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Queste primarie-spettacolo che impoveriscono la discussione pubblica

È difficile che nella vita politica reale le cose siano sempre nette e univoche. Non lo sono nel mondo delle idee, figurarsi in quello della pratica. Alcune cose lo sono. Altre non lo sono. Tra le tante ambiguità di sicuro spiccano le primarie. In linea generale, chi sia affezionato all’idea che i partiti sono libere associazioni tra cittadini riterrà le primarie una mistificazione e una manipolazione vergognosa. Il partito come associazione tra cittadini è finalizzato non a promuovere la leadership di un individuo, ma si costituisce piuttosto attorno a un progetto collettivo. In un partito democratico si discute, si litiga, ci si divide su progetti politici alternativi, si elaborano linee programmatiche condivise e quindi, in funzione di queste ultime, si sceglie chi lo guiderà: possibilmente una leadership collegiale, il cui compito non è esaudire le ambizioni di un singolo individuo, o di un gruppo ristretto, bensì attuare il programma, costantemente confrontandosi con la base del partito. In un partito ben educato, gli iscritti svolgono del resto una fondamentale funzione di sostegno ai disegni che il partito stesso ha concertato di promuovere. Non si attivano solo in campagna elettorale, ma formano un’organizzazione permanente, pronta ad affermare con l’azione collettiva dei suoi membri gli orientamenti politici maturati al suo interno.
Va da sé che questo è un modello ideale. Guardando al passato: alcuni partiti non lo hanno applicato per nulla. Altri lo applicavano in maniera assai distorta: qualcuno certamente ricorda le desolanti diatribe correntizie della Dc e del Psi. Ma c’erano pure partiti che si approssimavano al modello. Comunque sia, da parecchi decenni la storia dei partiti è storia di allontanamento da esso. Se l’abbandono dei militanti e degli iscritti sia la ragione di tale allontanamento, o se è la revoca del modello che ha sollecitato la fuoriuscita di militanti e iscritti, è molto difficile da capire. In ogni caso i partiti hanno progressivamente assunto una conformazione assai diversa. Hanno cessato di essere – e di voler essere – associazioni tra cittadini e si sono riconvertiti in macchine elettorali. Contano poco programmi, conta viceversa la figura del leader. La posta dell’azione del partito non è la sua presenza nella vita collettiva, ma unicamente la vittoria elettorale. E ciò ha provocato degli effetti democraticamente disastrosi. Il decadimento dei partiti-associazione ne ha fatto delle congreghe chiuse verso l’esterno, preoccupate essenzialmente di riprodursi e di conquistare posizioni di potere.
Si potrebbe tornare al passato? Il passato è difficile ripeterlo e le ripetizioni sono spesso brutte caricature del passato. Ma nell’esperienza italiana tra i partiti è stata una corsa ad archiviare il passato e inventare un presente che ne è la negazione. Di tale negazione sono coronamento le cosiddette primarie. Che sono l’esaltazione del personalismo in politica. Non che le facce non rappresentino programmi. Sappiamo tutti benissimo che la contesa tra Bersani, Puppato, Renzi, Tabacci e Vendola non verteva solo sulle facce. In gioco erano – e sono – idee ben diverse della politica, della democrazia, nonché del futuro della società italiana. Ma le primarie tuttavia costituiscono un rito plebiscitario, in cui la discussione si contrae in spettacolare scambio di battute, e dove spettatori sono i cittadini, chiamati alla fine a esprimere nient’altro che un giudizio di gradimento. Che questa sia partecipazione democratica possiamo risolutamente negarlo. Checché racconti chi le ha inventate, le primarie non sono una grande consultazione popolare. Figlie della società dello spettacolo, sono un surrogato assai dannoso della partecipazione, oltre che un modo in cui le dirigenze politiche risolvono le loro vertenze interne, misurano il loro seguito personale e tengono desta l’attenzione del pubblico, in attesa della competizione elettorale. Nella versione europea non siamo ancora alle degenerazioni americane, dove a decidere delle primarie sono per prima cosa le disponibilità finanziarie dei candidati. Ma è presumibile che ci arriveremo molto presto.
Una democrazia responsabile dovrebbe dunque al più presto liberarsi delle primarie, adottando forme di partecipazione più appropriate e anche più rispettose verso i cittadini. Ma le alternative nessuno – proprio nessuno – sembra incline a predisporre. I partiti, anche quelli non rappresentati in parlamento, sono tutti sovrappopolati di carrieristi, che di rispetto verso i cittadini ne hanno poco. Pertanto, siamo messi molto male e le primarie ce le teniamo. Ciò malgrado, dato che il mondo reale è complicato, c’è qualche aspetto persino virtuoso delle primarie che merita di essere sottolineato.
