Martedì 15 Ottobre 2019 - Ultimo aggiornamento 16:48
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Disagio della femminilità
La comprensione del femminicidio è difficile perché esso rappresenta l'estrinsecazione di una distruttività sotterranea fatta di correnti di rifiuto della donna cosi finemente intrecciate con i conflitti sociali da rendere difficile una loro messa a fuoco. La donna è attaccata (in modo inconsapevole o deliberato) per motivi diversi ma convergenti: come soggetto sociale tradizionalmente debole la cui emancipazione crescente stravolge gli equilibri del potere politico, economico e religioso; come fattore di destabilizzazione delle norme che sorreggono gli scambi sociali e le forme di comunicazione; come oggetto di sfruttamento (non sempre evidente) che ha tradito gli interessi dei suoi sfruttatori (non sempre in «cattiva fede»); come oggetto del desiderio che resiste a ogni tentativo di produzione rassicurante, preconfezionata della soddisfazione, rendendone manifesto il fallimento. La fonte dell'aggressività non è il maschio in sé (che pure ne è lo strumento) ma un'organizzazione della società che si oppone alla piena costituzione della donna come soggetto desiderante, perché comporterebbe la costituzione paritaria, sul piano del desiderio, di tutti i rapporti sociali. La mortificazione della donna dà la misura dell'alienazione sociale del desiderio perché comporta inesorabilmente anche la mortificazione del desiderio dell'uomo. Il godimento pieno di una relazione erotica richiede che ciascuno dei due amanti sia tutto coinvolto nel godimento (in profondità, senza riserva) ma, al tempo stesso, che non sia tutto dell'altro, non sia ridotto a puro possesso; altrimenti l'incontro resta in superficie e il godimento diventa maligno, degenera in eccitazione autoerotica di carattere sadomasochistico (che desoggettivizza entrambi). Il godimento dipende dall'equilibrio tra la passione del desiderio e il senso di responsabilità (il rispetto e la protezione della libertà dell'amante). Questo equilibrio non è una cosa semplice né stabile sia perché la passione del soggetto tende a andare oltre il senso di responsabilità (per esprimere tutta la sua intensità) sia perché il soggetto deve concedersi alla passione dell' oggetto desiderato per goderlo fin in fondo e può finire con l'averne paura e odiarlo. Il buon funzionamento dell' elemento femminile della personalità (la capacità cioè di lasciarsi andare compiutamente nell'incontro con l'altro), nella donna come nell'uomo, rappresenta la garanzia del raggiungimento di una reciprocità che consente alla passione dell'uno di diventare la condizione della passione dell'altro e viceversa. La femminilità è la condizione necessaria di una passione responsabile e quindi di un godimento reale ma anche luogo per eccellenza della nostra vulnerabilità perché ci espone alla possibilità di un abuso da parte dell'altro. Più i rapporti sociali diventano luoghi di scambio ineguale e di potere più la femminilità interna è percepita come pericolosa e diventa oggetto di sfiducia e di rigetto. Il femminicidio ha poco a che fare con la passione disperata, l'amore folle che diventa odio. È più vicino alla psicosi: l'uomo uccisore distrugge la parte femminile di sé. Sradica la capacità di accogliere le ragioni della donna desiderata dentro di sé e perde la possibilità di riconoscerle il diritto di autodeterminazione, che non gli risparmierebbe il rifiuto ma gli consentirebbe di salvarsi come soggetto desiderante.
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