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Astensionismo. Per chi ha suonato la campana

E' cambiato il vento ma soprattutto il verbo. Non più "Per chi suona la campana", ma "Per chi ha suonato la campana". L'astensionismo-tsunami è arrivato, il disastro annunciato sorvola i cieli della politica, bisogna correre ai ripari, ma la Protezione civile in questo caso non serve. La Sicilia - "quel" voto - suona come metafora dell'Italia. Attenzione. I siciliani si presentano con un astensionismo del 53%? Tranquilli, aspettatevene, nazionalmente parlando, almeno il 60%, lo calcolano i sondaggisti della più bell'acqua. E anche peggio. Perché si dà il caso che l'astensionismo fa rima con grillismo, e che 53% più 14,7% (la percentuale di voti raccolti testé in Sicilia dal M5S) fa quasi un 68%, quasi una maggioranza bulgara (persino suscettibile di aumentare alle ormai vicine elezioni politiche). Sono molti infatti - come  Ilvo Diamanti su Repubblica - a vedere un'unica matrice per l'uno e l'altro fenomeno, astensionismo e grillismo. «Non una fuga dalla democrazia. Ma, semmai, un messaggio. Un indice che misura - e al tempo stesso denuncia - la riduzione del consenso di cui dispongono gli attori della Seconda Repubblica». Molto più che un avviso ai naviganti, qui c'è un segnale di crack. "Il partito del non voto" è un libro scritto (Nuvoli e  Spreafico) qualche anno fa: un titolo perfetto, che coglie nel segno. Il non-voto è in realtà un "voto". Un voto contro e anche un voto per. Un voto "politico": appunto quel voto del non-voto che, di fatto, ha dimezzato di colpo i risultati di Pd, Udc, M5S in Sicilia; che, di fatto, ha ridimensionato, dal 30 all'effettivo 15%, il livello della vittoria di Crocetta. Potenza del partito del non-voto, la mannaia silenziosa che fa sparire addirittura i votanti; il verdetto senza parole che ripudia la classe dirigente in blocco, disconoscendone la stessa esistenza.  Quando infatti il livello di chi si astiene veleggia verso (e forse domani oltre) il 60%, riesce difficile credere che il rifiuto riguardi solo un partito o l'altro, uno schieramento o l'altro, la destra, la sinistra o il centro. C'è molto di più e di peggio. C'è la sfiducia "globale". La sfiducia verso l'intero Sistema. Verso i singoli partiti, pacchetto tutto compreso: i  nomi, le nomenklature, le parole, i programmi, i bilanci (e ultimamente anche le facce...). Verso le istituzioni, Camera e Senato coinvolti nel disdoro e nello scandalo degli stipendi e dei privilegi entrambi macro, delle spese e degli sprechi annosamente denunciati e mai tolti di mezzo, dei  113 inquisiti. Verso i Comuni dai buchi astronomici e ingiustificabili (vedi Parma, Alessandria, Palermo, tanto per citare); verso Province costose e tardivamente riconosciute inutili. Per non parlare di Regioni idrovore di pubblico denaro, ricettacolo e greppia di «indegni ladri e incapaci» (a volte anche di presidenti che sfrecciano contromano su auto blu; a volte anche di assessori che comprano voti dalla 'ndrangheta, 50 euro l'uno...). Inutile continuare, da mesi e mesi pagine e pagine di giornali sono dedite ad elencare, raccontare, sbattere in prima le malefatte, le ruberie, i ricatti, le cricche, Tarantini, Cosentino,  Walterino (Lavitola), Finmeccanica, San Raffaele, Piscicelli (quello che rideva la notte del terremoto all'Aquila). Eccetera, tutte cose che sappiamo tutti.
Chiamatela, se volete, antipolitica, il voto del non-voto. Ma è l'ennesima ipocrisia, l'imbecille che guarda il dito e non la luna, l'alibi da ultima spiaggia che non regge più. E invece è ormai il caso di guardarci dentro seriamente, all'astensionismo (valore aggiunto del grillismo). Perché non si tratta di sola e mera sfiducia. Chi ha studiato, anche dal punto di vista statistico, il fenomeno dell'assenteismo, riconosce che esso ha avuto alti e bassi nei vari periodi della politica italiana. Dal '46 al '76, la partecipazione al voto resta praticamente fissa intorno al 92%; comincia ad abbassarsi negli anni '70, in concomitanza con quella "questione morale" sollevata da Berlinguer che denuncia la corruzione dei partiti; e diventa ancora più marcata negli anni '80 e '90, con Tangentopoli che dà un bel contributo. E comunque quasi mai, anche nell'ultimo decennio, la partecipazione è scesa sotto l'80%. Ti spezzo il quorum. Dopo quello istituzionale del 1946 su monarchia o repubblica, in Italia si sono avuti ben 65 referendum abrogativi e   circa una trentina vengono recisi appunto dall'astensione che fa saltare il quorum. Il partito del non-voto c'è, quindi, e non da oggi. Ma è oggi che si carica non solo di dissenso, e nemmeno solo di sfiducia, stanchezza, disillusione. Oggi si carica di disgusto, di disprezzo, di rifiuto; si carica di "forconi". La Rete trabocca di invettive, esecrazione e male parole all'indirizzo del pianeta politica, dei partiti, delle lobby (dette anche fondazioni) che perpetuano potere,  clientelismo, affarismo, corruzione, drenaggio di pubblico denaro da parte dei Soliti Noti. Le avete viste trasmissioni tipo "In onda", "Quinta colonna", "Report", piene come non mai di persone non solo indignate ma in rivolta? L'Italia di oggi ne è zeppa, ceto medio compreso. E mentre si fa pagare crisi, default, decrescita, Pil con i  salari più bassi d'Europa e le tasse più inique, con i tagli a pensioni, sanità e scuola, con la disoccupazione che avanza e il 35% dei giovani senza lavoro né speranza di trovarlo, va in scena, ad esempio, lo spettacolo che l'Espresso mette in copertina sotto il titolo "30 mila poltronissime", informando come e qualmente «tanti sono gli amministratori delle partecipate, migliaia di società volute da sindaci e governatori. Tra ricchi stipendi, sprechi, parentopoli, auto blu. Mentre il servizio ai cittadini peggiora». Per chi ha suonato la campana. Dovrebbe essere un obbligo urgente per la Politica degna di chiamarsi tale mettere riparo, cambiare, smetterla. Ma no, che dite? Ecco Raffaele Lombardo, l'ex disastroso presidente della Regione Sicilia, che è appena sceso dallo scranno, ma è già in corsa alla testa di un nuovo partitino (pagato da noi), non prima di aver fatto eleggere all'Ars tal Toti Lombardo, suo figlio... Ed ecco Prodi che è in pole position per il Colle; e  Tremonti che rientra in campo; e la Melandri che va al Maxxi... Chi uccide la politica?

 

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