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Prof Monti, questa è l’Italia non la Bocconi

Se fossimo nelle aule della Bocconi il professor Monti avrebbe passato l'esame di un anno di governo col massimo dei voti. Esattamente il 16 novembre del 2011 il super Mario nazionale assumeva l'incarico di formare un nuovo esecutivo dopo le dimissioni più o meno spontanee del predecessore Berlusconi. Da quel giorno il neopremier, nonché ministro dell'economia, ha fatto tutto ciò che gli chiedevano di fare i veri committenti del suo governo, vale a dire gli intramontabili poteri forti, nazionali ed internazionali. Mario Monti ha promesso e realizzato, un passo alla volta, i tagli alla spesa pubblica, le privatizzazioni, lo smantellamento dello stato sociale, lo svuotamento della scuola, l'innalzamento delle tasse per i ceti medio-bassi, la cancellazione dell'articolo 18, l'aumento dell'età pensionabile. L'esordio è fulminante. Il 13 novembre Monti ottiene l'incarico da Napolitano. Il Presidente della Repubblica è il principale artefice dell'operazione politica. Tre giorni dopo c'è già la lista dei ministri. Il 17 e il 18 il nuovo governo ottiene la fiducia, rispettivamente, al Senato e alla Camera, con una maggioranza mai registrata fino ad allora. Il 24 Monti vola a Strasburgo per incontrare la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy. Ancora pochi giorni e il 30 novembre passa alla Camera il ddl costituzionale che prevede il pareggio di bilancio in Costituzione. 
Un passo alla volta, ma è quasi una corsa. Il 4 dicembre arriva la manovra fiscale: un gettito lordo di 30 miliardi di euro in tre anni. Dentro c'è anche la cosiddetta riforma pensioni del ministro Fornero che innalza l'età pensionabile ed estende il sistema contributivo a tutti i lavoratori. A marzo è il turno dell'introduzione dell'Imu e della riforma del mercato del lavoro che cancella l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Tutto nel segno dell'austerità che piace alla finanza e ai vertici dell'Ue. Dal punto di vista della Bce e dei poteri forti, la fiducia, il professore, se l'è ampiamente conquistata per tutto quello che ha incassato fino a oggi. E se la popolazione non capisce e non s'adegua all'austerità, colpa della congenita immaturità delle plebi, della loro incapacità di fare i conti con la realtà e degli insani populisti che ne fomentano le frustrazioni. Del resto, Monti è stato chiaro. I capi di governo devono avere una libertà d'azione, se necessario anche in contrapposizione ai propri parlamenti. «Se i governi si lasciano vincolare completamente dalle decisioni dei loro parlamenti, senza mantenere un margine di manovra, la disintegrazione dell'Europa sarebbe probabile», spiegava il professore in un'intervista al settimanale tedesco “Der Spiegel” nello scorso agosto. 
Solo però che i paesi raramente sono quello che si racconta nei manuali di economia. Talvolta anche i professori, persino quelli più chiusi nella propria superbia aristocratica come il Nostro, possono avere un brusco risveglio. E' la politica economica dei bocconiani ad essere irrealistica. Nonostante lo sfoggio di competenza le loro ricette - così simili a quelle dei Chicago Boys - non possono funzionare. Con queste misure una società non è in grado di sopravvivere a se stessa. L'Italia non è la Bocconi, e il solo pensare che governare sia come tenere una lezione universitaria vale una bocciatura. La riduzione del welfare, la privatizzazione dei servizi, l'abbattimento delle protezioni dei lavoratori di cui il premier Monti ha dato prova nei suoi primi 365 giorni non ha reso l'Italia un paese più competitivo sullo scenario internazionale. Né tantomeno ha rilanciato la crescita. Forse il governo Monti è riuscito ad allontanare - almeno per ora - lo spettro dello spread, ma al prezzo di infilare l'Italia in un futuro senza prospettive e, per di più, nel vicolo cieco del fiscal compact. Il nostro paese si è impegnato a sostenere 50 miliardi di euro di tasse e tagli per venti anni, in ossequio ai patti sottoscritti in sede europea e ratificati in parlamento. Una cura che azzera, di fatto, ogni speranza di crescita e recide le aspettative delle generazioni future. Senza contare che, spread più, spread meno, a noi comunque il denaro continua a costare di più che ai tedeschi. Lo stesso debito pubblico è aumentato, nonostante i tagli alla spesa o, meglio, proprio per effetto di questi ultimi. Più si taglia, più si innesca la recessione, meno ricchezza si produce, più alta è la percentuale del debito rispetto alle entrate. Le critiche al tecnocrate Monti non riguardano le presunte concessioni nei confronti della politica e dei partiti che lo sostengono. La critica riguarda la sostanza dei provvedimenti del suo governo che da un anno a questa parte hanno comportato una tendenza negativa per tutti gli indicatori più rilevanti. E' che i tecnici proprio non funzionano. Vantano una competenza che, alla luce dei risultati, non possiedono. Roba da negare al professor Monti quello che in altri tempi si chiamava il 18 politico. In Italia - dati Istat alla mano - cala il Pil (-2,3 nel 2012), va giù il risparmio, si riducono i consumi privati (-3,2). Le imprese tagliano (gli investimenti fissi lordi dovrebbero diminuire del 7,2 per cento nel 2012) e, per quanto riguarda la disoccupazione, continuerebbe a salire fino all'11,4 per cento nel prossimo anno. Questa non è la Bocconi. Questo è il paese reale, bellezza.

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