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FINESTRA INTERNAZIONALE. La Catalogna tra indipendenza e crisi

Le recenti elezioni catalane hanno partorito un parlamento con una forte maggioranza favorevole ad una consultazione referendaria sull’indipendenza. È sicuro che nella nuova legislatura questa maggioranza produrrà gli atti per procedere sulla strada dell’indipendenza, o riuscendo ad imporre al governo centrale di Madrid che accetti la celebrazione di un referendum o percorrendo la strada impervia di atti unilaterali e quindi dello scontro istituzionale. Su questo punto le previsioni della vigilia, che per questo avevano suscitato un grande interesse internazionale, sono state rispettate. Ma, sebbene la campagna elettorale sia stata dominata dal tema dell’indipendenza, le elezioni hanno anche detto cose molto chiare circa le politiche neoliberiste e la grave crisi economica e sociale. È nell’intreccio fra indipendenza e crisi che si può trovare la chiave per interpretare seriamente il risultato delle elezioni. Diversamente i conti non tornano, da nessun punto di vista.

Vale la pena di offrire alcune informazioni sul sistema politico catalano. Anche perché purtroppo spesso la stampa italiana tende a presentare tutto attraverso le lenti deformate della dialettica centrodestra e centrosinistra del sistema maggioritario.
In Catalogna si elegge un parlamento di 135 membri con un sistema proporzionale su base provinciale. Senza resti regionali. Le liste sono bloccate. I partiti indicano politicamente nel capolista l’eventuale candidato alla Presidenza, ma senza che questa indicazione abbia alcun valore istituzionale. Non sono previste coalizioni fra più liste. Il governo si forma in parlamento solo dopo le elezioni.
I partiti catalani sono completamente diversi da quelli spagnoli. Tranne che per il Partido Popular, che del resto è l’unico partito centralista, si tratta di formazioni puramente catalane o di partiti indipendenti e federati a partiti spagnoli. Vediamoli nel dettaglio.
Vi sono tre liste apertamente indipendentiste:
Convergencia i Uniò (CiU). La destra catalana è formata da due partiti che da sempre si presentano insieme in un’unica lista ma che restano distinti: Convergencia Democratica de Catalunya e Uniò Democratica de Catalunya. Il primo laico e liberale e il secondo cattolico e conservatore. Entrambi antifranchisti. Fino a due anni fa CiU era autonomista, oggi è indipendentista.
Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) è il partito storico dell’indipendentismo catalano, ideologicamente progressista. Esprimeva il Presidente della Catalogna nella seconda repubblica spagnola, LLuis Companys (fucilato dai franchisti nel 1940).
Candidatura de Unitat Popular (CUP). Nuova formazione indipendentista di estrema sinistra. Dichiaratamente anticapitalista e movimentista.
Una sola lista favorevole al referendum di autodeterminazione ma non direttamente indipendentista:
Iniciativa per Catalunya Verds – Esquerra Unida i Alternativa (ICV-EUiA). ICV è un partito postcomunista, uscito dal rapporto federativo con Izquierda Unida alla fine degli anni 90, è membro della federazione dei Verdi e si dichiara eco-socialista. EUiA, che comprende due partiti comunisti, il PSUC, federato con il PCE, e il PCC oltre ad altre forze minori, è dalla rottura di ICV la formazione federata con Izquierda Unida. Nel 1999 si presentarono divisi ottenendo rispettivamente il 2,5 % e l’1,5 %. Da allora si presentano insieme sia alle elezioni politiche spagnole sia a quelle catalane.
Una lista non contraria all’autodeterminazione in linea di principio ma favorevole ad una riforma federalista dello stato spagnolo:
Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC). È un partito autonomo e federato con il PSOE spagnolo.
Due liste contrarie all’autodeterminazione:
Partit Popular de Catalunya (PP). È la destra conservatrice, reazionaria e centralista.
Ciutadans – Partit de la Ciutadania (C’s). E’ una lista civica che dichiara di essere di centrosinistra. Ha una ideologia molto ambigua, di stampo liberale e totalmente individualistica. Fortemente critica con il sistema dei partiti è contraria a qualsiasi rappresentazione sociale su base nazionale, etnica, di classe. Per questo assolutamente contraria all’autodeterminazione.
I risultati elettorali del 25 novembre, dal punto di vista della questione indipendentista, hanno prodotto, come dicevamo, una grande maggioranza favorevole all’autodeterminazione. CiU, ERC, CUP, ICV-EUiA, hanno insieme 87 seggi su 135. I nettamente contrari, PP e C’s, hanno 28 seggi. In mezzo i socialisti, che comunque con i loro 20 seggi non sarebbero determinanti in nessun senso.
Effettivamente si tratta di una novità rilevantissima. Sia perché precedentemente la forza di maggioranza relativa, per quanto fosse nazionalista mai aveva sposato apertamente l’indipendentismo, sia perché gli elettori hanno risposto determinando un notevole incremento dei votanti (+ 11%) stabilendo il record di partecipazione assoluto del 70%.
È interessante, però, notare come nei due campi avversi relativamente al tema dell’indipendenza, i voti si siano distribuiti secondo una logica più attinente alle questioni della crisi.
Infatti, se i contrari all’autodeterminazione si avvalgono certamente di un incremento di elettori immigrati dal sud della Spagna generalmente astensionisti nelle elezioni catalane, è evidente che il PP non riesce a sfondare a causa dell’impopolarità delle politiche liberiste del governo spagnolo, passando dal 12,4 al 13 % e da 18 a 19 seggi. E a capitalizzare il voto anti indipendentista è la lista di C’s che passa dal 3,4 al 7,6 % e da 3 a 9 seggi. Non a caso, giacché C’s in campagna elettorale ha coniugato l’anti indipendentismo ad una dura opposizione ai tagli di spesa allo stato sociale.
Analogamente CiU che aveva chiesto, e per questo convocato elezioni anticipate, una maggioranza eccezionale per l’indipendenza, dopo aver governato a suon di tagli in collaborazione con il PP, ha perso molti voti passando dal 38,4 al 30,7 % e da 62 a 50 seggi. E il voto favorevole all’autodeterminazione ma contrario ai tagli e alle politiche neoliberiste si è riversato sulle liste di ERC, che passa dal 7 al 13,7% e da 10 a 21 seggi, di ICV-EUiA che passa dal 7,4 al 10% e da 10 a 13 seggi, e sulla nuova lista CUP che prende il 3,5% e 3 seggi.
Il PSC è riuscito a perdere voti sia per la questione dell’indipendenza sia per essere identificato come responsabile del disastro sociale. A nulla è servito proporre il federalismo senza autodeterminazione e la recente e parolaia opposizione ai tagli del governo del PP in Spagna e di CiU in Catalogna. È passato dal 18,4 al 14,4% e da 28 a 20 seggi. Una vera debacle per un partito di opposizione che nel '99 aveva il 38%, e nel periodo del proprio governo è sceso dal 31,1% fino al 18,4%.
Ora CiU dovrà in teoria scegliere se tentare di formare un governo con ERC, negoziando una qualche riduzione dei tagli alla spesa sociale e accelerando sull’indipendenza, o con il PSC, frenando sull’indipendenza. Una riedizione in extremis della collaborazione col PP è da escludersi per ovvi motivi. L’alternativa fra ERC e PSC è comunque solo teorica, perché ormai la questione dell’indipendenza, che sta in capo al parlamento più che al governo, visto che qualsiasi governo sarà più debole del precedente, è ineludibile.

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