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Pd? Ma quale Pd?

Le primarie le ha volute a tutti i costi, ma adesso Bersani rischia grosso. Pur con un distacco di nove punti, la situazione resta incerta e nemmeno il segretario del Pd può dire con sicurezza di avere la vittoria in tasca (il risultato del primo turno, con 44,9%, non è un granché).
Lo dimostrano le ultime ore prima del voto, nelle quali entrambi i contendenti hanno alzato il livelllo dello scontro. Se Renzi attacca sulle regole è perché sa che più gente va a votare, più chance ha lui di vincere; motivo per cui, nell’altro campo, si reagisce a colpi di ricorsi e si ventila lo spauracchio delle “truppe cammellate” (persino di centrodestra).
Ma il motivo più serio dell’incertezza sta nel fatto (ed è ormai opinione comune) che le primarie stanno definitivamente cambiando il volto del Partito democratico: chiunque vincerà, non sarà più come prima. Perché sennò non si spiegherebbe il successo del sindaco di Firenze nelle “regioni rosse”, che fa il paio con quello di Bersani al Sud. Col paradosso che gli ex Pci votano Renzi e gli ex Dc votano per il segretario Pd, si conferma che la sfida non è più su una visione del mondo, su un programma di governo, su una scelta di campo, ma più prosaicamente sul “vecchio” e sul “nuovo” e sull’ansia di “rinnovamento” o di “conservazione” (qualunque cosa si intenda, ormai, con questi due termini). I delusi dall’apparato, quelli che non ne possono più dell’asfissiante presenza della nomenclatura di partito in ogni angolo della vita pubblica, quelli che chiedono un ricambio (non solo generazionale) hanno scelto il sindaco senza pensarci due volte. In Toscana, Umbria, Piemonte la sconfitta (o la vittoria di misura) per Bersani è bruciante anche perché costituisce un giudizio severo sui gruppi dirigenti del Pd proprio là dove sono al governo: efficienza, certo, buona organizzazione e eccellenza nell’amministrazione - come dimostra lo straordinario slancio dell’Emilia Romagna dopo il terremoto - ma anche scarsa mobilità sociale, con i soliti noti che si tramandano potere e posti. Per di più, ad aver tradito il segretario sono quelle categorie produttive cui il Pd guarda ormai in modo strategico: artigiani, piccoli imprenditori, professionisti, che magari in passato hanno votato Berlusconi e ora scelgono il sindaco. Insomma, è Renzi fatalmente ad intercettare la domanda di “rottura” con il passato (se poi lo farà davvero è un’altra storia), mentre Bersani è visto come l’”uomo della continuità”, che è stato al governo per «2.547 giorni» senza essere riuscito a cambiare granché. E questo per Bersani è un bel problema, in tempi di antipolitica.
Ecco perché non è scontato che i voti di Vendola vadano (tutti) a Bersani (significativo l’endorsement di Margherita Hack, che al primo turno ha votato Vendola e al secondo voterà per il sindaco) e perché il leader democratico si affanni, in questo ultimo scorcio di campagna elettorale, a schiacciare sul tasto del «rinnovamento nei fatti, non a chiacchiere». Non può lasciar passare il messaggio che l’innovatore sia solo Renzi e certo il passo indietro di personaggi del calibro di Veltroni e D’Alema gli ha dato una grossa mano. Ma per paradosso (e siamo a due), persino i voti degli elettori di Sel (un gruzzoletto di quasi 500mila preferenze), benché necessari a sconfiggere Renzi, possono al contempo creare problemi a Bersani: l’alleanza con Vendola (e, in pectore, con Casini) non configura esattamente una novità politica. Quanto basta per far virare gli elettori “esterni” al tradizionale bacino democratico verso il sindaco (secondo alcuni studi al primo turno l’8% delle preferenze di Renzi sono venute da persone che in precedenza avevano votato il centrodestra). Non a caso Renzi ripete che se lui vince non farà accordi con Casini (e non è solo un rievocare il Pd a vocazione maggioritaria) e che «Vendola ha fatto un patto con Bersani fin dal primo giorno: fa parte di quell’apparato che stiamo cercando di combattere». Infine (e siamo al paradosso numero tre), Bersani non può nemmeno permettersi una vittoria tutta basata sui voti vendoliani: sarebbe veramente difficile per lui gestire un centrosinistra da Vendola a Renzi passando per Casini.
Tutto ciò non potrà non avere ripercussioni e conseguenze sul Pd del dopo primarie (e sul governo, qualora alle elezioni politiche vincesse il centrosinistra). A meno di una vittoria schiacciante (cui per altro nessuno crede), Bersani i conti con Renzi li dovrà fare e molto dipende dal risultato: una vittoria di poco superiore al 50% metterebbe fatalmente piombo sulle ali del segretario democratico, mentre il sindaco già pensa ad un 30-40% di posti nelle liste elettorali (che in caso di vittoria equivalgono ad un centinaio di deputati e ad una cinquantina di senatori). Per non dire che una buona affermazione del sindaco (sopra il 40%) anche in caso di sconfitta segnerebbe fatalmente una svolta a destra del Pd, che la modesta presenza di Sel non potrebbe in alcun modo arginare.
Gioco forza, significa che il “rimpasto” dentro la burocrazia del Pd sarà inevitabile, se non altro per far spazio ai nuovi arrivati. Gli equilibri interni non saranno più gli stessi, ciò che temono i maggiorenti del partito (Rosy Bindi si batte come un leone, ma la maggior parte ha già issato bandiera bianca: avete più visto o sentito Finocchiaro, Franceschini, Letta, ecc?). Bersani, sicuro di vincere, ha scelto di non alzare (troppo) i toni contro lo sfidante (sa, il segretario, che per tenere il Pd sopra il 30% nei sondaggi ha bisogno anche del sindaco); il quale ricambia evitando di toccare la (scottante) questione giudiziaria (per esempio, ha rinunciato ad andare a Sesto San Giovanni per evitare di dover parlare di Filippo Penati, spina nel fianco del segretario). Il che lascia intendere che, mentre fuori la polemica infuria, dentro (cioè sotto) i due abbiano stretto un patto. Se poi vincerà Renzi, sarà più o meno lo stesso, ma a parti invertite (con buona pace della «guerra all’apparato»).

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