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Cambiare si può. "A Padova una partecipazione straordinaria della cittadinanza politica attiva"

Giuliana Beltrame, una grande assemblea molto partecipata e molto viva a Padova. Qual è la tua valutazione?

Non mi aspettavo una partecipazione di 250 persone. E c’era pure un po di nevischio. L’email di convocazione è arrivata tre ore prima dell’assemblea. Ne aspettavamo la metà. E soprattutto anche di tante persone che magari erano conosciute ed erano anni che non si rimettevano in gioco. E anche di tanti nuovi. Cioè di tanti che stanno lavorando su vari mondi che non conoscevamo.

Il segnale politico che arriva dalla vostra assemblea?

Che la politica si ricostruisce attraverso l’organizzazione della cittadinanza politica attiva cioè di tutte quelle persone che sono già impegnate nelle attività della società civile, che vanno dall’ambientalismo alla solidarietà sociale alla lotta alla criminalità e intendono fare della loro azione un’azione politica, solo che non hanno un quadro politico di riferimento

I tempi della politica e le urgenze delle elezioni rischiano di stravolgere il senso della proposta di Cambiare si può?

Abbiamo da affrontare realisticamente le strette che abbiamo davanti. Il 22 trarremo le conclusioni del nostro percorso. Da un lato sei stretto da scadenze ravvicinatissime, dall’altro però c’è l’assoluta consapevolezza che questo nostro percorso richiede tempi lunghi. Allora diventa centrale e importante la capacità di far diventare pratiche quello che abbiamo scritto nel documento fondativo di Alba. “Cambiare si può” riconnette esperienze e pratiche politiche che richiedono tempo, conoscenza, ed elaborazione comune che in un mese e mezzo non costruisci.

Come sta agendo la dialettica tra livello nazionale e livello locale?

Credo che ci sia la consapevolezza che il tuo locale può trovare solo respiro in un ambito più grande che non è solo nazionale ma deve diventare europeo. Dall’altro lato, il fatto che mettere insieme queste realtà diverse richiede anche uno sforzo di organizzazione, e quindi la necessità di costruire delle filiere di comunicazione tra il livello nazionale e quelli che sono gli ambiti locali. E questo non è un lavoro semplice e immediato . C’è poi la consapevolezza che quelle che sono le decisioni nazionali derivano da quelle che sono le spinte e le elaborazioni che emergono dai territori.

Quali sono state le sottolineature della vostra esperienza rispetto ai dieci punti?

-I dieci punti sono stati assunti come strategici. Si è sottolineato piuttosto una maggiore attenzione al mondo della scuola e alla parità di genere. L’ambiente, poi, non inteso semplicemente come “no all’inquinamento” ma come parte costitutiva del tuo essere sociale. Se parli di alvoro non puoi non palrare dell’ambiente. Se parli anche della scuola non puoi non parlare della cultura in senso generale e quindi del patrimonio paesaggistico e artistico.

I giovani hanno partecipato?

I giovani stanno cercando di capire e quindi per il momento hanno un atteggiamento di attendismo. Sono diffidenti rispetto alle organizzazioni di partito. Parlando con loro ti dicono che interessa, ma per il momento vogliono capire.

Torniamo un attimo sulla questione di genere, come l’avete declinata?

E’ una questione centrale. Se noi non cominciamo a parlare di una società che non possiamo continuare a vedere con un occhio solo avremo una realtà senza prospettiva e senza profondità. Parlando di genere non parliamo delle donne in quanto tali ma se noi adottassimo nelle scelte da fare l’ottica della cura come paradigma di riferimento: cura del mondo, delle relazioni e della vita delle persone troveremmo delle soluzioni diverse quando parliamo di compatibilità e sostenibilità e organizzazione del lavoro piuttosto che di welfare. Ribadire con forza la necessità di partire anche dall’altro occhio.

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