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FINESTRA INTERNAZIONALE. Palestina, un bel giorno

A pochi giorni dalla fine dell’ennesimo e barbaro attacco israeliano a Gaza, la questione palestinese torna al centro dell’agenda politica mondiale. Anche il nostro paese, così provinciale e spesso distratto sulla politica internazionale, ha per una volta dovuto chiedere alla politica un pensiero sul passaggio che si è consumato all’Onu. Il governo italiano alla fine, dopo molto tentennare e dopo aver taciuto su Gaza, se la cava evitando la vergogna di un’astensione, votando a favore, pur con una dichiarazione di sostegno che asseconda tutte le condizioni poste da Israele. Meglio così, anche se l’Italia ha fino alla fine lavorato per una posizione comune dell’UE di astensione, e solo dopo essersi vista isolata, ha poi scelto di seguire quello che aveva deciso la maggioranza dei paesi europei, con l’eccezione di Gran Bretagna e Germania.

Con il voto dell’assemblea delle Nazioni Unite, la Palestina viene riconosciuta come stato osservatore non membro. La stessa condizione di cui gode il Vaticano. Sia chiaro. Anche se non è nato lo stato palestinese, si tratta comunque di un passaggio importante, per certi versi storico. Anche se non cambia i rapporti di forza militari e la condizione di occupazione ed apartheid che affligge il popolo palestinese, questa votazione è un indubbio successo politico. Parziale, poiché l’obiettivo rimane quello della nascita di uno stato reale, della fine dell’occupazione israeliana, ma comunque molto significativo. E’ un colpo ad Israele, agli Stati Uniti e alla loro arroganza: si sono trovati isolati davanti a tutto il mondo a difendere l’indifendibile.
Sul piano simbolico e politico è una sconfitta per Israele e per i falchi del Likud, per Liberman e Netanyahu, che avevano cercato in tutti i modi di evitare questo voto. Oggi tendono a minimizzarne la portata, a ridurne gli effetti, ma nei mesi passati hanno in tutti i modi cercato, insieme al loro alleato totale, gli Usa, di comprometterne l’esito. Nel farlo, Netanyahu ha ancora una volta svelato il suo profondo sentimento anti palestinese, contrario a qualsiasi concessione, di avversario feroce del processo di pace, qual è stato per tutta la sua vita politica. Nel suo discorso pubblico, riferendosi alla Cisgiordania e ai territori occupati palestinesi, Bibi ha non a caso di nuovo utilizzato i termini biblici, Giudea e Samaria. Significa che quella terra secondo Netanyahu spetta a loro per volontà divina, e che, presa metro dopo metro attraverso le colonie e il muro, Netanyhau non la vuole lasciare. Né vuole dividere Gerusalemme, annessa unilateralmente dopo il '67.
Questo passaggio alle Nazioni Unite rappresenta una riaffermazione delle risoluzioni che prevedono la nascita di uno stato palestinese nei confini del '67 e con Gerusalemme est come capitale. Ovvero ciò che il sionismo non vuole accettare, la terra in cambio della pace. Una soluzione compromessa dall’annessione di terra da parte israeliana, ma che, se ribadita, è un possibile ostacolo al disegno di pulizia etnica e di conquista di terra attraverso i fatti compiuti unilaterali portati avanti dal disegno sionista. Un piccolo granello di sabbia nell'ingranaggio, che in futuro potrebbe creare diversi problemi a chi, come i governanti israeliani, è passibile di essere accusato di crimini di guerra e contro l’umanità.
Sì, infatti, con questo passaggio la Palestina può aderire al Tribunale penale internazionale e chiedere che i governanti israeliani siano processati per gli innumerevoli crimini di guerra e le continuative e impunite violazioni del diritto internazionale commesse. E’ questo che spaventa più di altro i vertici politici e militari israeliani. Non a caso il governo italiano, nel comunicato con cui afferma di votare a favore della Palestina scrive: «...Nel dare sostegno alla Risoluzione, l’Italia, in coordinamento con altri partner europei, ha in parallelo chiesto al Presidente Abbas di accettare il riavvio immediato dei negoziati di pace senza precondizioni e di astenersi dall’utilizzare l’odierno voto dell’Assemblea Generale per ottenere l’accesso ad altre Agenzie Specializzate delle Nazioni Unite, per adire la Corte Penale Internazionale o per farne un uso retroattivo. A Netanyahu il Presidente, nel ribadire che questa decisione non implica nessun allontanamento dalla forte e tradizionale amicizia nei confronti di Israele, ha garantito il fermo impegno italiano ad evitare qualsiasi strumentalizzazione che possa portare indebitamente Israele, che ha diritto a garantire la propria sicurezza, di fronte alla Corte Penale Internazionale». A dimostrazione e per ricordare che il Governo Monti, pur fortunatamente votando nel modo giusto, sempre filo israeliano rimane.
Abu Mazen e l’Olp hanno avuto il merito di aver resistito alle mille pressioni e minacce di questi mesi. Minacce di tagli dei fondi, da cui dipende l’Anp, ma anche di messa in discussione delle loro stessa sopravvivenza, come confermato dalla pubblicazione di un documento del ministero degli esteri israeliano che presagiva la necessità, in caso di voto favorevole dell’Onu, di far cadere il regime di Abu Mazen. E c’è da temere che nei prossimi mesi possa arrivare la rappresaglia israeliana a questo smacco.
E’ frutto del coraggio che nasce anche dalla constatazione dell’esaurirsi progressivo degli spazi per una soluzione politico negoziale, del fallimento del processo di pace, vista la continuazione della pulizia etnica e della colonizzazione da parte israeliana, dell’inasprirsi dell’apartheid.
Ora i palestinesi hanno una possibilità nelle loro mani. La maggioranza delle nazioni e dei popoli del mondo hanno la responsabilità di non continuare a girarsi dall’altra parte.
Prima di lanciare una nuova guerra di aggressione, di bombardare un popolo senza difesa, di costruire una nuova colonia, di cacciare i palestinesi dalle loro case, espellerli da Gerusalemme, i governanti israeliani non avranno più l’assoluta certezza dell’impunità, come accaduto fino ad ora. La corte penale internazionale non è certo un organismo che ha dato prova di imparzialità in questi anni. Anzi, è stato spesso uno strumento ad uso e discrezione delle potenze occidentali. Ma, ironia della sorte, oggi potrebbe essere usato in altro modo.
E’ giusto quindi festeggiare, ma senza farsi illusioni. Occorre continuare nella solidarietà alla causa palestinese. Nel sostegno alle campagne di pressione nei confronti di Israele come quella di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, di solidarietà con la resistenza popolare contro il muro e i coloni. Non bisogna pensare che si sia risolto tutto con una pur importante risoluzione. Lo stato palestinese e il diritto all’autodeterminazione sono ancora tutti da conquistare. Ma ieri, per i palestinesi in primis e per chi, come noi, lotta per la giustizia e la pace, è stata comunque una gran bella giornata.

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