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Tre opzioni per Monti

Manca solo il come e il quando. Per il resto che il presidente del consiglio Mario Monti abbia deciso che “da grande” continuerà a fare politica da protagonista in Italia non lo mette più indubbio nessuno (se non altro viste le inaudite pressioni delle cancellerie di mezzo mondo e gli endorsement più o meno scontati di leader europei come Merkel e Hollande). E tanto basta per terremotare gli equilibri (si fa per dire) politici di casa nostra.

L’ex commissario europeo ha diverse opzioni davanti a sé e le sta valutando tutte. La prima è quella di scendere in campo in prima persona, guidando una lista-coalizione che indichi lui come candidato premier, una sorta di “Monti per l’Italia”. E’ ciò che da sempre auspicano Casini, Montezemolo &c, ma che riserva qualche rischio: potrebbe permettersi, il professore, di capeggiare una coalizione minoritaria, destinata a fare tutt’al più da stampella al vincitore? L’attuale area moderata non va oltre, secondo i sondaggi, l’11%, tenendo tutti dentro. Ma il professore vuole vederci meglio e per questo negli ultimi giorni si è consultato con esperti di flussi elettorali: un’“area Monti” sulla carta varrebbe intorno al 15%, con la certezza di superare l’8% in tutte le regioni. Non è moltissimo, ma la possibilità di eleggere diversi senatori darebbe la certezza di essere determinanti in parlamento (visto che molti danno per scontato che al Senato neanche il Pd potrà contare su maggioranze significative). Inoltre, il premier si è persuaso che nel momento stesso in cui farebbe l’annuncio ufficiale, negli schieramenti politici suonerebbe una sorta di big bang: in altre parole, Monti è convinto che la sua discesa in campo diretta determinerebbe scissioni, implosioni e aggregazioni nuove negli schieramenti tali da cambiare il volto della politica italiana. E dunque anche gli esiti finali delle elezioni. 

Ma, non insensibile ai richiami alla prudenza, Monti sta valutando anche un’altra opzione: quella meno impegnativa di concedere un endorsement esplicito alla coalizione capeggiata da Casini, Montezemolo e Riccardi. Sarebbe un modo per tirare la volata ai centristi senza però concedergli “l’uso del nome” (la legge elettorale prevede l’obbligo per le coalizioni di indicare il nome di un candidato premier). Un’ipotesi che fa storcere il naso soprattutto a Montezemolo che ha più volte ribadito che senza la candidatura di Monti per lui non se ne fa niente (e infatti ha iniziato a raccogliere firme a favore della discesa in  campo del professore), facendogli al contrario sapere che «noi saremo al suo fianco se continuerà nel servizio alla guida dell’Italia». Casini invece sembra volersi accontentare: nella sua ottica l’endorsement sarebbe sufficiente a far decollare una lista unitaria, che sarebbe invece accantonata qualora la benedizione non arrivasse: «Resta sempre in campo lo Scudocrociato...».

E c’è una terza ipotesi (che per altro non esclude le prime due): rivolgersi direttamente agli italiani, senza alcuna mediazione di partito, con un appello dal contenuto scontato a favore dell’Europa e dei sacrifici fatti fin qui e che rischiano di diventare inutili ecc ecc. Allo scopo pare che Monti abbia già messo nero su bianco la sua “carta d’intenti”, un memorandum (così lo chiamano, anche se Palazzo Chigi nega che esista un tale documento) da presentare alle Camere, nel quale sono indicati i punti essenziali che dovranno essere fatti propri da chiunque vinca le elezioni: nessuna retromarcia su pensioni e flessibilità del lavoro; riduzione delle tasse su famiglie e imprese con le eventuali risorse disponibili; mantenimento di tasse fondamentali come l’Imu. Monti non ha ancora deciso se presentare il documento alle Camere prima della chiusura sotto forma di “mozione” da mettere ai voti, ma anche in caso contrario la mossa è astuta: voto o non voto, i partiti dovranno esporsi dicendo sì o no al "programma politico" del premier e così Monti «diventa non l’esponente di questa o quella forza politica ma diventa il garante di quella carta di intenti» (Pietro Ichino). E, per estensione, il garante dell'Europa. Non sarà stato certo un caso se giovedì, a sorpresa, alla riunione del gruppo dei popolari europei riunito per “processare” il Cavaliere si è presentato pure Monti (era la prima volta che ci andava), ricevendo una pubblica investitura e la richiesta di restare alla guida dell'Italia. 

In attesa che il professore sciolga la riserva, i palazzi romani restano in ansia. Berlusconi, con le sue giravolte, ha mostrato di temere il Professore, che può portargli via mezzo elettorato e anche mezzo partito (domenica si terrà una convention dei montiani del Pdl alla quale interverranno molti più esponenti del previsto, compreso Angelino Alfano...): la candidatura di Monti in cambio del passo indietro serve al Cavaliere solo per tentare di tenere in piedi la baracca (visto anche il no della Lega ad allearsi col Pdl con Berlusconi candidato premier) e per tirarsi fuori dal vicolo cieco in cui si è cacciato. Scontato il no grazie di Monti («Opzione senza alcuna possibilità»).

Ma anche dalle parti del Pd c’è fibrillazione. A più riprese Bersani ha “consigliato” a Monti di tenersi fuori dalla mischia, facendogli anche presente che mantenendosi neutrale avrebbe più chance nella corsa al Quirinale. Pur restando convinto di vincere (l’alleanza con i moderati è già nei programmi e quindi anche nel caso in cui al Senato i numeri non fossero favorevoli non cambierebbe molto), il leader del Pd avverte la difficoltà di una campagna elettorale con Monti in pista: i democratici non potrebbero farla né contro né a favore del premier, mentre il giro delle cancellerie europee fatto da Bersani dopo le primarie per convincerle della propria affidabilità diventerebbe inutile. Per non dire del rischio di perdita dei consensi: una lista Monti (diretta o con endorsement) porterebbe via voti non solo al Pdl ma anche al Pd, andando a pescare anche in quell’area che alle primarie ha votato per Renzi.

Senz’altro più conveniente, per il Pd, la terza ipotesi, quella del Monti-garante e quindi non direttamente impegnato in un partito: ciò faciliterebbe al professore la corsa alla presidenza della Repubblica (sostenuto dal Pd) e a Bersani di continuare la sua campagna elettorale: «La mia ricetta contro la crisi? Quella di Monti più qualcosa: sì al rigore, ma anche lavoro ed equità».

Peccato che, dopo giovedì, ricevuta l'investitura ufficiale dell'Europa, con tutta evidenza le ambizioni di Monti siano diventate altre: da tecnico, il Professore è diventato politico a tutti gli effetti e i meri ruoli di garanzia non gli interessano granché. E infatti, pare che abbia gentilmente declinato l'offerta del Pd di fare il presidente della Repubblica. Con buona pace delle primarie e facendo infuriare tutti i big democrat. Non per nulla D'Alema l'ha messa giù dura: «Sarebbe illogico e moralmente discutibile che il Professore scenda in campo contro la principale forza politica che lo ha sostenuto»; quindi «non deve candidarsi» e nessuno deve usare «il suo nome per una lista». Ma anche la politica, si sa, non è un pranzo di gala.
Quale che sia la decisione finale, è certo che Monti sta preparando una potenza (elettorale) di fuoco devastante, forte com'è dell'appoggio della Cei, di praticamente tutti i leader europei (di destra, di centro, di sinistra) e degli Usa di Obama. E naturalmente dei signori dello spread.

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