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FINESTRA INTERNAZIONALE. Chi di budget ferisce...

Mentre in Italia si discuteva di primarie, a Bruxelles la scorsa settimana i capi di stato si sono arenati nelle trattative sul budget dell'Ue. Numeri, bilanci, voci, dalle quali dipendono gli (scarsi) investimenti per la crescita nei prossimi anni (dal 2014 al 2020), nonché le quote con le quali ciascun paese membro concorre alle spese complessive.
Si partiva già da una “misera" base, vale a dire la proposta elaborata a luglio dalla Commissione di fissare l'impegno finanziario dell'Ue per il periodo 2014-20 a quota 1033 miliardi di euro. Appena l'1,08 per cento dell'intero Pil della Ue. Già così, un bilancio inconsistente, senza margini per investimenti e politiche anticicliche. Tant'è che in questa bozza della Commissione ci si manteneva pressoché agli stessi livelli del bilancio degli anni precedenti che ammontava a mille miliardi - solo che nel periodo 2007-2013 la crisi era solo agli inizi, mentre dal 2014 sarà al suo apice. L'intento della Commissione, abbastanza chiaro, era di non “turbare“ con maggiori richieste i principali contribuenti della Ue, Germania in testa. Se si aggiungono gli spiccioli per altre spese - per esempio, quelle previste per l'agricoltura - la proposta arrivava in totale a 1047 miliardi di euro, l'1,09 per cento del Pil della Ue. La voce principale era quella dell'agricoltura, seguita da interventi strutturali che - nelle intenzioni - sarebbero dovuti salire rispetto al passato per stimolare la crescita. 
La proposta, però, è naufragata nella riunione straordinaria del Consiglio europeo la scorsa settimana a Bruxelles. Sul tavolo delle trattative hanno preso forma tre fronti. Il primo è quello composto dai grandi contribuenti, la Germania della Merkel, seguita da Gran Bretagna, Olanda, Francia e Austria, accomunate tra loro dalla volontà di diminuire il già magro budget abbozzato dalla Commissione. I tedeschi si sono messi di traverso e hanno avanzato la richiesta di abbassare il bilancio drasticamente, a 960 miliardi di euro, giust'appunto l'un per cento del Pil. Al primo fronte se ne è contrapposto un altro, formato dai paesi che più dipendono dai finanziamenti strutturali erogati dall'Ue. Neanche a dirlo, si tratta dei paesi più colpiti dalla crisi dei debiti pubblici, gli stessi che andranno incontro ai tagli previsti dal fiscal compact. Grecia, Portogallo e Spagna guidano in testa il gruppo di Stati che si oppongono all'ipotesi di chiudere i rubinetti degli aiuti strutturali. Spagna, Grecia e Ungheria, per fare un esempio, vedrebbero ridursi i fondi di oltre un terzo. C'è infine un gruppo di paesi interessati più che altro alla ripartizione del budget e che non vogliono toccare la voce nel bilancio destinata al sostegno dell'agricoltura. Tra questi spiccano l'Italia, l'Irlanda, la Francia e la Spagna.
E' andata a finire che il presidente del Consiglio della Ue, Herman Van Rampuy, ha ceduto nei confronti della Germania e proposto, a sua volta, di ridurre il budget in origine stabilito dalla Commissione di sessanta miliardi, portandolo a quota 973. Guarda caso, molto vicino al limite di 960 miliardi reclamato dalla Germania. Le voci più colpite, quelle degli aiuti strutturali (meno nove per cento) e dei fondi per l'agricoltura (meno otto). Peggio avrebbero voluto fare solo i britannici di David Cameron. Ma sul tappeto rimangono ancora divergenze, nello specifico sulle quote che ciascun paese membro deve versare nelle casse dell'Ue. La Commissione voleva abolire gli sconti di cui godono soprattutto la Gran Bretagna e, in misura minore, Germania, Olanda, Svezia e Austria. Invece l'intenzione di Van Rompuy è di mantenerli. Ma a questo punto si sono scatenate le rivendicazioni di Danimarca e Austria, che chiedono di poter usufruire anche loro di analoghi sconti. Qui si sono arenate le trattative. Si riprenderà agli inizi del prossimo anno. Ma è chiaro che quando si tratta di spendere per la crescita questa Europa proprio non ce la fa.

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