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Hamas è ormai un interlocutore e Tel Aviv non può più fare come gli pare. Ma a quando il prossimo attacco?

Tra le macerie sparse, la gente di Gaza ripete la sua passerella. Fa il conto di ciò che resta e che non c’è più e si arrampica con lo sguardo su ciò che sarà l’indomani. Prima di abbracciarti ti esplora da cima a fondo per capire se sei intero. C’è uno sfondo segreto, inesauribile in noi, dove il dolore silente si annida in agguato, traspare nelle movenze e negli occhi, ma sfugge ai contabili del danno e delle conquiste. Un fardello intimo, piccolo o grande quanto la tua consapevolezza che sarà tuo compagno.
In Israele, tutti i protagonisti in attesa dei sondaggi di opinione gridano vittoria, ma i sondaggi danno la coalizione di Netanyahu con il partito russo di Avigdor Livny in calo di 4 punti, il nuovo partito di Barak, Ministro della Difesa, sopra la soglia del 5% con quattro seggi, aumento cospicuo per i partiti ultrareligiosi. Invariati sono i risultati del partito della minoranza palestinese con 10 seggi. Dunque siamo di nuovo in attesa della prossima guerra in condizioni meno favorevoli per Israele rispetto a qualche giorno fa.
Nel campo palestinese le cose sono andate diversamente per il momento. Hamas ha avuto una impennata di popolarità e non solo in Palestina ma in tutta la regione. Di fatto, diventa un interlocutore per le potenze regionali con il quale Israele e l’amministrazione americana hanno trattato indirettamente, gode del sostegno formale dell’Egitto, garante per tutti in tutta l’operazione del cessate il fuoco con inaspettato recupero, per efficacia e dinamismo,  del suo antico prestigio e credibilità e quello personale del Presidente Morsi sulla scena regionale e internazionale.
Hamas ha ottenuto anche il sostegno e la sponsorizzazione formale della Turchia e del Qatar, interlocutori dell’Occidente, che hanno un peso determinante nel campo cosiddetto moderato. Il movimento islamico palestinese ha sigillato oggi la sua patente come avanguardia dello sconfinato  campo dell’Islam moderato, resistendo alla arroganza israeliana nella guerra degli otto giorni in condizioni impossibili. Tra i punti dell’accordo, hanno messo in evidenza quelli che possono essere interpretati come la fine dell’embargo e dell’assedio di Gaza (o almeno come lo abbiamo conosciuto fino oggi) in cambio del cessate il fuoco.
Un risultato che Israele, con la sua ideologia di non ammettere i diritti dei palestinesi in quanto popolo, storia e nazione, non potrà tollerare a lungo. Nessuno nel passato ha potuto impedire ad Hamas di rafforzare le sue capacità di deterrenza, compreso Israele ai tempi del regime complice di Mubarak in Egitto, quindi impensabile che lo possa fare oggi. Dunque siamo ancora in attesa della prossima guerra in condizioni infinitamente svantaggiate per Israele sul piano militare, perché le vie del contrabbando delle armi sono infinite, e la precedente esperienza di Gaza lo dimostra. Secondo, perché Gaza ha ormai il know-how per fabbricarsi le armi che servono in sito.
Sul piano politico, il quadro di riferimento in Medio Oriente dopo la primavera araba è cambiato radicalmente. E’ finito il tempo in cui Israele era libero di fare ciò che vuole, lo sa Obama, che ha dovuto fare interrompere al Segretario di Stato Clinton la visita ufficiale al vertice asiatico per recarsi in zona e scongiurare un attacco di terra; lo hanno capito tutte le cancellerie occidentali - ad eccezione del Ministro Terzi - che si sono affrettate a mettere in guardia Israele dal farlo, e parlano già della necessità di riprendere le trattative per una soluzione durevole del conflitto prima che si estenda, e dare una risposta certa, nei tempi e nella qualità, alla improrogabile necessità di soddisfare la sacrosanta rivendicazione dei palestinesi di un loro stato entro i confini della guerra del '67. La richiesta di Abu Mazen (che ha finalmente assicurato anche il sostegno di Hamas) del riconoscimento dell’Onu  dello stato palestinese entro i confini del '67 come stato membro  all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove le solite potenze non hanno il diritto di veto, rappresenta l’occasione per ridare finalmente alla politica ed al diritto internazionale la dignità perduta e per stabilire l’obbiettivo che le trattative serie devono garantire, e non ripetere l’osceno spettacolo delle trattative a vuoto dell’accordo di Oslo, firmato dai diretti protagonisti nel giardino della Casa Bianca, insieme alla firma di tutte le potenze internazionali che contano, ma che non fu osservato da nessuno, ad  eccezione dell’Autorità Nazionale Palestinese.
In Medio Oriente sono state scatenate cinque grandi guerre con effetti catastrofici, due delle quali contro Gaza e contro il popolo palestinese, che hanno prodotto incalcolabili danni e sofferenze e non hanno prodotto nessun vantaggio per nessuno. Hanno allungato la lista delle vittime e quella dei crimini di guerra, che sono impressi nella nostra memoria e, presto o tardi, i loro responsabili verranno denunciati e non solo davanti alla storia. Malgrado tutto il dolore, il cammino dei popoli verso la libertà non è stato interrotto. Sosteniamo l’impegno dei palestinesi per un voto favorevole della Assemblea generale alla creazione del loro stato come uscita onorevole per tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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