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Alla fiera delle primarie Pd

A quanto pare sì, la vita è tutta un quiz. Perché chiunque vinca, con queste primarie (e non parliamo di quelle del Pdl, ammesso che si facciano) ha perso la politica. E non è una questione di numeri.
Bersani sostiene che sotto i due milioni di partecipanti sarà stato un semi flop se non altro perché nel 2009, alle primarie per la segreteria del Pd dove si sfidavano Bersani e Franceschini, andarono a votare in oltre tre milioni. Ma sembra passato un secolo: eravamo ancora nell'era Berlusconi, oggi siamo nell'era Grillo ed è tutta un'altra storia. E in effetti la cifra è ancora lontana: i registrati (operazione obbligatoria per poter votare domenica) alla vigilia sono solo un milione. 
Sono un po' preoccupati, dalle parti del Pd: temono che domenica ai gazebo ci sarà il caos. Arriveranno quelli già iscritti per votare e quelli per votare ma che si devono ancora iscrivere. Il meccanismo un po' burocratico - pensato soprattutto per ostacolare Renzi - prevede che l'elettore metta quattro firme: l'appello degli elettori, la carta d'intenti, la liberatoria per la privacy e l'iscrizione all'albo degli elettori del centrosinistra. Il sindaco di Firenze lo ha gridato ai quattro venti: «Le regole delle primarie sono una fregatura», poi s'è pentito: «Ho fatto passare il messaggio che votare è complicato. Ora lancio l'appello ad andare ai gazebo» (sa che più gente c'è, più chance ha lui di sconfiggere l'apparato democrat, in gran parte schierato con Bersani).
Ma no: non è una questione né di numeri, né di regole. Li avete visti (e soprattutto sentiti) i Magnifici Cinque? Nel confronto Sky sembravano i concorrenti di un quiz televisivo, mancava solo Mike Bongiorno: «...e noi giochiamo e rigiochiamo, perché noi non ci arrendiamo fino a quando non vinciamo...». Si trattava di dare la risposta esatta (cioè quella che porta voti) mica di dare la propria opinione: «... e se indovini, quante emozioni, perché è col quiz che ci danno i milioni, evviva le televisioni...». Si trattava, insomma, di recitare una parte, come cinque personaggi in cerca d'autore. Solo che qui non manca solo l'autore, manca anche il dramma: e la recitazione infatti non convince perché Bersani &C non sono autentici. 
La prova è nel (finto) pantheon: papa Giovanni, il cardinal Martini, ecc. Roba da decerebrati, lobotizzati (copyright di Barbara Spinelli): «È come se ci si vergognasse di dichiararsi eredi. Di avere alle spalle un testamento, dunque un'alleanza. Magari i candidati dicono perfino qualcosa di sinistra, ma questo qualcosa è piatto, non ha radici, fluttua come foglia sulle acque». 
Per non piangere non resta che ridere, con la Jena che su La Stampa esclama: «Bersani sceglie un papa e Vendola un cardinale, all'anima della sinistra»; o con Bobo, che interrogato se sia vero quello che ha detto il papa e cioè che nel presepe non c'erano né bue né asinello, risponde: «Per queste cose teologiche chiedi a Bersani o a Vendola». E dire che Bersani per la sua campagna  era partito da Bettola, il suo paese natale, il suo "mondo antico", esordendo così: «Chi si presenta agli italiani, deve certo dire quel che farà; ma soprattutto quel che è stato e quel che è». Se ne dev'essere dimenticato. 
Finto pantheon, finta democrazia. Tutti i candidati ripetono: vedete come siamo bravi, come siamo democratici e moderni a lasciare che siano i cittadini a decidere? Ma decidere cosa? A che servono le primarie? Bersani e Vendola rispondono: per scegliere il candidato premier del centrosinistra. Peccato che siamo ancora in una repubblica parlamentare dove il premier lo decide, appunto, il parlamento (lo sa bene Casini che cerca di imporre una legge pseudo-proporzionale che gli permetta di mettere di nuovo Monti a Palazzo Chigi; e lo sa bene il leader Pd che cerca di impedirglielo). Macché. «Se vinco io cambia il gruppo dirigente», risponde invece Renzi. Ma allora non è più una gara per la leadership del centrosinistra, è il congresso del Pd: dunque che c'entrano Tabacci e Vendola, che appartengono ad altri partiti? Boh.
Per il resto, la "campagna elettorale" è trascorsa senza che i candidati riuscissero davvero a confrontarsi sui contenuti; o meglio senza che i contenuti fossero abbastanza credibili e concretamente realizzabili da risultare degni di nota. Il duello tra Bersani e Renzi è ruotato attorno all'idea della rottamazione. Sono andati avanti settimane (creando il panico nella vecchia nomenclatura democratica), poi persino il sindaco di Firenze ha dovuto rottamare la rottamazione, facendosi fotografare da Oggi con le sue nonne: si è accorto, sondaggi alla mano, di aver perso terreno tra gli elettori più anziani. E Bersani: «Roba da psicoanalisi».
Poi è saltata fuori la vicenda dei soldi. Bersani a Renzi: «Ti fai finanziare da chi mette il denaro alle Cayman». Renzi a Bersani: «Per la campagna del 2006 tu hai preso 98mila euro dai Riva» (quelli dell'Ilva che inquina Taranto). Sposetti (ex tesoriere Ds): «Renzi dica quanto ha speso davvero per le primarie». Reggi (coordinatore della campagna di Renzi): «Sposetti senza vergogna, scagnozzo di Bersani. Dica come ha speso i soldi dei Ds». Renzi a Bersani e Vendola: «Rinunciate al cumulo dei vitalizi». Bersani: «Visto che sei un dirigente del Pd dovresti sapere che i vitalizzi non ci sono più su proposta del Pd». E via così.
Poi, certo, il compitino sul programma è stato diligentemente svolto (basta andare sui siti dei candidati per leggerlo: ci troverete tutto e il suo contrario). Ma nello sprint finale hanno prevalso gli effetti speciali. Tipo: «Vinco io le primarie, vedrete che sorpresa» (Vendola); «Ecco il mio sondaggio: io e Bersani siamo testa a testa» (Renzi); «Porterò gli operai in parlamento» (Vendola - lo ha già fatto Veltroni, si è visto com'è andata); Bersani: «Mi sento come Sergej Bubka» (l'atleta ucraino recordman nel salto con l'asta); Renzi: «Il mio idolo è Carl Lewis» (il "figlio del vento", l'uomo più veloce di sempre). Ce n'è anche per Monti: «Se vincessi le elezioni, la prima cosa che farei sarebbe andare a parlare con Monti» (per discutere del suo futuro, dice Bersani); «Monti ha restituito credibilità all'Italia, ma ora è il momento di voltare pagina» (Renzi); beh, sì voltare pagina «un pochino, specie sul fronte fiscale qualcosa da fare c'è» (Bersani); replica Renzi: «Il nostro orizzonte è una Terza Via tra la spirale austerità-recessione e la vecchia ricetta keynesiana (anche questa più o meno l'abbiamo già sentita...).
Finirà che ha ragione Tabacci: «Sono io più a sinistra di tanti altri». Non per nulla su Facebook è nato un seguitissimo gruppo "Marxisti per Tabacci".

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