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Obama e tutti i suoi droni

A Obama piacciono i droni. Da autentico Premio Nobel per la Pace, dal 2009, primo anno della sua prima elezione, le operazioni dei diabolici aerei senza pilota sono aumentate a volontà.
Non scandalizziamoci quindi se all'indomani dell'omicidio che, tramite missile mirato, ha abbattuto il capo Hamas Almed al Sabari innescando l'ennesimo conflitto tra Israele e Palestina, abbia tranquillamente dichiarato che «Israele ha il diritto di difendersi».
Secondo Nick Turse, giornalista e storico americano studioso della materia, sotto la presidenza Obama gli Usa hanno conseguito il primato assoluto dei droni in campo mondiale; tanto che oggi «un aereo militare su tre è un drone»; e addirittura - scontato il piccolo particolare che molti di questi velivoli «sono aerei-spia dalle piccolissime dimensioni» - è in fase di progettazione un nuovo tipo di «drone a propulsione nucleare capace di volare per mesi di fila».
Usati in centinaia di missioni "segrete" (e con la totale copertura dei media internazionali), i droni spadroneggiano in Pakistan, Yemen, Somalia, Libia, Palestina, Afghanistan, Iraq. Paesi nei quali la Cia ha autorizzato gli omicidi mirati, scrive sempre Nick Turse, «sulla semplice base della "signature"», cioè sulla base di presunti «comportamenti pericolosi», senza altre informazioni; cioè decisi in quanto «obiettivi autorizzati dalle nostre leggi». In effetti, secondo «le nostre leggi» (cioè le "loro") gli omicidi mirati a mezzo missile o drone dovrebbero pur essere autorizzati dopo il vaglio di cinque verifiche, ma ciò quasi sempre resta «sulla carta»; la "kill list" non prevede tante sottigliezze cerebrali. E a un giornalista che gli chiedeva conto sull'uso dei droni, Obama ha appunto risposto: «Le questioni di sicurezza nazionale non possono essere discusse». "Kill list", dopotutto, come «easy one», una cosa da poco; più che altro volta «a rafforzare ulteriormente la diplomazia internazionale», più che altro. Detto in parole semplici, trattasi di vera e propria libertà d'assassinio «secondo le nostre leggi» (le loro). Un parziale calcolo dice infatti che sono oltre tremila le persone coinvolte (uccise) in soli 375 episodi di questo nuovo tipo di «diplomazia internazionale» made Usa. «Produciamo più nemici di quanti ne abbattiamo sul campo», ha ammesso un comandante di drone, intervistato dallo stesso Nick Turse. 
Giusto in nome del «diritto di difendersi», il primo drone autorizzato da Obama, esattamente tre giorni dopo la sua prima elezione, ha avuto come obiettivo il Waziristan, 10 morti di cui 3 bambini. Questione «di sicurezza nazionale», si capisce: e infatti il Waziristan (mai sentito nominare, ho dovuto cercare su Wikipedia) è «una zona montagnosa nel nordest del Pakistan, con una superficie di 4.475 mq, tra il fiume Tochi e il fiume Gomal»...
Non di soli droni, che credete. Il Guardiano-Armato-delle-Sorti-del Mondo che si chiama Usa è in effetti di spaventosa potenza. Tradotta in cifre, vuol dire un bilancio militare che sotto Obama è passato da 621 a 711 miliardi di dollari, l'80% in più rispetto al 2000, la metà del totale mondiale; con oltre 1000 basi dislocate in 63 paesi; con quasi 350.000 uomini "addetti" ai quattro angoli della terra. La "Rete No Bases" ha pubblicato l'elenco completo di basi, campi, avamposti americani piazzati nel mondo; ci vuole un bel po' di tempo a leggerlo tutto (in Italia, se ne contano 42; in Germania 235; in Giappone un'infinità; in Afghanistan 400). E anche l'Africa, con un'escalation iniziata proprio sotto Obama, si trova attualmente oggetto di particolari attenzioni da parte di marines, spie e contractors statunitensi. Con postazioni praticamente ovunque, in Uganda, Somalia, Liberia, Algeria, Burkina Faso, Chad, Mauritania, Nigeria, Tunisia, Marocco, Camerun, Botswana, Lesoto, Senegal (l'intero continente africano come teatro di attività segrete a base di armi, spie, fiumi di dollari: nome in codice Tusker Sand e Tusker Wing).
Inutile dire che sono sotto controllo anche tutti i mari del pianeta. A disposizione 11 flotte, composte di portaerei, incrociatori e cacciatorpediniere lanciamissili, sommergibili d'assalto, navi appoggio, e non meno di 5.000 uomini per ogni unità.
Il numero vero delle basi Usa nel mondo, comunque, nessuno lo conosce veramente, le statistiche sono difficili da consultare e, ovviamente, non danno conto di quelle che devono restare top secret. «L'America mantiene un impero così vasto e oscuro di basi, che nessuno, nemmeno il Pentagono, sa veramente le sue dimensioni e il suo scopo», conclude Nick Turse.

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