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Paolo Ferrero: "Una lista unitaria della sinistra per battere Monti e le politiche del massacro sociale"

Finalmente anche in Italia c’è un movimento di reazione alle politiche di austerity imposte dall’Europa, un antagonismo diffuso e composito

A me pare che c’è un cambio di fase. Tutta una fase in cui sostanzialmente il Governo è stato egemone e la situazione sociale è stata essenzialmente ferma, salvo situazioni estremamente specifiche posto di lavoro per posto di lavoro. La manifestazione del 27 in qualche modo è stato un primo segnale di apertura di uno spazio pubblico plurale e le manifestazioni di pochi giorni dopo della scuola hanno detto di una fase che si apre. La giornata del 14 novembre segna l'entrata sulla scena di una nuova generazione di giovani che vedono nelle politiche economiche italiane ed europee la negazione di ogni opportunità. La partecipazione alle manifestazione di decine di migliaia di studenti pone una gigantesca domanda di cambiamento politico a cui il Governo pervicacemente risponde unicamente con la repressione, ma non riuscirà a fermare una generazione che si è messa in movimento. In più segnalo che ogni volta che i ministri del Governo vanno da qualche parte si verifica una contestazione. Penso che si sta scongelando la fase nel senso che il disagio sociale comincia a presentarsi non più come lamentela ma come disponibilità al conflitto perché non si vede via d’uscita. E quindi, sì penso che siamo ad un salto di qualità. Non penso che siamo alla costruzione di un movimento generale però sì, ci sono i primi segni di uno scongelamento.

Come viene investita la politica?

Per adesso questa apertura di un conflitto sociale non è ancora entrata dentro la politica in modo pesante e io penso che il punto è costruire un riferimento che si ponga in chiara alternativa non solo a Monti ma alle politiche che Monti ha costruito e quindi il fiscal compact, la riforma delle pensioni e tutto il resto, cioè le politiche di austerità. Lavoriamo per costruire l’allargamento del movimento e lavoriamo per costruire un punto di riferimento credibile per questa richiesta di cambiamento che non è emendativa ma radicale, cioè di smetterla con le politiche di austerity.

Quando parli di una lista unitaria di sinistra cosa intendi?

Una lista unitaria della sinistra contro il neoliberismo, per un progetto di alternativa e per la riforma radicale della politica. La nostra proposta politica si rivolge ad Alba, all’IdV, a Sel, ai Verdi, alle forze che hanno organizzato la manifestazione del 27 ottobre, al complesso delle forze associazionistiche, sociali, culturali e di movimento disponibili, ed è finalizzata a costruire un ampio polo di alternativa che si ponga l’obiettivo di governare il paese su un programma antitetico a quello imposto da Monti e dalle politiche europee.

Il fiscal compact sembra un meccanismo perfetto che permette di intervenire in modo automatico sul lavoro e sul welfare ogni qual volta si crea una perturbazione economica.

In realtà, per certi versi la situazione è rovesciata, cioè le perturbazioni finanziarie ed economiche sono volute. Cioè la Bce ha scelto in qualche modo de mantenere sotto pressione gli stati con la speculazione finanziaria. Questo perché c’è il disegno preciso di utilizzare la speculazione finanziaria per spaventare il popolo puntando a ridurre lo stato sociale e il salario aumentare la precarietà e la speculazione. Di fronte a questa situazione il primo punto è aumentare la consapevolezza e la conoscenza di questo stato di cose a livello di massa. Cioè non c’è nulla di oggettivo nelle politiche economiche. E dall’altra, di allargare il movimento e costruire un punto di riferimento in chiara alternativa non solo al governo Monti ma alle politiche di dell’Europa. Penso che il punto centrale nella costruzione di una lista unitaria di sinistra alle prossime elezioni sia di disdire il fiscal compact.

Il fiscal compact è una disciplina piuttosto pesante. Il Pd pensa di esorcizzarlo nascondendolo sotto la dicitura “trattato internazionale”. Tu ci hai scritto un libro. Vorresti spiegare di cosa si tratta?

