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Dopo la Sicilia. Il senso dei partiti per il “si salvi chi può“

Come è avvenuto per le amministrative di qualche mese fa, il cui esito ha sparigliato le carte (per esempio, uccidendo nella culla il Terzo Polo) e mandato all’aria il (quasi) accordo sulla legge elettorale, così le elezioni siciliane stanno provocando reazioni a catena anche a Roma. Tiene banco, soprattutto, la “paura“ della “marcia su Roma“ dei grillini, specie dopo l'annuncio di un ticket Grillo-Di Pietro. Alla luce del risultato siciliano, non c’è sondaggista che non dia il movimento di Grillo intorno al 15% (in crescita), al punto da far ritenere non così improbabile persino un ballottaggio tra Pd e M5S nella corsa a sindaco di Roma (che sarà in contemporanea con le politiche), dove, per altro, è data per sicura la sconfitta del candidato del Pdl (Alemanno). Non avendo più molte frecce ai loro archi, Pd, Udc, Pdl sono alla ricerca della ricetta magica che gli permetta di resistere all’onda grillina, in una sorta di si salvi chi può. Un anno di governo tecnico e di scandali a ripetizione è servito solo a rendere più evidente la crisi irreversibile di idee, progettualità politica e credibilità della nostra attuale classe dirigente, come dimostra il 53% di astensionismo, che nemmeno Grillo è riuscito a scalfire. Dunque, non è con mirabolanti promesse (tipo: taglio dei costi della politica...) che adesso i “partiti tradizionali“ possono pensare di recuperare il tempo e il terreno perduti. E infatti è con escamotage tecnico-elettorali, accordi spericolati e giravolte tattiche che sperano di restare a galla. Per esempio anticipando di un paio di mesi la fine della legislatura. Un modo per impedire al M5S di crescere ancora nei consensi e, accorpando regionali e politiche in un unico election day, provare a rallentare l’emorragia dei votanti, oltreché nascondere eventuali nuove figuracce elettorali. Ma soprattutto perché i partiti della strana maggioranza che sostiene Monti avvertono la stanchezza di appoggiare un governo «maledetto» e lo stesso premier Monti sente che la sua legislatura è arrivata al capolinea: basta vedere come il governo ha dovuto quasi interamente riscrivere la legge di stabilità sotto dettatura di Pd, Pdl e Udc per una volta determinati a portare a casa un risultato. Insomma, il vento delle elezioni spira forte. Dell’ipotesi hanno discusso a quattr’occhi Casini e Bersani (dopo l’affondo di Berlusconi da villa Gernetto); si sono detti d'accordo Maroni e Alfano. chi per un verso chi per l'altro, troverebbero vantaggi a votare un po' prima. Ma si è messo di traverso Napolitano, che ha richiamato i partiti al rispetto della «scadenza naturale della legislatura» da affrontare con «nuove regole». Già, le nuove regole. Com’è noto, sul tema della legge elettorale si sono viste solo giravolte e marce indietro. In Senato c’è una bozza di testo, che però scontenta tutti e ora, dopo il terremoto politico siciliano, la possibilità di modificare il sistema di voto appare più lontana. Da una parte c’è chi, come Bersani, vuole che sia garantita la governabilità (qualunque cosa questo significhi). Un chiodo fisso del leader del Pd, dietro il quale, però, si cela la paura di vedersi scippare la seconda vittoria sicura (dopo aver rinunciato alla prima per far posto a Monti). Bersani ha ribadito una volta di più che bisogna «trovare una soluzione che consenta la governabilità, perché lasciando in piedi una fila di nanetti, piccoli partiti che non assicurano una maggioranza, non si fa un altro governo Monti», ma arriva Grillo (con buona pace della democrazia e del diritto di rappresentanza). Il messaggio è soprattutto per Casini, l’altro incomodo. Il suo movimento (insieme con quello di Montezemolo) è convinto di rappresentare il vero baluardo contro l’antipolitica, ricompattando i moderati attorno alla figura di Monti (meglio se ancora premier). E dunque non si sogna di regalare al Pd una legge elettorale che garantisca al vincente un premio di maggioranza esorbitante rispetto ai voti ottenuti (che come si è visto in Sicilia non sono poi tantissimi). Contemporaneamente, però, il risultato siciliano accelera il processo di avvicinamento (che sembrava accantonato) tra Pd e Udc. Lo ha detto chiaro Enrico Letta: «Il voto siciliano aiuta moltissimo». Ancora più esplicito Casini: «L’indicazione che giunge dalla Sicilia è l’ineludibilità del rapporto tra progressisti e moderati, unico antidoto all’antipolitica», appunto. Certo, c’è l’ostacolo Vendola, ma se Bersani e Casini dovessero riuscire a mettersi d’accordo sulla legge elettorale, il percorso sarebbe già chiaro: vittoria di un’alleanza progressista (con Sel dentro, nel senso di qualche vendoliano nella lista Pd, dunque senza simbolo) che stringe un patto post-elettorale con i moderati per tenere a bada Grillo&co. Si parla di uno scambio tra le preferenze (caldeggiate dall’Udc, osteggiate dal Pd) e un semplice restyling del Porcellum che garantisca il mantenimento di un sistema bipolare (il Pd ha presentato in commissione un emendamento che di fatto ripropone il Mattarellum, la legge precedente all’attuale). Lo scoglio resta proprio il premio di maggioranza: l'ultima mediazione prevede che il premio scatti solo alla coalizione che raggiunge almeno il 40% dei consensi; il Pd insiste per un bonus del 12% alla coalizione che arriva prima, a prescindere dai voti ottenuti. Se davvero i partiti vogliono anticipare la fine della legislatura dovranno trovare un accordo: per convincere Napolitano, in fondo, è sufficiente lasciare il Porcellum così com'è introducendo semplicemente una soglia minima per accedere al premio come ha chiesto la Corte Costituzionale. Ma il tempo stringe: le Camere andrebbero sciolte a dicembre. In caso contrario, poco male: si andrà a votare in aprile con la vecchia legge che in fondo non dispiace a nessuno. Oltretutto a gennaio, si terranno le regionali: un’occasione ghiotta per testare di nuovo, dopo la Sicilia, un'eventuale alleanza tra Pd e Udc, soprattutto nel Lazio (ma come farà il partito di Casini a smarcarsi dal Pdl dopo essere stato il miglior alleato della Polverini? E come la mettiamo con Vendola già alleato di Zingaretti?) e in Lombardia (fin ora stabilmente in mano a Pdl-Lega). Dunque potrebbe scattare la tentazione di aspettare per vedere come va. E allora sarebbe troppo tardi per cambiare il Porcellum... Insomma, come si vede un volare molto basso, quasi rasoterra che non sembra voler fare i conti con l’indifferenza, quando non ostilità, crescente verso la politica e i partiti. Come se, ha fatto notare qualcuno, il sistema volesse suicidarsi. Perché, a meno che non ci siamo distratti, non ci è chiaro quale sarebbe il programma di governi sostenuti da Pd, Sel e Udc. Astensionismo e grillismo sono in agguato.

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