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Calma e gesso, compagni e compagne. Una riflessione sul 27 ottobre

La giornata di sabato 27 ottobre sarà difficile da dimenticare. Non perché autorizzi a trionfalistiche previsioni. Ma perché in essa si sono saldati, con una buona dose di casualità, due ordini di ragioni che raramente vengono considerati – come invece si dovrebbe – alla stregua di un unicum, di un intero. Mi riferisco alla manifestazione che ha visto nella mattinata di sabato sfilare a Roma oltre 20.000 persone, guidate da un cartello fittissimo di sigle sindacali di medici e operatori sanitari a difesa della Sanità pubblica e, ovviamente, alle molte decine di migliaia che nel pomeriggio hanno, sempre nella capitale, dato vita alla prima vera manifestazione contro il governo Monti. Ma andiamo con ordine. Per quanto riguarda la prima manifestazione, va detto che è la prima volta che camici bianchi, lavoratori e cittadini comuni scendono in piazza per difendere uno dei beni più preziosi della collettività, vale a dire la Sanità pubblica che rischia di essere fatta a pezzi dal combinato disposto dei tagli progressivi e dei danni prodotti dalla cosiddetta aziendalizzazione. Si tratta di una questione sulla quale la Sinistra, inclusa la Federazione della Sinistra e il nostro partito, scontano un ritardo notevole. La manifestazione di sabato e le adesioni qualificate che ha messo insieme dimostrano che si tratta di un ritardo che ancora si può recuperare. Più all’altezza della gravità della situazione sono le nostre posizioni sui temi del lavoro. Lo dimostra il grande movimento che sta prendendo il largo attorno ai referendum contro l’art. 18 e l’art. 8. Una presenza vivace e visibile la nostra che ha assunto plastica evidenza nella seconda grande manifestazione, quella del No Monti Day. La galassia delle organizzazioni sindacali e di base: Usb, Cobas, Comitato NO Debito ha contribuito, insieme a Rifondazione Comunista, a creare le condizioni per un grande successo politico. Un punto di partenza, piuttosto che un punto di arrivo. Che dimostra l’esistenza di un spazio disponibile a sinistra per la nascita di uno schieramento antagonista, capace di saldare in un fronte unitario tutte le forze che si oppongono al governo Monti e alla dittatura della Troika. La prima considerazione che voglio fare parte dal nesso che unisce il mattino con il pomeriggio del 27 ottobre romano. E cioè la necessità di tenere unita la battaglia per il lavoro e quella per la difesa dello stato sociale. Si tratta di due facce della stessa medaglia. Un unicum, dicevamo, che non permette e non autorizza a creare gerarchie fra lotta per la difesa dei contratti nazionali e contro l’articolo 18 e quella per la liquidazione della controriforma sulle pensioni ma anche fra le battaglie cruciali per la tutela delle protezioni sociali e sanitarie e la scuola, la ricerca, la cultura. Il fronte di attacco del capitale finanziario e delle élites economiche è, infatti, stringente come una tenaglia perché capisce che oggi, sfruttando la crisi, si può assestare un colpo definitivo a tutte le conquiste dei lavoratori. Si tratta di un processo di sostanziale nuova fascistizzazione, nel quale alla figura del dittatore si sostituiscono i luoghi politico-finanziari  entro i quali maturano le loro strategie e articolano il loro potere le microoligarchie che governano il mondo. Vi è poi lo spinosissimo problema delle alleanze. E allora, a proposito di questo, c’è da considerare una novità assoluta. E cioè che oggi questa questione è fondamentale per i destini della sinistra ma anche cruciale per la sopravvivenza  del nostro partito.   La mia opinione è che il quadro complessivo non consenta, nella sua incertezza, scelte definitive, ove si escluda, ovviamente, una pregiudiziale che ci pone in posizione decisamente alternativa rispetto a Monti e al Montismo. Le recentissime elezioni siciliane, che pure vanno analizzate meglio nel dettaglio, forniscono, tuttavia, delle indicazioni di massima che in parte erano attese e in parte no. Ci si aspettava infatti un astensione massiccia e una vittoria di Grillo. Ci si aspettava il crollo del Pdl e l’affermazione relativa del Pd alleato col partito di Casini. Non ci si aspettava il risultato pessimo che riduce ai minimi storici i consensi sommati insieme di Idv, Sel, Federazione della Sinistra e Verdi.
L’insieme di questi risultati significano almeno due cose. La prima è che il Pd avrà un motivo in più per prendere in seria considerazione l’alleanza con l’Udc, prima o, più probabilmente, dopo le elezioni. La seconda è che la marea montante dell’astensionismo e del grillismo assorbe un malcontento vasto e pesca sicuramente a piene mai anche a sinistra. Pochissimo spazio quindi rischia di rimanere per chi si oppone, isolatamente, a Monti da posizioni di classe che non attingano a quelle che per semplicità definiremo l’universo dell’antipolitica. Se da un lato quindi viene scoraggiata qualsiasi residuale ipotesi possibilista nei confronti di una pur prudente e condizionata apertura a un Pd alleato con Sel e pronto all’abbraccio mortale con Casini. Dall’altro, appare come evanescente qualsiasi illusione di premio elettorale ad una scelta dura e pura, estranea a compromessi e mediazioni della serie: mai più rapporti con il centro sinistra, né dentro, né fuori dal futuro governo. A meno che questa non possa collocarsi entro una rete di alleanze significative e certe (Alba, Idv, liste arancioni, altre liste della cosiddetta società civile).
A questa incertezza di fondo si aggiunge il peso di alcune decisive variabili, tutte da verificare. Con quale legge elettorale andremo alle elezioni? Chi vincerà fra Bersani e Renzi, e Vendola come si piazzerà alle Primarie? Riuscirà Di Pietro a ricucire la foto di Vasto o addirittura scioglierà l’IDV, come ha minacciato in questi giorni? E poi, per noi quella più importante: la Federazione della Sinistra sopravviverà o le recenti scelte di Diliberto ne sanciranno la fine. Questa ultima eventualità a pochi mesi dalle elezioni sarebbe catastrofica. Insomma, un vero rompicapo. Togliatti avrebbe detto: “calma e gesso, compagni”. Se c’è una morale da trarre. E’ una morale che non mi piace ma della quale sarebbe suicida non prendere atto. Lo tzunami dell’antipolitica e del populismo sembra inarrestabile. L’appeal del leader, amplificato dalla grancassa mediatica (Grillo e Renzi), appare sempre più decisivo. Insomma, la gente o non vota  o se vota soggiace alle sirene fuorvianti e irrazionali dell’ipercomunicazione pilotata dai poteri forti. E’ un fatto che la tribuna mediatica offerta a Grillo e a Renzi non abbia precedenti nella storia del paese. E questa cosa serve a spianare la strada a Monti. Nel frattempo, a noi non resta che salvare la pelle, perché da morti non si conta niente. Cominciando con lo scongiurare la fine della Federazione della Sinistra e magari pensando a un leader carismatico da scegliere come suo portavoce. Strada facendo si vedrà il da farsi. Ma nel frattempo, per favore, non facciamoci del male. Perché non ce lo possiamo permettere.

 

                                                                                

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