Il Governo Monti ha firmato un trattato, e Udc, Pd e Pdl l’hanno ratificato, che prevede che l’Italia debba tagliare in vent’anni il 60% del debito pubblico. Stiamo parlando di una operazione da 40 miliardi all’anno di tagli obbligatori oltre il pareggio di bilancio. Questa è una specie di guerra contro l’Italia che produrrà privatizzazioni, tagli del welfare, alla sanità, all’istruzione pubblica, vendita delle aziende pubbliche, svendita del patrimonio immobiliare e dell’oro della Banca d’Italia . Una operazione pesantissima, di classe e contro i lavoratori che trasforma sempre di più l’Italia in una colonia. Lo ripeto, oltre al pareggio di bilancio. Oltre alle due manovre di Berlusconi e alle due o tre di Monti ogni anno, oltre a quella già fatta di 45 miliardi di tagli. La stangata è semplicemente pazzesca, ovvero novantamila miliardi di vecchie lire. Il motivo per cui non se ne è parlato è perché c’è un regime politico e anche informativo che demolisce la democrazia. E cioè mentre in Francia c’è stato un forte dibattito pubblico sul fiscal compact, in Italia l’han fatto passare sotto silenzio. C’è qualche giornale che non ha nemmeno riportato la notizia. Gli italiani non sanno nemmeno cos’è.

Come modifica l’assetto istituzionale il fiscal compact?

E’ chiaro che c’è una prima modifica istituzionale perché nei fatti c’è una specie di regime che va avanti in cui chi gestisce l’informazione a reti unificate è in grado di far sapere o non far sapere le notizie. Secondo, c’è una modifica sul piano istituzionale perché è del tutto evidente che - nel fiscal compact è scritto così - se un paese non lo rispetta l’Unione europea può intervenire duramente sulle politiche di bilancio. Cioè, in pratica la sovranità nazionale sulla gestione della propria politica economica scompare e viene demandata ai burocrati di Bruxelles. Questo è il rovesciamento dell’idea della costruzione dell’Europa, dell’Europa federale, dell’Europa politica. Questa è l’idea di Europa che fissa in modo antidemocratico delle politiche neoliberiste e poi se per caso qualcuno non le rispetta viene commissariato. E’ praticamente la trasformazione dell’Italia in un protettorato tedesco o, se vogliamo, europeo; ma non c’è più la sovranità. .Quindi, distruzione della democrazia in Italia e distruzione della sovranità nazionale per quanto riguarda le politiche del paese.

Nello sciopero del 14 novembre qualcuno si è accorto che le politiche di austerity sono un fallimento, sembra mancare però un adeguamento della strategia sindacale.

C’è un doppio livello; un livello europeo, in cui il sindacato, la Ces, è molto accondiscendente e, per la prima volta, ha preso posizione contro il fiscal compact. L’ha fatto in modo un po’ ambiguo perché nella piattaforma dello sciopero non è detto esplicitamente che è contro il fiscal compact. Inadeguato, dico io, ma è un passo in avanti. A livello nazionale siamo messi molto peggio perché da una parte Cisl e Uil non dicono nulla, e la Cgil fa quattro ore di sciopero; ma siamo del tutto al di sotto di ciò che sarebbe necessario avere. Il punto vero è che non c’è una autonomia politica, progettuale e culturale del sindacato di fronte alle elite che stanno portando avanti le politiche di austerità. Non c’è da parte della socialdemocrazia, e non c’è da parte del sindacato. C’è però in alcuni paesi. Ad esempio, in Grecia, è indubbio che il sindacato si sia messo di traverso rispetto a queste politiche. C’è abbastanza in Spagna, e c’è in Portogallo. Inizia ad esserci in Francia, e non c’è in Italia. Quindi, c’è un problema europeo di un sindacato che ha avuto una linea molto moderata e comincia a rendersi conto adesso, dopo quattro o cinque anni del disastro. E c’è un problema particolare in Italia dove il sindacato a volte si ha difficoltà a chiamarlo sindacato da come si comporta. Da questo punto di vista è positivo che ci sia un attivismo del sindacalismo di base che in forme articolate lavora ad allargare il livello del conflitto.

E’ vero che l’Italia arriva ultima ed è anche vero che si trova davanti a tanti soggetti politici che comunque pescano nell’area del disagio anche con l’idea di trasformarla in una lotta antipolitica.

Penso che ci sia un disagio sociale fortissimo. Questo disagio sociale però non ha a disposizione un ragionamento alternativo. Cioè, la gente è arrabbiata sui singoli provvedimenti di Monti ma essendo che negli ultimi venti anni il pensiero unico ha massacrato tutti i pensieri critici la gente non riesce a vedere tanto una alternativa. Magari tu puoi avere la singola persona che è arrabbiata per i provvedimenti di Monti che riguardano la sua condizione ma poi pensa che le privatizzazioni siano giuste, e pensa che il problema è il debito pubblico. C’è un disagio sociale ma non c’è un pensiero dispiegato e conosciuto che si contrapponga compiutamente a quel ragionamento. Le cose che diciamo come Rifondazione comunista, sono patrimonio di una minoranza non della maggioranza del popolo italiano. Cioè, c’è un disagio sociale che ha difficoltà a darsi una prospettiva generale. In questo contesto il disagio sociale si esprime usando il materiale che trova.

