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IL PUNTO DI CIOFI. La Sicilia ci manda a dire

Se qualcuno nutre ancora qualche dubbio, è venuto il tempo di metterlo da parte. Il voto della Sicilia, nella sua eccezionalità, rappresenta il punto più alto e clamorosamente visibile di una perdurante tendenza di fondo, che sta precipitando con l’aggravarsi delle condizioni economiche, sociali e ambientali in cui vive la maggioranza del popolo: la crisi ormai conclamata della democrazia politica, che toglie al popolo rappresentanza e rappresentazione. Il 53 per cento degli elettori che non vota è la certificazione inoppugnabile di una crisi di sistema. E quando la coalizione vincente Pd-Udc esprime solo il 15 per cento circa dell’intero corpo elettorale, e il partito di maggioranza relativa che fa capo a Beppe Grillo non raggiunge il 10 per cento, nessuno può negare che tra il Parlamento dell’isola e la realtà sociale che lo circonda si sia innalzata un’impervia muraglia cinese. Chi rappresenta chi? I partiti, che tra la società e le istituzioni dovrebbero essere il tramite, a chi danno voce? A chi rispondono? Alcuni illuminati maestri del pensiero hanno scoperto finalmente che il Movimento 5 Stelle non è antipolitica, ma politica con altri mezzi. Dovrebbero però aggiungere che questa forma irrituale della politica, molto legata alla vita delle persone, è generata dalla vera antipolitica, quella che conta e che decide. E che trasforma i partiti in larve senz’anima, dediti alla bassa gestione del potere. Il vero dominus è il potere dei mercati e della finanza, il Senato virtuale che mette in mora la democrazia rappresentativa e qualsiasi forma di partecipazione popolare. Se oggi al comando ci sono i governi dei ricchi, è del tutto logico che il denaro sia diventato un pericoloso strumento di sovvertimento della vita democratica. Senza sottovalutare la sicilianità del voto, sarebbe sbagliato non vederne i significati universali. In tempi di globalizzazione anche la mafia è un sistema globale, qualcosa ne sanno a Roma e Milano. Altrettanto si può dire della corruzione e dell’evasione fiscale, con il corollario del voto di scambio. Stupisce che l’arcivescovo di Palermo accusi gli elettori di essere dei «rinunciatari», perché lasciano che «a decidere siano altri». Che potere di decisione hanno oggi i semplici elettori che non dispongono della ricchezza monetaria e materiale? Nessuno. Chi rappresenta oggi, nel Parlamento siciliano, come in quello italiano ed europeo, gli operai, i lavoratori manuali e intellettuali, donne e uomini, giovani e anziani, i disoccupati e i precari, i ricercatori e gli scienziati? In una parola, la massa multiforme del nuovo lavoro del XXI secolo. La risposta è ancora nessuno (con qualche rara eccezione). Eppure è questo il vero nodo da sciogliere, sul quale si misura la distinzione tra destra e sinistra, e quindi la tenuta della democrazia. Il fine costituzionalista Ainis, allertato sul problema, propone di trasformare il Senato in «una sede di rappresentanza degli esclusi», «designata per sorteggio». Come a dire: siccome costoro per definizione non possono diventare classe dirigente costituendosi in partito, li mandiamo a giocare a testa e croce in una sorta di riserva indiana. La verità è che dopo Berlusconi, il quale ha molto lavorato per trasformare il popolo sovrano in un ammasso informe di sudditi-tifosi, con Monti si è aperta la fase della distruzione sistematica della civiltà del lavoro, e dunque della Costituzione. Ma se questo è vero resta aperto il problema: perché la sinistra non è in grado di raccogliere il malessere, la protesta, e anche la voglia di cambiamento, che fermentano nella società, dando espressione a una nuova volontà democratica? È l’altro messaggio, per ora senza risposta, del voto siciliano.

www.paolociofi.it

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