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LA LISTA DEL COLLE
Il presidente della Repubblica dice quel che tutti già sanno: Mario Monti è un senatore a vita e dunque non può essere eletto perché è un parlamentare. Tuttavia ripeterlo e poi dettagliare, fin nei minimi particolari, quando e come potrebbe essere «coinvolto dopo il voto» per un Monti-bis, non è certo un omaggio a monsieur Lapalisse, anche se è da Parigi che il capo dello stato invia in Italia il suo avviso ai naviganti.
Così evidente è la road-map tracciata da Napolitano per coronare con successo il traguardo, così puntuale la spiegazione dei tempi e delle procedure per indicare il candidato preferito per palazzo Chigi (non imbrigliandolo in una lista, ma facendone emergere il nome nelle consultazioni post-elettorali) che non occorre lavorare di fantasia per ricavarne una linea coerente del Quirinale. 
Già alla fine di ottobre Napolitano aveva voluto esprimere la sua preferenza («ad aprile si dovrà tener conto dell'esperienza di Monti»), tornare a ribadirlo oggi aggiunge solo una scintilla in più a quel che sembra ormai essere un braccio di ferro tra il candidato-segretario del Pd e le indicazioni del Colle. Un ping-pong sempre più serrato, anche nella sequenza: Bersani dice «Monti non deve candidarsi», e scommette sull'ipotesi che «vada al Quirinale», Napolitano spiega perché il tecnico deve mantenersi super partes e tutti noi attendere una legge elettorale preferibilmente propiziatoria di maggioranze strane e, soprattutto, montiane. La precisazione successiva, contenuta in una nota del Quirinale, («il presidente non sponsorizza»), ha, come succede alle smentite, l'effetto-boomerang di confermare la sponsorizzazione.
Tra il non essere un Presidente rassegnato a tagliare nastri, e pronunciare un discorso sulla consistenza di liste, forze politiche e lavori in corso nell'arcipelago dei cosiddetti moderati e, per rimbalzo, già definire l'identikit del futuro centrosinistra, forse passa la stessa differenza che c'è tra un sistema parlamentare e uno presidenziale. Una debole separazione virtuale di fronte alla più incisiva realtà del cortocircuito politico-istituzionale. Rafforzato oggi dall'esperienza del tecnico al governo, alimentato domani nell'ipotesi di un trasferimento del professore al Quirinale.
È quel che sembra aver voluto polemicamente ricordare ieri il capogruppo alla camera, Franceschini. In un intervento molto applaudito nell'aula di Montecitorio, il parlamentare ha suonato la corda della sovranità popolare contro la pretesa dei mercati di decidere al posto degli elettori. Non poteva esserci occasione migliore della fiducia sulla legge di stabilità per dire che la musica scritta finora, sulle virtù di Monti e dei suoi ministri, deve finire. E tanto il Colle esorta alle lodi perpetue del governo tecnico, quanto dalle fila di una larga parte del Pd si invoca un nuovo spartito buttando sulla bilancia il prezzo pagato in questo anno di via crucis. Anche perché siamo alla vigilia del voto delle primarie, convocate per pesare la volontà, di una grande area del paese, di chiudere con l'emergenza montiana e riaprire la pagina della battaglia politica e del consenso
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