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Sotto la tregua la guerra continua. Israele in un vicolo cieco

La tregua è giunta, ma la guerra di fondo, la guerra che Israele conduce contro la “Striscia” – quel fazzoletto di terra lasciato ai palestinesi – continua. Ed è quella non la “vera” guerra, ma certo la guerra più insidiosa, perché nascosta, che non suscita l’orrore provocato, giustamente, dalle terribili immagini dei morti sotto le bombe scagliate dagli aerei con la “stella di Davide”.
Si tratta di due offensive parallele, una carsica, incessante, che opprime un popolo, e lentamente lo porta alla morte, e alla disperazione, offensiva che è la estrinsecazione e la moltiplicazione della più generale oppressione degli  israeliani ai danni dei palestinesi; e l’altra, che emerge periodicamente, quando il governo di Tel Aviv – non importa quale coalizione sia al potere, e chi sia il suo capo – decide di dare una lezione. E affianca all’arma dell’embargo – embargo quasi totale – l’azione militare, condotta con strumenti di morte spesso vietati dalle convenzioni e dai trattati internazionali. Ma, si sa, Israele – “la sola democrazia del Medio Oriente” – non aderisce a certi trattati o convenzioni, o tribunali internazionali, così come sappiamo che lo Stato nato a spese dei palestinesi, continua a non applicare le ormai innumerevoli risoluzioni votate dall’Assemblea generale dell’Onu (non dal Consiglio di Sicurezza, perché in quella sede funziona lo scudo degli Usa, che regolarmente pongono il veto ad ogni tentativo di condanna, anche solo morale, nei confronti di Israele).
Quest’ultimo emergere di quella che eufemisticamente si chiama “opzione militare” oltre a produrre circa 130 morti fra i residenti a Gaza, oltre a distruggere infrastrutture (compreso l’edificio della stampa, ferendo gravemente anche operatori europei: ma chi chiederà conto agli israeliani di questi crimini?), a cosa è valso? A far crescere, in seno ad Hamas la forza delle Brigate Qassam (ossia gli “estremisti islamici”); ha poi accresciuto l’odio di chi subisce da troppo tempo una oppressione ingiusta e crudele. Ha provocato un’ondata internazionale di critiche verso un popolo che si è fatto Stato, con la violenza, grazie alla complicità o all’acquiescenza delle Grandi potenze (dalla Gran Bretagna, prima responsabile di tanti disastri, alla stessa Unione Sovietica).   
Non sappiamo quali sviluppi potranno esserci, ma ogni azione di guerra israeliana, vittoriosa o meno, genera effetti negativi, e quello Stato è costretto a rinchiudersi sempre di più in se stesso, ad aumentare la spesa militare, a chiedere maggiore sostegno al padrino americano, in una situazione che è evidente non potrà durare all’infinito. Colpisce l’immobilismo politico dei governanti di Tel Aviv, e dell’Amministrazione Usa (anche in questo caso sembra che non ci siano grandi differenze nelle politiche messe in atto dai diversi inquilini della Casa Bianca, anche quando i loro orientamenti divergano sensibilmente, come nel caso di Obama rispetto a Bush o allo sfidante sconfitto Romney). V’è da chiedersi: davvero gli uni e gli altri pensano che Israele potrà vivere in stato di guerra perenne con tutta la Regione? E davvero gli uni e gli altri sono convinti che corrompendo o fomentando moti di piazza (anche quando essi siano nati spontaneamente, dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia fino alla Siria), o sostenendo i rivoltosi, possano riuscire a porre al  loro fianco altri Paesi arabi? Certo, il presidente egiziano Morsi può vantare, o quanto meno aspirare ad essere il nuovo Sadat, ma per ora il solo effetto che ha cercato di cogliere in patria è l’azione violenta messa in atto contro la magistratura, per asservirla al potere politico. Ossia porla sotto il proprio controllo.
La mediazione per la tregua è stata dunque, si direbbe, la carta utile per fare un passo ulteriore verso un regime autoritario, che, come altrove, dopo la caduta dei dittatori, a seguito delle cosiddette “rivoluzioni del Mediterraneo”, si sta realizzando, in una situazione generale di guerra di tutti contro tutti, a carattere religioso, etnico, territoriale, socioeconomico, politico.
Vista dall’Italia questa ennesima puntata del lento genocidio del popolo di Palestina presenta aspetti che ancora una volta mostrano una totale sudditanza della nostra “politica estera” (ma l’Italia ha una politica estera? Non si direbbe) agli Usa e a Israele. Il titolare della Farnesina, colui che non è ancora riuscito a ricondurre in patria i due marò italiani prigionieri in India, ridestatosi da un sonno che dura da un anno, ha tuonato contro il vile attentato contro un autobus a Tel Aviv (attentato che non ha fatto morti, a quanto pare), seguito a ruota dal presidente della Repubblica, che forse avrebbe potuto quanto meno tacere. Erano già caduti sotto bombe e missili più di cento palestinesi, molti dei quali bambini di età compresa fra uno e otto anni. Possibile che quelle morti non facciano scandalo? E ne faccia invece un gesto di terrore, certo, ma che non è che una risposta all’azione terroristica israeliana?
Ha colpito ancora una volta il silenzio del centrosinistra,  il balbettio di qualche sparuta forza di opposizione di sinistra, che pur con scarse possibilità di farsi sentire o vedere, è almeno stata presente in manifestazioni spesso spontanee convocate in varie città. E alle quali il sistema di disinformazione ha dato spazio soltanto quando si sono sentite parole contro “gli ebrei”; per confermare il teorema di partenza: ecco, sono tutti antisemiti!
Mi ha colpito, in generale, personalmente, leggendo e ascoltando interventi di commentatori più o meno professionali, il loro sforzarsi di essere “equanimi”, come se tra vittime e carnefici,  tra oppressi e oppressori, tra resistenti e invasori, si possano distribuire equamente torti e ragioni. Sicché, Piergiorgio Odifreddi, che ha messo sotto accusa gli israeliani – non certo gli ebrei – è stato addirittura oscurato sul sito de “la Repubblica”,  per fortuna accolto su quello di “MicroMega”. Il  mainstream di una ormai insopportabile political correctnes  per cui in nome della Shoah bisogna tener conto comunque di quelle che vengono chiamate infallibilmente “le ragioni di Israele”, trionfa. Come Israele, biblicamente, “trionfa dei suoi nemici”.
Ma non è più quel tempo  mitico: oggi la politica delle sue classi dirigenti ha chiuso Israele in un vicolo cieco, dal quale – a meno di una rivoluzione interna, improbabilissima – le sarà impossibile uscire. Il che vuole dire che la “soluzione” dei “due popoli per due Stati”, a cui peraltro gli israeliani, e non solo i governanti, ma la stragrande maggioranza dei loro elettori, non sembrano aver mai creduto, è finita.
E allora? Forse, a questo punto, se non cambia tutto,  bisognerà smettere di proclamarla, e fingere di aspettare che essa arrivi (cadendo dal cielo, come la biblica manna), e cambiare la prospettiva, chiedendo una Palestina libera, unita, multietnica, che conservi quello straordinario carattere di crogiuolo di lingue, fedi e culture: altro che uno “Stato etnicamente puro”, come pretendono gli israeliani di essere riconosciuti. Mettere sul tavolo questa proposta è utopia? Le utopie sanno attendere.

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