E quale materiale trova per primo?

Il fatto che la casta fa schifo. E quindi giù contro i privilegi di chi fa il parlamentare, le ruberie e tutto. Quindi questa dell’odio contro i politici e la casta è una prima forma elementare in cui si esprime l’odio di classe. Qui, però, c’è un ruolo per i comunisti. Cioè, penso che noi dobbiamo essere in grado di metterci in sintonia con questo sentimento. Per cui, penso che ad esempio che la critica ai privilegi di chi fa politica deve assumere una centralità più forte di quella avuta fin qui, ma assieme a questo dobbiamo riuscire a tentare di fare un discorso di maturazione per il quale si passi da una sacrosanta lotta per abbattere lo stipendio dei parlamentari a quella per la giustizia sociale e l’abbattimento degli stipendi dei manager, alla distruzione dei privilegi delle banche e di questa economia finanziaria che serve solo a trasferire risorse dalle tasche della gente alla speculazione. Grillo lucra e ottiene voti sulla contrapposizione frontale, attraverso il tema della casta. Noi non dobbiamo spaventarci, dobbiamo fare una poliltica di scontro frontale pari a quella di Grillo ma connetterla alla critica dell’economia politica cioè al problema della trasformazione generale. Dimezzare gil stipendi dei parlamentari è sacrosanto, na non è sufficiente per uscire dalla crisi.

Dentro questo panorama c’è anche il Pd, che perde ogni legame sociale nel momento esatto in cui aspira a diventare il principale soggetto della governabilità.

Il Pd ha il vantaggio che è l’unica forza politica che appare come tale oggi nel panorama italiano, per forza e per capacità di iniziativa politica. La destra è allo sbaraglio e il centro non è in grado di presentarsi con una immagine compiuta e noi siamo in fase di costruzione della sinistra, non certo in fase matura. Il Pd cerca di costruire una sua prospettiva sulla differenza con Monti. Solo che il Pd non mette in discussione nessuna delle decisioni prese da Monti e questo fa in modo che se vincerà le elezioni sarà obbligato a seguire un programma sostanzialmente identico a quello di Monti. E’ questa la contraddizione più forte, perché sarà lui a portare avanti i tagli dettati dal fiscal compact. Quindi c’è una grande mistificazione che si regge su un elemento di ignoranza. Cioè il popolo italiano ignora che gli impegni presi dall’Italia in sede europea sono tali che se non messi in discussione determinano la linea politica dei governi nei prossimi venti anni.

La Federazione della sinistra ha subito qualche scossone ultimamente…

Mi sembra che si continui a fare la stessa cosa ormai da venti anni. E cioè, tutte le volte che ci sono le elezioni ci si racconta che il centrosinistra è cambiato. Ce lo siam detti nel ’96, ce lo siam ripetuti nel 2006, salvo poi trovarsi dopo poco tempo che le politiche del centrosinistra non sono un elemento che inverte la tendenza. E’ una coazione a ripetere sbagliatissima. Si può sbagliare una volta nella vita ma continuare a fare lo stesso errore a cinque anni di distanza mi sembra francamente una cosa da matti. Tutti gli elementi indicano che il prossimo governo sarà un governo tra Udc e Pd. E questo lo dice la legge elettorale. Inoltre i trattati firmati da monti saranno blindati E cioè per avere un governo che è peggio dei governi Prodi, non meglio. E in questo contesto invece che costruire una sinistra con un punto di riferimento non estremista ma semplicemente di continuare a infilarsi in questa strada mi sembra che è una cosa che non sta ne in cielo né in terra.

Pratica sociale del Prc. Quale indicazione vi viene da lì, dopo molti mesi vissuti a contatto con la crisi?

Noi abbiamo una buona pratica sociale, rispetto al resto delle forze che ci sono una ottima pratica sociale. Siamo forse l’unico partito che sta dentro in tutte le cose fino in fondo. I compagni sono generosissimi. Non c’è una lotta in cui non ci sia un compagno o una compagna di rifondazione. Il punto che paghiamo è di non essere riusciti a dare un punto di riferimento a questo. E confido di farlo con la lista unitaria di sinistra a dare un punto di riferimento a questo. LA gente si fida di te nel territorio. Dove avevamo i circoli in Sicilia abbiamo realizzato belle percentuali. Siamo troppo gracili per portare a casa i voti dappertutto e non c’è sufficiente visibilità del progetto politico. Quindi confido che riuscire a costruire una lista unitaria di sinistra possa essere la condizione per dare uno sbocco a quelle lotte che sono territori per territorio e fabbrica per fabbrica. Siamo sui territori e non siamo nell’immaginario collettivo. Questo è il punto che abbiamo davanti.

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