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Sotto l'antiberlusconismo, SuperMario

L'abbaglio c'è stato, accecante, globale. Tutti fortissimamente antiberlusconiani, spuntati come funghi ovunque, dagli Appennini alle Ande. Dalla Littizzetto al cardinal Bagnasco, dall'all'ambasciatore americano al capogruppo Ppe, passando per partiti, giornali italiani ed esteri, Bruxelles e Casa Bianca.

Antiberlusconiani della prima e dell'ultima ora. A nominarli tutti non si finisce più. Scontati Bersani, Fini, Casini; scontati Prc, Cgil, Fiom, Arancioni, Cambiare si può, Sbilanciamoci e simili, adesso gli si mette di traverso pure Frattini, pure Bonanni («Fa discorsi da osteria»), nonché Gasparri e La Russa che vogliono «spacchettarsi» da lui; e pure la Meloni fa la sdegnosa, e pure Cicchitto, lui!, che non sembra più troppo annoverato tra i suoi fedelissimi. Scatenati i giornali cattolici, con il direttore di "Tempi" in testa, e con l'"Osservatore Romano" che lo liquida senza complimenti («l'Italia non può accettare la demagogia»); irrispettosi perfino i quotidiani contigui, "Libero" e "Giornale". E Gaetano Pecorella che si smarca e Maroni che lo irride, («B? Chi sarebbe questo B?»); Colaninno che si strappa i capelli, «se ritorna Berlusconi l'Europa ci lascia, ritorniamo ridicoli!»; e Abete che lancia addirittura un appello, «no a derive demagogiche». E persino il desaparecido Rutelli ha l'ardire di tuonare contro il suo «antieuropeismo». Dead man walking, gli è rimasta la Santanché (a parte la nuova fidanzata Pascale, la solita bionda che non passa inosservata).

In Europa poi è un'iradiddio. Titoli che ammazzerebbero un toro. In campo il "Financial Times", l'"Economist", "Le Monde", "Liberation". Con Merkel che lo bolla come il guastatore che vuole interrompere la «buona strada imboccata dall'Italia» e il suo ministro degli Esteri Westervelle che inveisce contro «la propaganda populista antitedesca»; per non parlare del già famoso presidente dell'Europarlamento Martin Schulz che semplicemente definisce un eventuale ritorno di B «una minaccia per L'Italia e per l'Europa». E così via tutti gli altri, in coro unisono: Van Rompuy, Manuel Barroso, Francois Hollande, Pierre Moscovici. E pollice verso anche dai "rigoristi" nordici (finlandesi, danesi, norvegesi). Nonché dalla Bce in persona, per bocca di un big del suo esecutivo, Joerg Asmussen. Nonché dal Ppe in blocco che in seduta plenaria e solenne gli fa lo scherzetto di mettere sugli altari Monti Mario e gettare nella polvere Berlusconi Silvio.

Abbaglio. Tutto questo can can antiberlusconistico è un falso d'autore. Un formidabile alibi costruito per nascondere il vero misfatto: l'appoggio a Monti. Un appoggio anch'esso fortissimo, globale. Sotto l'antiberlusconismo forza sette, il montismo. Mai una parola contro Berlusconi che non sia accompagnata - osservate bene - da un'altra equipollente a favore di Monti. Monti uber alles, Monti curatore e salvatore d'Italia, amico del popolo e signore dello spread.

Flebile e pressoché "clamans in deserto" è rimasta (e resta) la voce di chi enumera e denuncia cifre e nomi delle cose non fatte, fatte male, nocive e ingiuste. Non arriva quasi niente; sullo sfondo resta solo quello, il mantra del Monti-uomo-che-ci-voleva e che la misericordiosa Bce, via Napolitano, ci ha generosamente accordato.

Sembra un paradosso ma non lo è: all'indomani delle improvvise e "forzate" dimissioni, il premier, invece che più debole, si rialza più bello e più forte che pria, miracolo! Tutti lo lodano, lo vogliono (Casini, Bersani, Montezemolo, ecc), lo innalzano, lo acclamano,  risorsa e nume protettore dell'Italia, uomo della provvidenza nonché della Bce, del Fmi, dell'Europa, dell'America, della Merkel, della Bilderberg, dell'Azione cattolica e soprattutto dei Mercati.

Sotto l'antiberlusconismo, c'è Supermario. Bel colpo.

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