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Progresso «made in India», la storia di un fallimento
«Quando lo sviluppo mina le vite delle persone - ha detto Gandhi - è giunto il momento di ripensare lo sviluppo» Nella «tribal belt» del subcontinente è in corso da anni una guerra silenziosa per le risorse naturali In un libro uscito da poco negli Stati Uniti, l'antropologo indiano Akhil Gupta afferma che quando uno stato come l'India fallisce così apertamente nel proteggere le fasce più povere della popolazione, diventa complice di una forma di violenza silenziosa e standardizzata. Una violenza della quale è facile vedere le vittime, ma dove è difficile identificare i colpevoli, una violenza che non uccide con atti clamorosi, ma che lascia morire le persone esponendole alla fame e alla mancanza di cure. Le morti per povertà non fanno notizia e non inducono alla ricerca di colpevoli, sono spesso viste da politici e amministratori come inevitabili, e come qualcosa che il progresso e lo sviluppo economico saneranno quasi magicamente con il tempo - quando, invece, sono spesso le politiche di sviluppo ad essere complici di questa grande catastrofe umanitaria.
Praticamente non passa giorno senza che i giornali indiani non riportino qualche notizia dalla guerra silenziosa in corso nella tribal belt, la regione di colline e foreste che attraversa vari stati indiani nel centro e nord est del subcontinente, e che ospita la maggior parte delle popolazioni tribali del paese. I fatti di cui si parla sono quasi sempre episodi di cronaca nera, poliziotti uccisi in un agguato dai ribelli, guerriglieri giustiziati in finti scontri a fuoco dalle forze di polizia o paramilitari, abusi, villaggi dati alle fiamme...
Le parole d'ordine di quello che va a tutti gli effetti considerato come un conflitto rimbalzano sui giornali e nelle televisioni, diventando immagini stereotipate a uso e consumo dei politici e delle classi medie urbanizzate, così lontane dalle aree in conflitto eppure così coinvolte nei suoi avvenimenti: adivasi, è il modo in cui vengono definite le varie popolazioni tribali indiane, parola che letteralmente significa «abitanti originari»; naxaliti, è la parola con cui sono chiamati i ribelli, un termine che rievoca radici lontane nel tempo, portandoci indietro alle lotte per la redistribuzione della terra, la più nota delle quali avvenne, nel 1967, nel villaggio di Naxalbari in West Bengal; e poi ancora Maoisti, sviluppo, materie prime, progresso. Questi termini ricorrenti, che imbrigliano ogni notizia proveniente da quelle zone in una narrazione predeterminata, danno in realtà origine a una serie di equivoci. Chi sono i ribelli? I tribali? E contro cosa si ribellano?
La storia di questo conflitto è lunga e affonda le sue radici nella storia stessa dell'India post-coloniale, ma è solo negli ultimi dieci o quindici anni che l'aumento della violenza e le strumentalizzazioni da parte di tutto il panorama politico hanno portato costantemente sulle prime pagine i ribelli e le loro lotte. Da quando, nel 2006, il primo ministro indiano Manmohan Singh definì i maoisti «la più grande minaccia per la sicurezza interna dell'India». O forse, più precisamente, da quando il governo indiano, nel 1991 (Manmohan Singh era allora Ministro delle Finanze), aprì la strada a una serie di riforme economiche volte ad aprire il mercato indiano agli investimenti stranieri, con la liberalizzazione dell'attività imprenditoriale, la privatizzazione di infrastrutture e servizi, la concessione di enormi benefici fiscali agli investitori.
In questo quadro, due elementi divennero fondamentali per dare una spinta decisiva allo sviluppo economico del paese: le materie prime e la terra. Del primo l'India è ricchissima, è tra i primi produttori al mondo di minerale di ferro, bauxite (da cui si ricava l'alluminio) e carbone. Di terra, invece, ce n'è molta poca e ogni nuovo progetto industriale o minerario implica il dislocamento di interi villaggi che vengono spostati e le cui persone ricevono sì compensazioni in denaro (quando ne ricevono), ma perdono l'accesso a quella che per loro è fonte di sostentamento tradizionale e certamente più duratura di qualsiasi somma, i campi. Inoltre, il caso ha voluto che la maggior parte delle risorse minerarie si trovi nel sottosuolo di ampie regioni collinose coperte da foreste, che attraversano l'area est del paese, dagli stati centrali come Andhra Pradesh e Chhattisgarh, fino al nord, in Jharkhand, Orissa, Bengala Occidentale e Bihar: la tribal belt. Per la maggior parte delle popolazioni tribali sviluppo e liberalizzazione hanno significato perdita di sicurezza, allontanamento dalla terra e, negli ultimi anni con sempre maggior frequenza, violenza fisica.
