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Visto dal Libano: i timori di una Gaza "normalizzata"

Beirut. L’attenzione in Libano su quanto accade a Gaza è altissima. Giornali e televisioni mostrano i segni dei terribili bombardamenti israeliani e i commentatori si cimentano in analisi spesso azzardate e fantasiose. Ma per capire il vero polso della società libanese basta recarsi in uno dei tanti caffé che affollano le strade di Beirut. In pochi qui credono che la tregua possa avere un futuro e molti la leggono come un tentativo degli Stati Uniti di includere il governo di Hamas, che governa la striscia di Gaza, nella nuova alleanza che vede Stati Uniti e Fratelli Musulmani, insieme, impegnati in una sorta di normalizzazione post rivolte arabe.
Senza dubbio c’è la soddisfazione nel vedere ancora una volta l’esercito di Tel Aviv, grazie ad una resistenza forte sia militarmente che dell’appoggio popolare, costretto a rivedere i propri progetti. Nei giorni scorsi ci sono stati sit in di solidarietà con la popolazione palestinese di Gaza e la notizia della tregua è stata una di quelle “belle notizie” così rare da queste parti. In Libano vivono circa 500mila rifugiati palestinesi i quali sono sensibili alle sorti dei loro fratelli che vivono in Palestina, ma nello stesso tempo sono forti i timori per un ulteriore accordo – magari mascherato da tregua decennale – che nella pratica rischia di seppellire per molti anni futuri qualsiasi possibilità di vittoria per la causa palestinese. E’ questa una delle ragioni del relativo “basso tono” di Hezbollah in questa fase. Fra gli sciiti libanesi c’è il timore che normalizzata Gaza le truppe di Netanyahu possano rivolgere la loro attenzione al confine nord. Un sentimento contrastante, quindi, che riflette anche l’instabilità in cui oggi il Libano è condannato.
Il Libano – continuamente minacciato a sud dai jet israeliani - è appeso alla sorte della vicina Siria e ogni novità che arriva da Damasco ha un immediata ripercussione sulla politica del Paese dei Cedri. Fra i giovani e le forze progressiste qui in Libano il governo di Assad non ha mai goduto di una particolare simpatia, un eufemismo questo per dire che il governo di Bashar Al Assad è visto come un regime che in questi anni ha soffocato tanto le libertà sociali quanto la democrazia. Evidentemente la storia dei due paesi ha lasciato un segno pesante e indelebile, che influenza e tormenta tutti. Ma nello stesso tempo è forte la consapevolezza che oggi l’opposizione è stretta in un abbraccio mortale dalle forze religiose, spesso non siriane, che hanno come obiettivo fare della Siria l’ennesimo Paese dell’asse Fratelli Musulmani – Stati Uniti. Per questo agli appelli per una svolta democratica si accompagnano, specie fra i militanti del Pc libanese, alla condanna verso ogni intervento straniero e l’ingerenza della Nato e dei paesi islamici come Qatar, Arabia saudita, Turchia e Giordania.
Quanto sopra detto  deve poi fare i conti con le elezioni politiche che si avvicinano – sono previste per la fine della primavera del prossimo anno – e che non trovano ancora un governo condiviso in grado di gestirle con il consenso unanime. Tutti concordano sulla necessità di una riforma elettorale (anche se nessuno vuole un superamento del sistema confessionale che da decenni governa il Paese) ma al momento le forze filostatunitensi bloccano il lavoro del Parlamento, impedendo di fatto all’esecutivo Miqati qualsiasi spazio di azione e bloccando il Paese. A pagare le conseguenze di questa scelta sono soprattutto i lavoratori e i giovani che subiscono il peso di una crisi incombente che in pochi mesi ha polverizzato il potere d’acquisto dei salari e oggi mette in discussione i pochi diritti presenti nel mondo del lavoro e la possibilità di studiare e di curarsi. In queste ultime settimane, infatti, si sono succeduti scioperi e proteste e per fine mese è previsto un grande sciopero generale del pubblico impiego. 

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