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FISCO, NESSUN ACCORDO TRA ITALIA E SVIZZERA
La battuta viene facile. I capitali italiani esportati in Svizzera (circa 160 miliardi di euro) sembrano destinati a rimanerci senza problemi per chi li ha portati lì. L'accordo tra il governo svizzero e quello italiano sembra ancora in alto mare, né giovano alla causa le annunciate dimissioni del governo Monti, le elezioni a più breve scadenza e i diversi dubbi espressi anche in altri paesi europei che hanno trattato lo stesso tema. Il ministro all'Economia, Vittorio Grilli, ascoltato ieri in commissione Finanze a Montecitorio su altro argomento (l'unione bancaria europea), a una domanda di un deputato sulla Svizzera ha risposto senza convinzione: «Il confronto è aperto, ma ancora non c'è una conclusione». Comunque «no ad un accordo a tutti i costi. Il nostro interesse è la trasparenza e lo scambio di informazioni». E proprio su questo ultimo punto ci sarebbero le maggiori perplessità. Lo schema di accordo Rubik, respinto dal Bundesrat tedesco, si basa sulle intese già raggiunte con Austria e Gran Bretagna. Si prevede di fatto un vero e proprio condono sul pregresso e l'anonimato garantito, per chi aderisce, grazie al ruolo di sostituti d'imposta delle banche. Cioè le banche versano il dovuto ma non comunicando da chi arriva. Così si incassano subito qualche decina di miliardi (su 160). Poi chi versa per il fisco non esiste. E infatti Grilli aggiunge: «C'è un interesse reciproco di Italia e Svizzera ma ribadisco il no ad una soluzione a tutti i costi: ciascuno ha i suoi principi».
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