Un primo aspetto è che le primarie possono produrre effetti inattesi e talora anche innovativi. È successo in tanti posti: in Puglia, tempo fa, e ultimamente a Cagliari, a Genova, a Milano. A Milano in particolare, dopo che il centrosinistra aveva scelto per quasi vent’anni i suoi candidati sindaco tra le nomenclature più stantie, le primarie hanno alfine prodotto un candidato sindaco credibile, che ha pure vinto le elezioni.
Un secondo aspetto virtuoso da non sottovalutare: alla faccia dell’antipolitica, le primarie di solito sono un successo. Lo sono state anche quelle del 25 novembre scorso. I cittadini di centrosinistra hanno dato prova di essere ancora molto interessati alla politica. Non sappiamo quale sia nei dettagli la composizione del popolo delle primarie. A naso, i giovani scarseggiano. Ma l’elettorato di centrosinistra è disponibile ad essere coinvolto e ogni qual volta lo si coinvolge, anche in una maniera tanto discutibile – di cui tantissimi votanti sono consapevoli – risponde positivamente. Questo potrebbe voler dire che se i vecchi partiti-associazione non sono riesumabili, qualche forma più continuativa di coinvolgimento democratico è immaginabile ancor oggi.
Il terzo effetto è assai meno positivo. Ed è il drammatico impoverimento della discussione pubblica. Questo è ciò che l’ultima contesa ha inequivocabilmente dimostrato. Uno dei tre candidati ha importato nelle primarie nient’altro che l’antipolitica. Ha usato una formula volgarissima: la rottamazione. L’ha agghindata, con l’ausilio di qualche esperto dei media, con qualche gadget. Ma non ha detto null’altro. Non ha nemmeno presentato uno straccio di gruppo dirigente che lo affianchi. Eppure, gli è andata bene. Perché ha saputo captare la stanchezza di una parte non irrilevante dell’elettorato nei confronti di un ceto ossificato, che ha per vent’anni guidato il centrosinistra stesso sopravvivendo a tutti i disastri che aveva provocato. In disastro esso ha finanche trasformato le sue occasionali vittorie. Al di là di questo messaggio, Renzi ha ripetuto qualche trito stereotipo da sinistra postmoderna, con cui ha annunciato che, ove toccasse a lui governare, verrebbe rottamato pure tutto il patrimonio ideale della sinistra.
Il candidato Bersani ha nella sostanza riproposto la tradizione di governo della sinistra delle regioni rosse, dove però curiosamente ha trovato meno ascolto: verosimilmente perché da quelle parti la sinistra è diventata più che altrove un’insopportabile e eterna confraternita del potere, chiusa a ogni prospettiva di cambiamento. Sul piano nazionale, la figura di Bersani fa invece tutt’altro effetto: ragionevolezza, attenzione ai temi tradizionali della sinistra, solida esperienza di governo. Dirà qualcuno che è solo la socialdemocrazia edulcorata che usa di questi tempi. D’accordo, ma è almeno un progetto di governo. Peccato che non solo Bersani è stato in questi mesi il più leale sostegno del governo Monti – e quindi della sua smania distruttiva del welfare nazionale – ma ha pure aggiunto durante la campagna per le primarie, per fare contenti tutti, segnali contraddittori e sconfortanti: tra cui la minaccia di trovare una sistemazione a Monti nel futuro del paese e quella di offrire un avvenire politico anche a Passera e Fornero. Già, dopo che ha sistemato per benino lo Statuto dei lavoratori, sarebbe una brillantissima trovata affidare alle amorevoli cure della seconda anche il Sistema sanitario nazionale ….
Resta Vendola, che anche lui come personalismo non scherza, ma che se non altro qualcosa di sinistra la dice. Di nuovo: non è una miscela che entusiasmi e neanche che rassicuri, ma tanto passa il convento. La candidatura di Vendola serviva moltissimo a lui per non farsi oscurare, ma in tanti l’hanno interpretata come un modo per testimoniare che in Italia la sinistra non è morta e che non è morta nemmeno nel centrosinistra. Male farebbe Vendola a considerarla un suo successo. Se è consentito: è per questa ragione che, pur non amando le primarie, ma amando ancor meno il tanto meglio tanto peggio, senza entusiasmo e dopo molte esitazioni anche chi scrive è andato a votare.

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