È nelle pieghe di questa «strana guerra» che ci accompagna l'indagine di Marina Forti che fin dal titolo, Il cuore di tenebra dell'India, inferno sotto il miracolo (Bruno Mondadori 2012, pp.167, euro 16), ci porta con una certa violenza dentro quello che è il grande, enorme, fallimento del progresso made in India. Perché il paese è sì la quarta economia del pianeta, ma è anche lo stato con la più ampia popolazione di cittadini che vivono sotto la soglia di povertà. E di questo fallimento, il conflitto che coinvolge le popolazioni tribali è sicuramente uno degli aspetti più evidenti e tragici. L'invito, comunque, è proprio quello a non semplificare, a cercare di comprendere le ragioni più profonde e le dinamiche che hanno portato al punto di non ritorno, spingendo lo stato a dichiarare guerra non tanto a un gruppo di ribelli e guerriglieri, ma a una parte della popolazione, i tribali, che di questo conflitto è solo vittima.
Gli adivasi costituiscono una minoranza consistente della popolazione indiana, circa 90 milioni, per la maggior parte concentrati nelle regioni montagnose della tribal belt, aree dove lo stato è ancora oggi una presenza più immaginaria che reale, dove anche le infrastrutture più basilari, come scuole e ospedali, sono quasi sempre assenti. Da sempre mantenuti al fondo della gerarchia sociale e castale indù, le popolazioni adivasi sono una delle minoranze più povere del paese. Per loro, come per altre minoranze svantaggiate, le politiche di sviluppo hanno rappresentato un elemento ulteriore di sfruttamento e di impoverimento. Perché la terra sui cui camminano - e di cui vivono - i tribali rappresenta una vera miniera d'oro per il governo e i grandi capitali del paese. Lo sfruttamento delle risorse naturali ha implicato espulsioni di ampie fasce della popolazione tribale dalla terra, inquinamento delle risorse naturali, come fiumi e foreste, che stanno alla base del sostentamento dell'economia rurale, disintegrazione del tessuto comunitario e della cultura dei tribali.
Nell'accompagnare il lettore verso le origini del conflitto, l'autrice mette subito in evidenza il ruolo ambivalente, quando non apertamente discriminatorio, dello stato. Uno stato che da un lato ha creato sulla carta (e principalmente sulla spinta di sentenze della Corte Suprema) complessi dispositivi per la compensazione delle popolazioni «affette» da progetti di sviluppo. Dall'altro non solo fallisce sistematicamente e, spesso, deliberatamente nell'applicare questi dispositivi, ma diventa in prima persona agente della discriminazione più violenta, forzando interi gruppi ad abbandonare le proprie terre.
Il ruolo della guerriglia maoista va inquadrato all'interno di questa dinamica contrastante, e la rende ancora più complessa. Presenti nelle regioni abitate dai tribali fino dalla metà degli anni '80, i vari gruppi di ribelli hanno tentato da subito di colmare il vuoto lasciato dallo stato, ponendosi a difesa della popolazione più povera, e con gli anni si sono radicati e coordinati, fino alla formazione del Partito Comunista Indiano (Maoista) nel 2004. La nascita del partito, subito dichiarato fuorilegge dal governo indiano, è la miccia che ha scatenato la progressiva intensificazione della violenza negli ultimi anni. La via scelta per contrastare il radicamento dei ribelli è stata infatti quella della repressione violenta e spesso al di fuori della legge. Come quando, nel 2006, il governo dello stato del Chhattisgarh appoggiò la costituzione di una milizia paramilitare, la Salwa Judum, che nei due anni successivi si rese protagonista di una serie innumerevole di raid nei villaggi, omicidi di presunti sostenitori dei naxaliti, stupri e intimidazioni di ogni tipo.
Ma, anche in questo caso, la storia è più complessa e se, da un lato, i ribelli si ergono a unici difensori dei diritti delle popolazioni tribali, dall'altro hanno avuto un atteggiamento spesso contraddittorio nei confronti degli attori dello sviluppo, di coloro che ufficialmente sarebbero i nemici da combattere. Ad esempio, non opponendosi alla realizzazione di nuovi progetti minerari, ma anzi ottenendo grandi cifre dalle industrie minerarie in cambio di «protezione». In mezzo a tante ombre, l'unica certezza che emerge è che le vittime sono sempre gli innocenti, le popolazioni che abitano quelle terre e che si trovano schiacciate tra l'incudine dello stato (e del suo modello di sviluppo che non li prevede) e il martello della guerriglia maoista, che con la motivazione ufficiale di difenderli li mantiene in uno stato di guerra permanente.
Forti ci consegna questo ritratto a tinte scurissime dell'India contemporanea attraverso un racconto duro, perché altro non potrebbe essere, ma senza mai abbandonarsi a facili immagini ad effetto. Con lo sguardo lucido e coinvolto del reporter esperto, l'autrice ci racconta luoghi, persone, episodi che fanno parte di uno dei tanti conflitti che nascono quando lo stato non sa e non vuole ascoltare la voce dei suoi cittadini più bisognosi. Marina Forti questo lo fa dire molto chiaramente a uno dei suoi personaggi, l'attivista Sarath Singh, che citando Gandhi afferma che «quando lo sviluppo mina la vita delle persone, è ora di ridiscutere lo sviluppo».
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