e non di intenzioni, assicura il Ministro, eppure poco prima delle ferie estive il suo sottosegretario, Salvatore Mazzamuto, aveva dato parere positivo all'emendamento Pdl che affossava la proposta dell'Idv sulla reintroduzione della norma  cancellata con un tratto di penna da Berlusconi. Magra sorte ha avuto anche il tanto annunciato decreto anticorruzione. Dopo mesi di estenuante battaglia parlamentare, montagne di dichiarazioni, proclami e buone intenzioni hanno partorito un topolino di provvedimento: l'unico effetto che avrà il testo di legge approvato sarà quello di  anticipare la prescrizione per la "concussione per induzione", ovvero le tangenti chieste senza violenza o minaccia, dunque la maggior parte. Misura bollata come «segnale simbolico incoerente» e  «arretramento particolarmente significativo» a causa della pena risibile anche dal Csm, che sulla questione ha inviato otto pagine di velenosissimo quanto inascoltato parere al Ministero. 
Sulla incandidabilità dei condannati in via definitiva per reati gravi come quelli di mafia e quelli contro la pubblica amministrazione – anch'essi previsti dal decreto di recente approvato -  ci sarà «un'immediata applicazione della delega per utilizzarla prima delle elezioni», ha spiegato la Severino a voto concluso, assicurando che su questo, lei stessa, il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri e il ministro della Funzione Pubblica Giuseppe Patroni Griffi «convengono». «Si può sempre fare di più, ma non ci sono stati compromessi politici al ribasso. In questo provvedimento si doveva regolare il fenomeno della corruzione», ha commentato il Ministro, promettendo che  per prescrizione, falso in bilancio, voto di scambio e autoriciclaggio – tutti temi rimasti fuori dal provvedimento - c'è «la seria intenzione del governo dare un contributo». 
Un contributo che allo stato rimane nel mondo delle intenzioni, al pari delle misure per affrontare il problema delle carceri, che il disumano sovraffollamento condanna da tempo a una situazione di emergenza cronica. Al di là del decreto -  varato all'inizio dell'era Monti -  che ha spostato agli arresti domiciliari 3.300 condannati a reati minori cui restavano da scontare 18 mesi di pena, tutti gli altri provvedimenti sono rimasti nel campo delle buone intenzioni. Come il programma di abolizione degli ospedali psichiatrici detentivi – nuova versione dei manicomi criminali -  che lungi dal progetto di Basaglia sono oggi strutture quasi sempre incivilmente degradate, dove la terapia psichiatrica è  spesso solo una chimera. Tempo fa la Severino aveva annunciato di volerli chiudere definitivamente  per sostituirli con strutture dove privilegiare la cura dei 1.500 reclusi. Ma al di là degli annunci, poco o nulla di concreto è stato fatto in tal senso. Nel frattempo – complici anche leggi liberticide come la Bossi-Fini che nessuno sembra avere intenzione di toccare – le carceri continuano a riempirsi. E dietro le sbarre si continua a morire. A ottobre, il numero di suicidi nel 2012 ha toccato quota 51, una cifra perfettamente in linea con quella del 2011, quando a togliersi la vita erano stati 66 detenuti. Un dramma che il Ministro afferma di avere ben presente. «Il problema del sovraffollamento delle carceri – ha detto non più tardi di qualche giorno fa la Severino - lo risolviamo prevalentemente abbattendo la recidiva. E lo si abbatte con il lavoro carcerario, consentendo a queste persone di riprendere la loro vita fuori dal carcere e il reinserimento sociale». Peccato però che ad oggi, gli istituti di pena sperimentali che  prevedono programmi di reinserimento sociale e lavorativo come quello di Laureana di Borrello, in provincia di Reggio Calabria, vengano chiusi per mancanza di fondi, mentre la titolare del Dicastero si limita ad annunciare che ci sono «quasi quattromila posti in più nelle carceri e ne stiamo costruendo altri novemila che dovrebbero essere pronti il prossimo anno». Con buona pace delle dichiarazioni su lavoro e reinserimento. 
E se i posti in carcere aumentano, i tribunali chiudono. In ragione di un criterio meramente aritmetico dettato dall'abaco della spending review - un giudice ogni 11.745 abitanti, un pubblico ministero ogni 30.715 abitanti – la già affaticata e lenta macchina della giustizia italiana dovrà fare a meno di  220 sedi distaccate di tribunale, vedrà accorpare di 31 tribunali e di 31 procure e sopprimere 667 uffici di giudici di pace, mantenendo – rispetto alla previsione iniziale – un giudice di prossimità in sette isole (Ischia, Capri, Lipari, Elba, La Maddalena, Procida, Pantelleria). Una dieta dimagrante radicale e rapida, da portare a conclusione entro settembre 2013. Anche in questo caso, con buona pace delle consuete e ripetute, sperticate promesse di lotta alla corruzione, alla mafia, per un giusto processo dalla durata degna e contro quelle frettolose archiviazioni che spesso nascondono palesi soprusi. E nel frattempo, dalle finestre del palazzo del ministero della Giustizia piovono lacrimogeni sulla folla in fuga. È successo in occasione dei cortei studenteschi del 14 novembre scorso, quando gli studenti terrorizzati che sciamavano lungo via Arenula sono stati colpiti da lacrimogeni che stando a un filmato sembrerebbero partire dal secondo piano sopra le stanze occupate dal ministro Paola Severino e dal tetto dell'edificio. C'è la crisi e – si sa – bisogna risparmiare. Su lacrimogeni e manganelli però, non si taglia mai. 

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